La grande attesa di Taranto, dove la crisi dell'ex Ilva divide operai, famiglie e quartieri

di Paolo M. Alfieri, inviato a Taranto
Siamo stati nella città pugliese, a tre giorni dalla sentenza della Cassazione che dirà se il cuore della fabbrica d'acciaio chiuderà oppure no. L'inquinamento prodotto dallo stabilimento mette contro gli stessi concittadini: c'è chi vuole la fine di tutto, per tornare a respirare, e chi teme di perdere certezze, a partire dal lavoro
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October 17, 2026
La grande attesa di Taranto, dove la crisi dell'ex Ilva divide operai, famiglie e quartieri
Striscioni a difesa di Taranto e dell'ambiente al corteo di sabato pomeriggio / Alfieri
Taranto è un respiro intermittente, un affanno di vento che va a ondate contrapposte. È una città che aspetta, ma non riesce ad aspettare unita, in questo tempo di mezzo in cui il futuro dell’acciaieria è sospeso, così come quello di migliaia di famiglie. Le ragioni della salute e quelle del lavoro continuano a urtarsi, spesso tra persone che abitano gli stessi quartieri, hanno respirato la stessa aria e temono di perdere, ciascuna a modo proprio, una parte della propria vita. Ai Tamburi, dove la fabbrica è presenza quotidiana e confine del paesaggio, la crisi dell’ex Ilva entra nelle case e divide perfino chi condivide la stessa storia operaia. Dai primi anni Duemila il quartiere ha perso migliaia di abitanti, mentre le case perdevano valore: oggi valgono 500 euro al metro quadrato.
Per cinque giorni consecutivi, fino a venerdì, gli operai si sono mobilitati, invocando la riconversione del siderurgico con il mantenimento della produzione. Scioperi, presidi e blocchi hanno portato la protesta sulle statali davanti alla raffineria Eni, bloccando la circolazione e la distribuzione del carburante. Poco distante da qui, ieri una parte della città è tornata in piazza. Il corteo di «Taranto torna a vivere», promosso dalla rete Onda del Futuro, ha raccolto cittadini, associazioni e movimenti che chiedono salute, bonifiche e lavoro attraverso la chiusura dell’attività siderurgica. Ma la frattura che percorre la città è anche dentro i cancelli. «Venite ad abbracciare quelle mamme sabato alla manifestazione dei Genitori tarantini – esortava un operaio alla vigilia del corteo –. I nostri impianti anche dall’esterno inquinano tantissimo. Non abbiamo più niente, non vogliamo più queste infrastrutture. Chiediamo la loro riconversione, se ne sono capaci». Secca la risposta di un collega: «Ma molti di quelli che manifestano ci chiamano assassini! E perché loro non stanno dalla nostra parte quando ci mobilitiamo? Noi non siamo criminali, non vogliamo la morte dei figli di nessuno ma non si può essere d’accordo con chi chiede la chiusura dell’azienda».
Raffaele Cataldi, 55 anni, conosce da vicino l’incertezza: operaio Ilva, è in cassa integrazione dal 2018. Oggi porta a casa circa 1.070 euro al mese. Ha una famiglia da mantenere e non parla da una posizione comoda: «Sono il primo ad avere bisogno di un reddito, ma non è detto che per uno stipendio si possano fare compromessi con la salute». Per Cataldi, che nel suo libro "Malesangue" ha raccontato il senso di rabbia, frustrazione, solitudine e lutto vissuto da chi vede la propria città e i propri compagni ammalarsi o perdersi, non si tratta di scegliere tra gli impianti e il niente. «La fabbrica non la chiude un giudice, l’ha già chiusa il mercato - osserva –. Noi vogliamo le bonifiche, non si può lasciare così un’area grande due volte e mezza la città». «Taranto è stanca - continua -. «Dire basta non significa mandare le persone a casa senza niente, abbiamo diritto a un risarcimento perché ci hanno distrutto la quotidianità. Il lavoro è un diritto, ma qui le persone sono ricattate a vita».
Di segno diverso, ma non meno inquieta, la posizione di Marco Murianni, 45 anni e due figli, operaio Ilva e iscritto alla Fim Cisl. È cresciuto ai Tamburi, è stato assunto nel 2003 e ha attraversato tutta la crisi dello stabilimento. La sua idea di futuro è legata alla possibilità di mantenere una produzione siderurgica trasformandola, con un piano industriale credibile e tecnologie meno inquinanti. È la posizione espressa dai sindacati confederali, che nei giorni dello sciopero hanno ribadito la richiesta di un piano industriale accompagnato da decarbonizzazione e garanzie occupazionali, non la chiusura dello stabilimento. «Anche Taranto deve avere diritto alla vita e al lavoro. Il diritto alla felicità - sottolinea Murianni -. È la politica che ha spaccato la città e un territorio. Noi non ce l’abbiamo con i cittadini e in generale con chi chiede chiusura dell’Ilva. La decarbonizzazione è possibile, ma bisogna agire ora».
Massimo Ruggieri, presidente dell’associazione Giustizia per Taranto, vede la partita più importante in quello che succederà dopo. «Di Taranto non ce n’è una sola», è convinto. La possibile chiusura dell’area a caldo, dal suo punto di vista, potrebbe diventare l’occasione per ricomporre una città da anni sospesa tra emergenza industriale e ricerca di alternative. Secondo la sua associazione, «si tratta di restituire fiducia nelle potenzialità del nostro territorio di vivere di altro». Ruggieri non pensa a una Taranto affidata soltanto al turismo. Parla di un piano di riconversione che tenga insieme bonifiche, tutela dei redditi nella transizione, formazione e incentivi alle imprese. E cita come esempio la Ruhr tedesca, dove la riconversione è stata accompagnata da investimenti e pianificazione. «Ai sindacati chiediamo di avere più visione - spiega -. E alla politica di prendersi le sue responsabilità e guardare al bene dell’intera comunità tarantina.
Per ora, però, il futuro resta nelle mani di una partita giudiziaria che può condizionare tutte le altre e che di fatto ha già provocato, appena ieri, la richiesta di raddoppio della cassa integrazione fino a 8.600 lavoratori ex Ilva, 7mila a Taranto. Martedì è fissata in Cassazione l’udienza sul ricorso contro lo stop dell’area a caldo, già confermato due volte dalla Corte d’Appello civile di Milano. Tra i nodi c’è l’amianto presente nei manufatti dei cowpers, i grandi apparecchi che preriscaldano l’aria destinata agli altiforni. I giudici milanesi hanno ritenuto necessario intervenire. Nel frattempo gli impianti sono mantenuti in riscaldo, senza normale produzione: una condizione che serve a conservarne la funzionalità e che, in caso di esito favorevole della Cassazione, consentirebbe di puntare alla ripartenza. In caso contrario, si andrebbe verso lo stop dell’area a caldo. Sullo sfondo c’è anche la vendita degli asset: le offerte vincolanti sono attese entro l’8 novembre.
Per molte famiglie - comprese le migliaia di persone che vivono grazie all’indotto – l’incertezza significa bollette, affitto, spese mediche e scolastiche difficili da sostenere. Per chi vive accanto agli impianti, si aggiungono i timori legati alla salute. «Qui ai Tamburi resta solo chi non può permettersi di andarsene: non c’è un pediatra e abbiamo solo un medico di base, ma nessun altro servizio», sottolinea don Alessandro Argentiero, 43 anni, parroco della chiesa dei Santi Angeli Custodi: è questo l’unico vero riferimento aggregativo anche per 250 bambini del quartiere, che qui possono giocare a calcio, studiare danza, pensare solo ad essere bambini. «Su 40 funerali, 25 sono per patologie oncologiche – continua don Alessandro –. È una realtà di disoccupazione, paura e fatiche quotidiane. Ciononostante, si cerca di aggrapparsi alla speranza e la comunità è salda: quando qualcuno ha bisogno ci si unisce, ognuno dà quello che può».
C’è chi chiede di fermare una produzione giudicata incompatibile con la vita e chi teme che lo spegnimento del siderurgico cancelli competenze e redditi senza risanare il territorio. Qualunque sia la decisione dei giudici, il nodo resterà lo stesso: trovare per Taranto un futuro nel quale salute, lavoro e dignità del territorio riescano finalmente a respirare la stessa aria.
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