Gioele Dix e il dramma dell’oblio
Nel nuovo spettacolo al Franco Parenti la perdita della memoria diventa una riflessione universale sull’identità, tra mito, vita quotidiana e paura contemporanea della demenza

Un dramma della memoria, della paura di perderla, e, con questa perdita, non trovare più se stessi. Un dramma non a lieto fine e neppure pessimistico, una visione in presa diretta di una vita, quella di un uomo che entra in una stanza vuota, una parete nera come una lavagna, e prova a capire dove si trovi. Da questa immagine semplice prende forma Arrivato a questo punto, nuovo spettacolo di Gioele Dix, in scena fino al 18 ottobre 2026 al Teatro Franco Parenti.
Una vicenda individuale si rivela subito generale, il dramma della perdita della memoria, uno dei punti salienti di questa pièce, è antico quanto l’uomo, ma qui vissuto nella nostra realtà contemporanea, nel tempo presente. Che poi è nella natura di ogni autore, drammaturgo o poeta o romanziere, cogliere nel presente l’atemporale, e nel quotidiano ciò che lo trascende. L’aspetto originario, che ha origini nel mito, è quello della memoria come coscienza di te stesso, e dell’oblio come perdita. Esiste un oblio incantante e capace di produrre poesia visionaria irraggiungibile, come quello che s’impossessa di Coleridge quando scrive la Ballata del vecchio marinaio e altri capolavori, ma non si tratta di una perdita di senno, bensì di un’interruzione del flusso del tempo. Interruzione e incanto che genera prodigi, come in quel caso, ma anche rischi: la perdita di qualcosa di te stesso come da un viaggio sciamanico, da cui devi uscire e da cui è grave non uscire. Ma la perdita di memoria più diffusa è puramente negativa: per evitarla Ulisse evita l’isola dei Lotofagi, i mangiatori di loto che produce oblio e dimenticanza di se stessi; e, messo in guardia da Circe, quando se ne libera, si impone vittoriosamente di resistere all’incanto delle sirene. Sono uccelli dalla voce incantevole, sulla spuma del mare profondo, e con la loro voce ti rapiscono, portandoti via memoria, che è anche coscienza di te stesso. Ulisse ricorre a cera nelle orecchie e si fa legare all’albero. Salvare la memoria significa salvare la coscienza di esistere. Queste cose emergono dalla disperazione tragicomica (registro in cui Gioele Dix si muove spesso, e qui, con grande efficacia) del personaggio in scena. Che si appella a fatti, oggetti, piccole situazioni del presente, per garantire la propria presenza a se stesso, come si appella ai ricordi, ma non basta: «I ricordi - come scrive la grande Lalla Romano - sono i pettegolezzi della memoria». Gioele Dix costruisce un inventario dove vicende pubbliche e private si incontrano senza diventare cronaca né confessione. La scena diventa il luogo protetto della ricerca delle parole, veicoli di salvezza. Il punto di partenza è un disorientamento. Il protagonista ha la sensazione di essere arrivato al momento di tirare le somme della propria vita, ma invece dei grandi eventi affiorano alla memoria dettagli insignificanti, episodi dimenticati, pensieri che sembrano non portare da nessuna parte. Libri prestati e mai restituiti, chat inconcludenti, liste della spesa, brutte figure, occasioni mancate: appunto, pettegolezzi della memoria, quanto del presente. A cui però l’autore non rinuncia: sono comunque boe da cui ripartire.
C’è la memoria - mormora - che va recuperata e salvata, ma c è anche il presente, che, forse, può essere un’ancora di salvezza.
L’autore, Gioele, sta affrontando la nostra memoria archetipica, la facoltà sacra degli antichi greci, il dono supremo, con il fuoco, che Prometeo di Sofocle offre a noi umani che tanto ama.
Ma io sento anche una non espressa ma appercepibile memoria del presente, o di un passato iniziato da poco e perdurante: la tragedia dell’Alzheimer, della demenza che tanti colpisce togliendo memoria, una piaga crescente di questi anni. Personalmente anch’io, come tanti, colpito da situazioni di tale gravità in famiglia, tra gli amici, ferito da simili disgrazie che affliggono attori e cantanti famosi e a volte non vecchi, vengo preso da una paura di scomparire anzitempo con la memoria.
Gioele non ne parla, ma gli artisti non spiegano tutto ciò che sentono: lo esprimono, in forme modificate dal loro misto di conscio e inconscio cooperanti, e mi permetto di pensare che anche questa triste realtà del presente in qualche modo lo influenzi. “Sentimento del tempo”, qui, in lui, citando Ungaretti a proposito di un attore che ama e conosce profondamente e interpreta la poesia.
Ma se anche è così, se anche questo l’autore sente, l’attore si difende: nella memoria riporta qui in scena l’amico di un tempo, morto giovane...Recita, lo vuole fare ancora vivere facendo quindi vivere se stesso e noi, il pubblico, con momenti di emozione toccante.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di AvvenireTemi






