Dal “Gemelli” la telefonata fra il Papa e Putin: «L’impegno della Santa Sede per il dialogo e la pace»
di Giacomo Gambassi, Roma
Nel pomeriggio dalla camera d’ospedale il colloquio di Leone XIV con il presidente russo. Al centro la crisi umanitaria della città assediata di Oleshky in Ucraina. Dal Papa la richiesta di una tregua per far arrivare aiuti ed evacuare i civili. La telefonata preceduta dalla doppia visita a Mosca di Gallagher e Zuppi. È il secondo dialogo via telefono dall’inizio del pontificato

Il collegamento telefonico è fra il decimo piano del policlinico “Gemelli” di Roma e il Cremlino. Il Papa, da una parte; il presidente russo Vladimir Putin, dall’altra. Conversione per parlare della guerra in Ucraina, partendo dalle urgenze umanitarie, ossia da quella “via” che sta a cuore alla Chiesa per aprire spiragli di dialogo partendo delle popolazioni colpite da un conflitto e che ha fatto della Santa Sede un interlocutore affidabile sia per Mosca, sia per Kiev. Al centro della telefonata – spiega la Sala Stampa vaticana – la «grave situazione umanitaria» che si sta consumando in una località lungo la linea del fronte in Ucraina: quella di Oleshky, la città della regione di Kherson sulla riva del fiume Dnepr occupata dai russi dove gli abitanti sono allo stremo, imprigionati sotto le bombe, senza più cibo e acqua. «Viva preoccupazione», viene espressa da Leone XIV che chiede «una tregua per consentire l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione volontaria e sicura della popolazione civile». Un’emergenza che era stata al centro dei colloqui avuti a Mosca dal cardinale Matteo Zuppi, inviato del Papa, durante la missione di frine settembre. E la Sala Stampa precisa che durante la telefonata il Papa «ha ribadito l’impegno della Santa Sede a favore del dialogo e della pace».
Dalla sua camera d’ospedale, Leone XIV conversa con il leader russo ad appena tre giorni dall’intervento chirurgico con cui martedì pomeriggio gli è stato rimosso il tumore al polmone e asportato uno dei lobi polmonari. Colloquio che testimonia come sia «costante» il «miglioramento delle sue condizioni generali», si legge nell’ultimo bollettino medico diffuso nel primo pomeriggio. Per la seconda volta in poco più di un anno il Papa torna a parlare direttamente con quello che l’Occidente considera oggi il nemico per eccellenza: Putin. Sono le quattro e mezzo del pomeriggio quando si tiene la telefonata che arriva a distanza di poche settimane dalla “doppia” visita vaticana a Mosca: quella del “ministro degli Esteri” della Santa Sede, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati che in Russia era stato a fine agosto; e quella del cardinale Matteo Zuppi a fine settembre, inviato del Papa per la missione di diplomazia umanitaria, che a Mosca era entrato in un campo di detenzione degli ucraini catturati nei combattimenti e aveva discusso con le autorità russe di scambio dei prigionieri di guerra, di ricongiungimenti dei bambini alle proprie famiglie, di rilascio dei civili e, poi, della crisi umanitaria di Oleshky.
La “mediazione” umanitaria della Santa Sede è una delle poche opportunità di contatto diretto fra i vertici dei due Stati. La nuova telefonata fra il Papa e Putin, dopo la prima del 4 giugno 2025 a meno di un mese dall’inizio del pontificato, dice l’attenzione che Leone XIV ha per il conflitto in corso da quasi cinque anni. Non è un caso che nell’Angelus di domenica scorsa, quando ha annunciato al mondo di avere un nodulo al polmone e di necessitare di un’operazione, abbia anche fatto riferimento alla «guerra nella martoriata Ucraina» che «continua a causare sofferenze anche ben oltre i suoi confini, soprattutto nei Paesi più poveri, dove tante persone dipendono dalle importazioni di cereali». Richiamo agli attacchi alle navi cariche di grano che avevano spinto il Papa a rivolgere «un accorato appello alle parti in conflitto affinché consentano il trasporto sicuro dei cereali nel Mar Nero».
Le due telefonate con Putin, i viaggi a Mosca, il canale aperto con il Cremlino confermano l’impegno di Leone XIV a «ogni sforzo» «perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, perché ai popoli sia restituita una speranza e sia ridata la dignità che meritano, la dignità della pace», aveva detto appena sei giorno l’elezione al soglio di Pietro. Nemici, secondo la geopolitica; non per la Santa Sede che, forte del suo ruolo sopra le parti, è stata e intende essere un “facilitatore” del dialogo. Tanto che lo stesso papa Prevost aveva proprio messo a «disposizione la Santa Sede» per tavoli negoziali fra i Paesi in conflitto.
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