Caso Attanasio, troppi misteri ancora aperti. I genitori: «Non archiviate l'inchiesta»
La domanda del papà, Salvatore: «Si può considerare completa un'indagine sull'uccisione di un ambasciatore italiano senza sapere se qualcuno potesse avere interesse a ucciderlo?». Il 25 febbraio il giudice dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione del pm. Ma ci sono ancora lati oscuri: spunta anche la pista delle fosse comuni nel Nord Kivu

«È possibile considerare completa un’indagine sull’uccisione di un ambasciatore italiano senza avere approfondito in maniera organica se qualcuno potesse avere interesse a ucciderlo o intimidirlo proprio in ragione della funzione che esercitava?» La domanda di Salvatore Attanasio spiega il perché della sua opposizione alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta sull’omicidio di suo figlio Luca, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo. Il 25 febbraio prossimo il giudice delle indagini preliminari dovrà decidere se tenere aperto il caso o metterci una pietra sopra.
Non ci sono però ancora risposte chiare su quello che accadde nel Nord Kivu, tormentata provincia del Congo, in quel maledetto 22 febbraio 2021. E se le indagini si fermassero non arriveranno mai. Secondo quanto ricostruito dal pm Sergio Colaiocco si trattò di un tentativo di rapimento a scopo estorsivo finito male, ma i genitori dell’ambasciatore non sono convinti. Restano sul tavolo diverse ipotesi alternative che, a loro giudizio, non sono state sufficientemente esplorate. Tutto parte dalle modalità dell’agguato: già all’indomani un rapporto dell’Aise (i servizi segreti che operano all’estero) mise nero su bianco che il convoglio del Pam su cui viaggiava Attanasio era atteso al varco. Ma chi sapeva, visto che il diplomatico viaggiava praticamente in incognito? «Chi conosceva l’itinerario? Chi era informato della presenza di Luca? – si chiedono i genitori -. Si tratta di attività di spionaggio esercitata ai danni dall’ambasciatore italiano, più propriamente ai danni del nostro Paese».
Non convince nemmeno il movente del delitto. Troppo semplicistico, dicono, ricondurlo a un attacco di una banda di predoni, specie in uno scenario intricato come quello del Nord Kivu. «Luca Attanasio rappresentava lo Stato italiano in una delle aree geopoliticamente più complesse del continente africano, attraversata da conflitti armati, interessi economici e competizioni strategiche. Riteniamo che non sia stata adeguatamente approfondita la possibile relazione tra la sua attività diplomatica, gli interessi nazionali italiani nella Repubblica Democratica del Congo e l’eventuale esistenza di soggetti che potessero avere interesse a condizionarne, ostacolarne o interromperne l’azione».
In questi anni sono state avanzate diverse ipotesi, nessuna delle quali finora suffragata da elementi decisivi. Serve scavare ancora. Ad esempio sulle informazioni fornite da due fonti locali scovate dal team legale dei coniugi Attanasio, che hanno fatto riferimento al grande gioco degli interessi minerari in ballo nella Regione e in particolare agli appetiti russi verso un giacimento di niobio (minerale raro usato anche per componenti missilistiche), non lontano dal luogo dove fu ucciso il figlio. Attanasio era diretto lì? Sì, secondo la fonte, che si è detta disposta a parlare con la procura dietro garanzia di anonimato e protezione.
Ma c’è anche un’altra pista rimasta finora inedita, che emerge dalle carte dell’inchiesta. Il 23 febbraio 2021, il giorno dopo l’attacco in Congo, una mediatrice culturale di origine africana si presenta ai carabinieri di Pinerolo, vicino a Torino, per segnalare un dettagliato articolo comparso sul sito di informazione rugali.com, riconducibile agli esuli rwandesi. Nel testo si attribuisce a una milizia vicina al regime di Kigali la responsabilità dell’attacco. Si sarebbe trattato di un vero e proprio blitz, messo a punto dai servizi segreti e da alcuni membri delle forze speciali rwandesi. «Il colonnello Alexi – si legge nel rapporto redatto dai carabinieri – è stato portato vicino a Goma con altre quattro persone che fanno parte degli squadroni della morte». Lo scopo, secondo l’articolo riportato dalla donna, mette i brividi: evitare che Attanasio vedesse quel che non doveva. «Nel programma dell’ambasciatore era previsto il transito in località dove si troverebbero alcune fosse comuni di civili ruandesi e congolesi». Il riferimento è ai massacri reciproci commessi da hutu e tutsi tra il 1993 e il 2003, di cui si trova conferma in un rapporto Onu. Nel dossier si parla di almeno tre fosse comuni scoperte nel 2005 nel Nord Kivu. Alcune stragi, è documentato, furono commesse proprio tra Goma e Rutshuru, la zona attraversata dall’ambasciatore.
Una pista inquietante e forse non abbastanza esplorata. Adesso potrebbe essere troppo tardi, perché il sito rugali.com è stato oscurato un anno fa dal governo del Rwanda. L’ong americana Freedom House, che vigila su democrazia e libertà di espressione, lo aveva inserito nella lista delle voci africane attendibili. Forse meritava di essere ascoltata.
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