Cibo Made in Italy grazie ai migranti: stranieri quattro lavoratori su dieci
Questi dati emergono da "Made in Immigritaly 2026", il II rapporto nazionale realizzato dal Centro Studi Confronti e commissionato dalla Fai-Cisl

Se non ci fossero gli immigrati, difficilmente avremmo sulle nostre tavole quei prodotti tipici di cui gli italiani vanno fieri. Solo in agricoltura i lavoratori provenienti dall’estero nel 2025 raggiungono complessivamente circa 430mila unità, con un’incidenza pari al 42% del totale. Mentre nell’industria alimentare risultano in totale 99.164, il 18,82%. Questi dati emergono da Made in Immigritaly 2026, il II rapporto nazionale, realizzato dal Centro Studi Confronti e commissionato dalla Fai-Cisl, dedicato allo studio del contributo delle lavoratrici e dei lavoratori di origine straniera nel settore agroalimentare italiano. Edito da Agrilavoro Edizioni e Com Nuovi Tempi, il volume, di 532 pagine, rispetto al primo rapporto, edito nel 2024, esplora nuovi casi territoriali, descrive comparti non indagati nella prima edizione e amplia la prospettiva analitica della ricerca. Ponendo sempre al centro la persona e il lavoro, questa II edizione si arricchisce di dati aggiornati e di un inedito servizio fotografico che mostra, andando oltre i numeri delle statistiche, anche i volti di un’umanità che richiede riconoscimento e tutele.
«In questi anni – spiega il reggente nazionale della Fai Cisl Antonio Castellucci – sono state realizzate tante buone pratiche di inclusione e contrasto alle irregolarità valorizzando la contrattazione, la bilateralità, i servizi offerti dal sindacato. Sono pratiche positive da replicare e promuovere. Però manca ancora una politica migratoria moderna, efficiente e coerente. Serve una legislazione più avanzata, servono protocolli anticaporalato regionali e territoriali, progetti partecipati per la prevenzione dello sfruttamento dei lavoratori, della tratta dei migranti, del lavoro irregolare, bisogna superare le logiche del click day e riformare il metodo dei decreti flussi, poi occorre favorire forme di emersione degli irregolari già occupati in agricoltura e aumentare gli investimenti sulla formazione professionale e linguistica, anche nei Paesi di origine dei lavoratori stranieri».
A dieci anni dalla legge 199/2016 sul caporalato, sono ancora tante le sfide da affrontare. Si evidenzia il bisogno di una semplificazione burocratica degli ingressi regolari, con il superamento dei click day e un maggiore coinvolgimento delle associazioni sindacali e datoriali, ad esempio attraverso gli enti bilaterali. Sarebbero inoltre necessarie regolarizzazioni periodiche per i lavoratori che si trovano in condizioni irregolari per effetto di anomalie burocratiche. Un incontro più semplice tra domanda e offerta potrebbe anche ridurre il ricorso al caporalato. Viene proposta anche la community sponsorship, ispirata al modello canadese, nella quale comunità ed enti del Terzo settore collaborano con le istituzioni per accompagnare lavoratori e richiedenti asilo durante il percorso migratorio. Un’altra proposta consiste nell’introduzione di visti temporanei per la ricerca di lavoro, che permettano al migrante di entrare legalmente, cercare un’occupazione, svolgere un periodo di prova o formazione e, se non trova un contratto, rientrare nel Paese d’origine beneficiando di un sostegno. Occorre anche prevedere regolarizzazioni facilitate per chi perde temporaneamente la propria condizione di regolarità per motivi lavorativi o burocratici e programmi di formazione professionale nei Paesi di origine, compresa la formazione sulla sicurezza sul lavoro. Un capitolo fondamentale riguarda l’abitazione. La mancanza di alloggi adeguati può alimentare sfruttamento e dipendenza dai caporali. Occorrono soluzioni alternative ai grandi insediamenti concentrati: ostelli sociali, recupero abitativo, alloggi messi a disposizione dalle aziende e programmi realizzati insieme da enti locali e imprese. Anche il trasporto verso i campi dovrebbe essere organizzato attraverso soluzioni regolari, come cooperative di trasporto sostenute da enti locali, imprese e utenti. Infine, serve una concertazione territoriale tra istituzioni, imprese, sindacati e Terzo settore. La sicurezza deve essere intesa in senso inclusivo: non soltanto controllo e ordine pubblico, ma anche cooperazione economica, tutela dei diritti umani, integrazione e libertà religiosa.
«L’immigrazione è una questione nevralgica per il futuro dell'Europa, strettamente legata al suo sviluppo economico, sociale e demografico – conclude Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl -. Va governata con umanità, legalità e lungimiranza, attraverso una strategia che tenga insieme accoglienza responsabile, integrazione, cooperazione con i Paesi di origine e canali di ingresso legali e governati, a partire proprio da quelli legati al lavoro. Alloggi, trasporti, formazione linguistica e professionale, conoscenza dei diritti, presenza del sindacato nei territori: non sono interventi collaterali alla lotta contro il caporalato, sono lotta contro il caporalato. La qualità di un prodotto non può essere separata dalla qualità del lavoro che lo rende possibile. Il made in Italy è credibile fino in fondo quando dietro l'eccellenza di ciò che produciamo ci sono legalità, contratti applicati, salari dignitosi, sicurezza, professionalità, rispetto della persona. L'integrazione non è soltanto una politica rivolta ai migranti. È una politica del lavoro. Una politica industriale. Una politica per la competitività delle nostre filiere. Perché se una parte crescente della forza lavoro che tiene in piedi l'agroalimentare italiano arriva da altri Paesi, governare bene l'immigrazione significa anche governare bene il futuro produttivo dell'Italia».
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