La moglie Valentina ricorda Andrea Parodi dei Tazenda: «Giustizia e mistica»
A vent’anni dalla morte dello storico cantante del gruppo sardo, Casalena ricorda il primo incontro, la voce angelica del marito e l’amore condiviso per l'isola

«Felicemente straziante». Così Valentina Casalena descrive l’ultimo concerto del marito Andrea Parodi, che si è tenuto a Cagliari poche settimane prima del 17 ottobre 2006: il giorno della scomparsa del cantante. Una “felicità straziante” che, negli sguardi dei due catturati dalle telecamere, si traduce in una profonda tenerezza che cela ogni velo di tristezza. Parodi dedicò alla moglie l’ultima canzone della serata, No potho reposare, una poesia d’amore senza tempo che racconta il dolore di un soldato che dice addio all’amata. Quella sera, seppur affaticato dalla malattia, lo storico cantante dei Tazenda raccolse le ultime forze rimaste per regalare ancora una volta al pubblico la sua voce. Attorno al palco dell’Anfiteatro Romano di Cagliari c’erano tutti: fan, colleghi e amici riuniti in un abbraccio corale a Parodi, scomparso a 51 anni per un tumore allo stomaco. Lo staff medico era dietro le quinte, pronto a intervenire, ma Parodi cantò dalla prima all’ultima nota con la gioia di vivere che ha sempre caratterizzato il suo percorso umano e artistico. «Perderlo è stato terribile – dice Casalena – eppure la serenità che emerge da quelle immagini è dovuta alla capacità di Andrea di vivere il momento presente e di farlo vivere anche a me». Un dono che, persino in quelle circostanze, gli permise di ritagliarsi uno spazio per le speranze future: congedandosi dal pubblico, il cantante continuava a parlare di «un prossimo concerto», «un prossimo disco», «un prossimo figlio».
Casalena sentì per la prima volta Parodi cantare al Festival di Sanremo del 1991. Lei era appena quindicenne e abitava nelle Marche. Il brano in questione era Spunta la luna dal monte, interpretato dai Tazenda insieme a Pierangelo Bertoli. Ne rimase incantata: «Era una voce fuori dal comune, non sembrava maschile ma non era nemmeno completamente femminile» racconta Casalena, alludendo al timbro etereo che è valso a Parodi l’appellativo di “voce d’angelo”. I giorni seguenti, ricorda, non si parlava d’altro: «Non capivamo che lingua fosse. Io all’inizio credevo che stesse cantando in spagnolo, solo dopo ho scoperto che si trattava del sardo». A quel primo “incontro” da dietro lo schermo ne seguì uno dal vivo, alla tappa di Ascoli del Festivalbar del 1992 dove Casalena, in veste di fan, regalò a Parodi una rosa rossa. I due si innamorarono e lei si trasferì in Sardegna: una terra che fino a quel momento aveva visto «solo nelle cartine dei libri di scuola» ma che col tempo ha imparato ad amare attraverso gli occhi del marito. «Andrea aveva un entusiasmo trascinante, si emozionava anche per una pietra», ricorda. Proprio dalle pietre della Sardegna incominciò il loro primo viaggio insieme alla scoperta dell’isola: non dalle acque cristalline e dalle calette turistiche, ma dal fascino millenario dei nuraghi, dei paesi dell’entroterra e dei loro riti pastorali come i canti a tenore. In quei viaggi iniziatici Casalena si immerse nella cultura sarda e nella sua tradizione musicale: «Andrea mi portava nelle cantine di Bitti, dove cantava il coro popolare dei Remunnu ‘e Locu – racconta –. Oggi sono frequentate da formazioni più giovani, ma allora c’erano gli anziani, i maestri. Si mangiava e si cantava insieme, nelle cantine e negli ovili». Proprio da quell’humus comunitario sono nate alcune delle canzoni più belle di Parodi, scritte durante il periodo da solista iniziato nel 1997: Abacada, Camineras, Inghirios, brani che richiamano le ritmiche sarde, le fisarmoniche, i passi di danza tradizionali ma che, sottolinea la moglie, «contengono sempre uno sguardo rivolto al futuro». Nei testi del cantante, e più in generale in quelli dei Tazenda (quasi tutti scritti dal chitarrista Gino Marielli), è sempre forte l’attenzione per i temi della giustizia e della pace. L’esempio più noto è Pitzinnos in sa gherra (“Bambini nella guerra”), una canzone pubblicata dal gruppo sardo per ricordare tutti i morti innocenti della prima guerra del Golfo (1990-1991) e di tutti i conflitti. In realtà, sono molti i versi scritti contro le ingiustizie sociali: nel 2001 Parodi pubblicò Pandela (“Bandiera”), un pezzo in cui si immagina l’esistenza di un vessillo con occhi da bambino, fautore di unione e baluardo contro ogni divisione.
Nelle melodie dei suoi brani irrompe con forza anche la dimensione più intima e spirituale del cantante, che attingeva alla religiosità cristiana della terra sarda mostrando al tempo stesso una spiccata curiosità e apertura verso le culture e religioni più lontane. Parodi amava interpretare i canti mariani come lo Stabat Mater di Maria Carta, un brano che esalta la potenza della carne e dell’umano e in cui la Madonna viene rappresentata come una donna di paese, che piange la morte del figlio assieme alle altre popolane. «Andrea era un “mistico nel reale” – dice Casalena, – un uomo di popolo che amava stare in mezzo alla gente e imparare dagli altri. Anche per questo ha presto abbandonato il suo primo lavoro come insegnante all’Istituto Nautico di Porto Torres. Diceva sempre che non aveva niente da insegnare, solo da imparare». Oggi, il ricordo del cantante continua a vivere grazie al Premio Andrea Parodi, pensato per promuovere la world music: un genere di cui lui fu precursore e che unisce musica etnica e gli stili più commerciali come il rock, il pop o il jazz. Quest’anno la finale del premio cade oggi, proprio nel ventesimo anniversario della scomparsa di Parodi. Tra gli ospiti ci sarà anche il trombettista Paolo Fresu, che negli anni Novanta collaborò con i Tazenda suonando la tromba nel brano Sa festa dell’album Limba.
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