Custodire il territorio: un “fronte” per il bene comune e la prossimità
Una nuova visione dell’ambientalismo radicata nelle comunità locali. Oltre gli steccati ideologici

Cura e responsabilità per una prossimità sempre più fragile e a rischio: questo è il sentimento, la propensione profondamente umana, che il filosofo inglese Roger Scruton chiama “ oikofilia ”, che si concretizza nel legame che ci unisce al territorio e alla comunità di cui siamo parte. In questa appartenenza si intrecciano lo spirito di una nuova ecologia e una ritrovata cittadinanza del bene comune. Una postura del particolare capace di andare oltre la crisi di separazione che è il metro di questa modernità. Un impegno fondato sulla relazione con l’Altro, capace di superare la polarizzazione del dibattito odierno sull’ambientalismo e la politica. Lo storico Christopher Lasch ricordava, non a caso, che la democrazia è malata perché l’individuo è malato. Sradicato dal proprio luogo, sia materiale che spirituale, non può più essere un cittadino.
L’ecologia non fa eccezione ed è necessario che torni a essere pratica quotidiana di autogoverno e custode di quel bene comune primario e concreto chiamato “territorio” e comunità. Il bene comune non è il risultato di un progetto di ingegneria sociale ma risponde all’esperienza del legame per la propria “casa”. Hannah Arendt ha scritto che una società scivola verso il totalitarismo quando un’ideologia cerca di sostituire tutte le tradizioni e le istituzioni che l’hanno preceduta. Per questo l’ambientalismo dogmatico come ogni altra forma di astrazione ideologica è un fenomeno di balcanizzazione dell’opinione, dove la diversità e la complessità arretrano di fronte all’intolleranza. Ecco allora la proposta di un “fronte popolare del bene comune”. Un movimento di persone, un’alleanza che nasce da un sentimento condiviso: la volontà di custodire ciò che ci è stato consegnato da chi non c’è più e che abbiamo il dovere di trasmettere a chi verrà. Un fronte che unisce spiriti affini ma diversi: l’agricoltore e l’associazione ambientalista, la chiesa locale e l’urbanista che difende la bellezza delle città, l’artigiano e l’amministratore locale, il conservatore e il progressista uniti dalla riscoperta del valore del luogo, dell’appartenenza, della memoria comune.
Alcune direttrici concrete per agire: primo, il governo locale. Le decisioni che riguardano un territorio vanno restituite a chi lo abita, secondo il principio di sussidiarietà. Le township che Tocqueville lodava in Democrazia in America erano scuole di libertà, dove i cittadini imparavano l’autogoverno e i doveri reciproci. Secondo: il territorio come azione politica. Politica è l’associazione di cittadini che tutela un parco o una zona rurale; è la protezione del paesaggio e della bellezza; è il contadino che difende produzioni e saperi locali. Le regole ambientali per agricoltura, allevamento e pesca vanno scritte con chi vive della terra, non contro di loro. Non si difende la natura distruggendo la società che la abita. Terzo: un’economia basata sulla proprietà diffusa. Solo la proprietà garantisce indipendenza, partecipazione e legame concreto tra il luogo e la comunità che lo vive. Chi possiede un pezzo di terra o una bottega se ne prende cura; chi non possiede nulla diventa spettatore, o consumatore. Per questo vanno difese le piccole imprese, l’artigianato e i produttori locali contro la concentrazione e la produzione su larga scala che distrugge coltivazioni e la terra. Quarto: la democrazia partecipata come cornice perché solo questa può essere la casa più grande che protegge le comunità più piccole. E solo in un contesto che è rispettoso della differenze e di tutte le voci si può costruire una cooperazione seria sui grandi temi globali, clima compreso. Cooperazione, non omologazione imposta per via normativa. Ma tutto questo ha una radice più profonda della politica. Quando entriamo in una chiesa di campagna o camminiamo in un paesaggio che altri hanno custodito prima di noi, sentiamo che il mondo non si riduce a un algoritmo o a un bilancio di emissioni. È da quello stupore, da quello struggimento che nasce la cura. Serve dunque un pensiero che torni alle radici: onesto e coraggioso, ma morbido e gentile. Il radicalismo che si definisce sempre “contro” qualcosa, e per questo non costruisce nulla. Il fronte del bene comune si definisce “per” qualcosa: un luogo, un’eredità, una comunità. Ed è proprio questo a renderlo l’alternativa più credibile. Forse non tocca a noi salvare il pianeta. Tocca però a noi ricucire le separazioni e imparare di nuovo ad amare un luogo. Se ciascuno si prenderà cura del proprio, il pianeta sarà in buone mani.
Giornalista e saggista
Giornalista e saggista
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