Starlink, le sirene in ritardo a Kiev e i figli degli altri
È bastato che qualcuno da molto lontano premesse un bottone e la rete satellitare di Elon Musk ha perduto potenza: non era più in grado di lanciare l’allarme sull’Ucraina nell’istante necessario. Chissà se quelli che azionano quei bottoni, da chissà dove, possono vedere anche le facce delle madri, dei padri, dei bambini con gli occhi sbarrati

Kiev, la notte del 14 ottobre. Si va a dormire, in città, pronti come sempre a correre nei rifugi, al suono delle sirene. Le scarpe accanto al letto, i bambini vestiti sotto le coperte. Al suono acre delle sirene, ormai è abitudine, ci si sveglia e si scappa. Qualche minuto, quanto basta a raggiungere una stazione del metrò. Ma questa notte, e pure la precedente, qualcosa non va. Suonano sì le sirene, ma immediatamente sono già sulla città i droni col loro sibilo sinistro, e i missili.
È bastato che qualcuno da molto lontano premesse un bottone, e Starlink, la rete satellitare di Elon Musk, ha perduto potenza: non era più in grado di lanciare l’allarme sull’Ucraina nell’istante necessario. Così su Kiev le sirene non hanno suonato in tempo. Proprio due giorni dopo che Trump aveva “scaricato” Zelensky. Come a dire: vedete che succede, se appena noi vi molliamo. Basta premere un bottone e la rete di satelliti in Low Earth Orbit , orbita terrestre bassa, di proprietà di Musk, non risponde alla necessità ucraina di sapere, con qualche vitale minuto di preavviso, che la Russia sta per attaccare. Visto all’alto dei satelliti, deve sembrare un niente quel ritardo. Ma se potessimo invece scorgere cosa accade nelle case di Kiev, per l’allarme non lanciato, allora vedremmo il panico e la disperazione.
Già seicentomila palazzi erano al buio, l’altra notte, dopo il danneggiamento da parte dei russi delle centrali elettriche. In questo buio, alla sola luce di un telefono o di una candela, andare a dormire, mettere a letto i bambini: raccontando, a fatica, una fiaba che finisce bene. Madri e padri in allerta, una borsa piena di biscotti, pannolini, latte, farmaci, batterie di scorta per il telefono. Dormire come si può, le orecchie tese, sussultando a ogni fruscio. Che tacciano le sirene, stanotte? Di colpo invece è già addosso il ronzio dei droni, lo schianto delle bombe. Fuggire sotto il fuoco, i più piccoli in braccio, i più grandi trascinati di peso per le scale. Magari il padre è al fronte, e una madre è sola con i figli. Come salvarli tutti?
Le esplosioni sono sempre più vicine. Poi, c’è chi non può nemmeno tentare di fuggire. Chi ha un vecchio allettato o un malato in carrozzella, in un palazzo senza luce con l’ascensore bloccato, che può fare se non rifugiarsi lontano dalle finestre, stringersi con il suo malato in un angolo, e pregare? Mentre da una casa vicina lo schianto dei vetri spezzati e il bagliore delle fiamme fa pensare alla fine, e a Kiev come a una grande nave che, dopo una lunga battaglia, affonda. Lassù invece, a 500 chilometri di altezza, nel lucore intermittente di Starlink, è tutto normale. Solo un leggero calo di potenza. I satelliti stanno a guardare. Sotto, la gente sembra un povero alveare terrorizzato. Chi corre con una valigia troppo pesante, chi con le stampelle, chi con ciò che ha di più caro: il gatto, in braccio.
Chissà se quelli che azionano quei bottoni sulla rete, da chissà dove, possono vedere anche le facce delle madri, dei padri, dei bambini con gli occhi sbarrati. Possibile: tramite i satelliti oggi si vede tutto. Ma, se vedono, gli uomini che bloccano il segnale d’allarme, come fanno? Intanto, sei morti in Ucraina l’altra notte, tre dei quali a Kiev, in un palazzo residenziale. Qualcuno che non aveva fatto in tempo. Ma quelli, dalle telecamere dei satelliti non si vedono. Saranno andati a casa al mattino, i tecnici di Starlink. In tempo per fare colazione con i bambini e poi portarli a scuola, allegri, chiassosi. I loro bambini. E i figli degli altri? Alzare le spalle: è lavoro. E poi, quelli sono così lontani.
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