Vedere e sapere tutto senza poterci fare niente: è l’«impotenza riflessiva»

L’ipercomplessità e la velocità ci appaiono soverchianti, impedendoci di riuscire persino a immaginare un avvenire che non sia già scritto. Ci dicono che tutto è possibile, ma davanti a crisi ed emergenze non sembriamo in grado di fare nulla
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October 11, 2026
Vedere e sapere tutto senza poterci fare niente: è l’«impotenza riflessiva»
Un condominio a Zaporizhzhia, in Ucraina, devastato da missili russi. Le guerre sono il caso più emblematico dell'impotenza che tutti sperimentiamo/ REUTERS
Viviamo in una società che ha fatto della possibilità la propria parola d’ordine. Ci viene ripetuto che possiamo fare tutto: scegliere chi essere, dove vivere, come lavorare, che cosa credere. Ogni divieto, si dice, è stato bandito; ogni limite è un ostacolo provvisorio, in attesa che la tecnica o l’iniziativa individuale trovino il modo di rimuoverlo. In effetti, mai l’umanità ha avuto a disposizione un patrimonio così grande di intelligenza, mezzi economici, strumenti tecnici. Sappiamo più di quanto abbiamo mai saputo, produciamo più di quanto abbiamo mai prodotto, comunichiamo senza ritardi da un capo all’altro del pianeta.
Eppure, di fronte alle questioni più urgenti del nostro tempo, scopriamo che, nel momento in cui tutto sembra permesso, molte cose ci appaiono fuori portata.
Prendiamo le vicende dell’Ucraina e della Palestina. Conflitti che si trascinano da anni, tra distruzioni e lutti senza fine. In una spirale bellica che nessuna iniziativa diplomatica riesce a fermare. Non che le trattative falliscano: è che non si riesce nemmeno a pensarle. I governi sembrano muoversi dentro copioni già scritti, le opinioni pubbliche sono divise in tifoserie che immaginano solo di vincere o perdere, mentre la parola “pace” finisce per suonare ingenua, quasi sospetta.
La stessa cosa accade per la questione dell’Intelligenza artificiale. Se ne discute incessantemente. E le ricerche internazionali dicono che tra le persone cresce la preoccupazione per i suoi possibili effetti negativi. Anche in questo caso, però, non si riesce a capire come intervenire. Così che, a prevalere, è una sorta di rassegnazione: lo sviluppo tecnico è come una macchina lanciata a folle velocità senza che nessuno sia in grado di orientarla.
Ogni giorno si susseguono dichiarazioni di scienziati e grandi manager che apertamente parlano del “superamento della specie umana” come di un destino ormai segnato. C’è chi lo teme e chi lo celebra, ma quasi tutti condividono la stessa conclusione: non siamo più in grado di intervenire.
E che dire del cambiamento climatico? Anno dopo anno le previsioni più pessimistiche vengono superate. Gli obiettivi concordati nelle conferenze internazionali vengono ripetutamente mancati. E ogni fallimento, invece di spronarci a un impegno maggiore, rafforza la convinzione che non ci sia niente da fare. La rassegnazione si nutre dei propri risultati: più falliamo, più ci convinciamo che fallire sia inevitabile.
Ci troviamo insomma davanti a un paradosso: società che hanno arbolito tutti i divieti scoprono di essere prigioniere di un nuovo (e pericolosissimo) fatalismo.
La libertà che ci è stata promessa può (forse) esercitarsi nella sfera privata, nella scelta tra mille opzioni di consumo e di stile di vita; ma la situazione cambia drasticamente non appena ci si sposta sulle questioni più importanti. Possiamo tutto come individui, ma quasi nulla come collettività. L’onnipotenza dichiarata e l’impotenza vissuta sono così due facce della stessa medaglia.
Il filosofo inglese Mark Fisher ha chiamato questa condizione “impotenza riflessiva”. Non siamo ignari di ciò che non funziona attorno a noi. Al contrario, sappiamo che si sono accumulati una serie di nodi che devono essere sciolti. Ma a questa consapevolezza si accompagna la convinzione di non poterci fare nulla. Un po’ perché sono questioni troppo grandi; un po’ perché sono troppo complesse; e un po’ perché non sappiamo come metterci insieme per risolverle. Sta di fatto che la rassegnazione, ormai interiorizzata, diventa una profezia che si autoavvera.
L’impotenza riflessiva non è l’apatia di chi non vede. Chi ne è segnato comprende lo sfruttamento, le disuguaglianze, la precarietà, la crisi ecologica, i fallimenti di un modello economico che consuma più di quanto rigenera. Ma la conoscenza non si traduce in azione: resta commento o tutt’al più urlo e imprecazione. Sappiamo che il sistema è disfunzionale, ma la possibilità di un cambiamento appare irrealistica, fuori portata, quasi infantile. E così rinunciamo. C’è dunque da capire perché una società così ricca di intelligenza e di mezzi abbia smarrito la capacità di immaginare che le cose possano essere diverse da quelle che sono.
Uno dei problemi è la spinta continua verso la concentrazione del potere, con il formarsi di oligarchie chiuse e autoreferenziali e perciò sorde rispetto a ciò che va al di là del loro interesse. Ma più in profondità, questo fatalismo di ritorno è la sindrome di società che hanno cancellato ogni senso della trascendenza e hanno fatto dell’innovazione continua il loro unico criterio di riferimento. L’ipercomplessità e la velocità in cui viviamo appaiono soverchianti e di fatto impediscono di riuscire persino a immaginare un avvenire che non sia già scritto. Un esito paradossale: tutto è permesso ma niente è davvero possibile.

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