Matteo Righetto: «In montagna ognuno ha la sua vetta»
“Per silenzio e vento”, il documentario diretto da Marco Zuin che sarà nelle sale il 12, 13 e 14 ottobre, esplora la natura tra contemplazione e impegno civile

«In montagna mi sembrava di volare», dice Matteo Righetto all’inizio di Per silenzio e vento, per poi richiamare l’importanza dell’ascolto, necessario a cogliere lo spirito delle cose. Di ogni cosa. Ma per ascoltare è necessario rallentare, respirare, non essere confusi dal rumore. In questa disposizione d’animo c’è molto del senso del documentario diretto da Marco Zuin: ritrovare nella relazione con la natura una conoscenza interiore che diventi cura, responsabilità, coscienza collettiva. È un percorso, questo film, che prosegue le riflessioni dei due saggi di Righetto Il richiamo della montagna e Lo zen e l’arte di andare a funghi, entrambi usciti per Feltrinelli: la lentezza come esercizio di attenzione, il cammino come ricerca, il paesaggio capace di forgiare lo sguardo. «Possiamo considerare i luoghi in cui viviamo come specchio del nostro tempo?», si domanda Righetto. Tra Super8 familiari, incontri e passeggiate, la domanda assume un significato spirituale, sacrale e civile insieme. Lo scrittore richiama Mario Rigoni Stern e Henry David Thoreau, per i quali la sacralità della natura è imprescindibile. Di Rigoni Stern ricorda in particolare la lezione sulla lingua della natura che abbiamo perso. Recuperare quell’ascolto significa riconoscere il valore di un bosco, di una vetta – qualunque essa sia, perché per ciascuno è differente –, come del seme di larice affidato alla terra. E tradurre in questo modo la meraviglia in custodia, di fronte alla crisi climatica e a un turismo che oggi sempre di più consuma i luoghi. È un film, questo, in cui è forte il richiamo a un umanesimo della montagna in cui contemplazione e impegno civile si possano alimentare a vicenda. Distribuito da Wanted Cinema, sarà nelle sale 12, 13 e 14 ottobre, con proiezioni, tra le altre, in Veneto, Lombardia, Piemonte e Toscana.
Nel film compaiono Super8 girati dai suoi familiari. Che effetto fa rivivere certi ricordi?
«Essendo un archivio di famiglia li avrò visti milioni di volte, soprattutto da ragazzino. È vero però che, a distanza di anni, rivedere mio padre giovane, in salute, rivedere me bambino tra quelle rocce, giocare, arrampicarmi, correre sui prati, è stato emozionante».
Com’è stato raccontare con un mezzo diverso?
«È un tipo di scrittura che si declina in un linguaggio differente, si cerca di trovare una coniugazione tra immagini, musica, silenzi. È un tipo di scrittura molto lirica, che mi ha permesso di esprimere al meglio un lato poetico, più intimo rispetto a un saggio. Questo mi ha dato l’opportunità di aprirmi in maniera più precisa, asciugando al massimo la parola».
Nel film si raccontano le varie fasi dell’alpinismo attraverso un racconto corale e generazionale.
«Sì, con alcuni si tratta soltanto di brevi passaggi, semplici riflessioni. Con altri come Messner c’è stata invece la possibilità di approfondire di più. Messner è una voce storica dell’alpinismo tradizionale. Poi c’è una persona che non ho incontrato personalmente, ma ho incontrato eccome, in maniera molto vivida, ed è Walter Bonatti. Non è più tra noi, ma ho avuto accesso a documenti dove racconta com’è nata la sua passione. La mia tesi è quella per cui oggi va assolutamente rivisitata la parola alpinismo. Credo che l’alpinismo oggi debba diventare custodia, amore e difesa dell’ambiente montano, più che arrampicata o ricerca di conquiste o soddisfacimenti del proprio ego».
Da quali gesti bisogna partire per recuperare la sacralità della montagna, riprendersi la lentezza del cammino, della ricerca del silenzio?
«Secondo me sono tre i movimenti necessari: il primo riguarda un risveglio della coscienza, la consapevolezza di ciò che sta succedendo. Aprire gli occhi, in qualche maniera. Poi, di conseguenza, abbiamo due possibilità che sono legate fra loro e vanno suggerite. La prima è una propria personale frequentazione diversa dell’ambiente montano. Riguarda un approccio comportamentale, che sia più rispettoso, con tutto quello che ne deriva. Si tratta di stare e attraversare la montagna e il bosco in forma diversa. E poi la divulgazione, la sensibilizzazione. Quindi anche un impegno etico, civile, pratico, politico».
Ci sono comportamenti che lei per primo ha cambiato in questi anni?
«Riguardo al rapporto con la montagna in questi anni credo di avere maturato una certa consapevolezza. Elementi di contraddizione ne abbiamo tutti, perché non è che io non sposti la macchina in montagna o non mi capiti, una volta ogni tanto, di prendere una seggiovia per raggiungere prima un punto di partenza. L’importante non è essere assolutisti o radicali, l’importante è usare con equilibrio e una grande economia dello spirito questi strumenti».
Uno dei temi di cui spesso si è occupato è l’overtourism.
«Si tratta di un’ipermobilità che non c’entra nulla con la geografia che si va a visitare, non lascia nulla alla geografia, al paesaggio, e non porta a casa niente di valoriale. È una confusa massa di persone inconsapevoli che si muovono spaesate, spesso impreparate, inadeguate nell’equipaggiamento. Credo che dobbiamo ripensare a un nuovo tipo di economia turistica in montagna rispetto a quella degli anni Ottanta, Novanta e Duemila».
Un’altra parola chiave del film è “contemplazione”.
«Questo film secondo me può essere visto come un’alternanza tra azione e contemplazione, in senso quasi monastico. La contemplazione è quando cammino da solo con il mio cane, faccio le mie riflessioni, la mia lirica. Poi c’è l’altra linea, quella dell’incontro, della conversazione. Tutto questo mi ha insegnato a trovare profondità nei ragionamenti sia attraverso la riflessione interiore sia attraverso la comunicazione e l’incontro. In questi confronti ho compreso che la conquista della vetta non ha senso, perché ognuno ha la sua vetta, il suo luogo. È ora di finirla con tutta questa competitività, soprattutto quando intorno le montagne crollano, si fonde il permafrost e si sciolgono i ghiacciai. Dobbiamo avere una forma di riverenza nei confronti della bellezza della montagna, che non va mai data per scontata».
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