Al Maxxi l’indagine di Sophie Calle sulla fine

di Francesca Orsi
A Roma per la prima volta in Italia un’ampia ricognizione sul lavoro dell’artista francese, basato sulla perdita e sull’incompiuto. La vita e i segreti delle persone diventano nutrimento per performance e immagini fotografiche in cui pubblico e privato, reale e fiction, vita e arte si confondono
Google preferred source
October 21, 2026
Al Maxxi l’indagine di Sophie Calle sulla fine
Il Cimitero Acattolico di Roma, sede di una performance di Sophie Calle in occasione della mostra al Maxxi / Claudia Gori
Più che “arte relazionale”, quella di Sophie Calle si presenta come “arte esperienziale”, dove, solitamente, l’“esperienza” rappresentata si manifesta come una dimensione in cui l’artista francese, attraverso il suo processo creativo, fa convergere la propria e quella degli altri, dando vita, spesso, a un sentire collettivo che confonde i suoi confini, dove ognuno si può riconoscere in virtù di un’emotività umana. Per questo motivo il lavoro di Sophie Calle è così apprezzato, per la sua prossimità a chi ne fruisce, a livello concettuale ed emotivo, anche se la sua non è partecipazione alla vita altrui, ma un trasversale processo di appropriazione. «Uso le storie delle persone, uso le mie storie. Il concetto di generosità non è incluso nel mio lavoro» dice. Da questo immaginario palpitante, che mette in dialogo il privato con il pubblico, il reale con la fiction, l’arte e la vita, emergono spesso tematiche che arrivano a elaborare l’universale, le profondità della morte, le relazioni amorose, le passioni più umanamente essenziali, l’intimità, il fallimento, le potenzialità non espresse, tutto ciò che può essere incluso nel concetto di “investigazione della vita”, compresa anche la sua rappresentazione attraverso il linguaggio scritto, i segni che ne sono espressione. «Per me e la mia arte, il linguaggio è un tema essenziale» testimonia Sophie Calle.
A portare in Italia, per la prima volta in maniera così completa, la sua opera, è il Maxxi di Roma, con la mostra “Sophie Calle. Matrimoni, rotture e funerali inclusi”, fino al 7 febbraio 2027. «L’opera di Sophie assomiglia alla sua autrice, diretta ed essenziale, senza filtri. Nel progettare questa mostra, il Museo non media il suo rapporto con lo spettatore, che rimane personale e schietto, senza patetismi o sentimentalismi» racconta la curatrice Simona Antonacci. L’esposizione affronta in maniera caleidoscopica il termine, come ci tiene a sottolineare Sophie Calle, “naturale” di molte esperienze esistenziali (la fine della vita, di un amore, di un progetto mai realizzato), la cui elaborazione viene affrontata dall’autrice proprio attraverso la sua arte, rendendo “opera” il suo dolore per la perdita. «Sono le mie paure, i miei traumi a spingermi a fare arte e a vivere, sovvertendo, in questo modo, la loro carica negativa e mortifera» racconta Calle alla conferenza con il suo pubblico. A coronamento della mostra, aperta il 15 ottobre, il Maxxi ha offerto al suo pubblico due eventi di preparazione, dando luogo a delle vere e proprie “Calliadi”: il 9 ottobre l’artista ha, infatti, voluto festeggiare il giorno del suo compleanno con una Birthday Conference che ha congiunto un approfondimento sulla mostra e un momento performativo di apertura dei regali che il pubblico aveva generosamente portato a Calle; l’11 ottobre, invece, è stato il momento di una performance avvenuta al Cimitero Acattolico di Roma, in cui le persone potevano scegliere se confidare un proprio segreto direttamente all’artista, in una cornice ieratica che appariva come un momento di “confessione” laica, o deporlo scritto in una tomba che recitava il titolo dell’installazione permanente Qui riposano i segreti dei viandanti del cimitero degli artisti e dei poeti. In questo caso, come è sua consuetudine, Calle si è resa custode delle storie altrui, per poi decostruirne il valore privato e riplasmarle in quella che sarà una sua opera dalla voce collettiva, aggiungendo ulteriore materiale vivo alla serie Qui riposano i segreti, iniziata nel 2014 al cimitero della cappella di Burthulet, ed esposta, condensata in un’unica opera, nel percorso espositivo al Maxxi.
Sophie Calle, “Daughter”, 1990 / Claire Dorn / @ Sophie Calle Siae Roma, 2026 / courtesy of the artist and Perrotin
Sophie Calle, “Daughter”, 1990 / Claire Dorn / @ Sophie Calle Siae Roma, 2026 / courtesy of the artist and Perrotin
In aggiunta a questo progetto, in mostra sono presenti anche altre otto serie (Le tombe, Dolore squisito, Catalogo ragionato dell’incompiuto, Funerali inclusi, Non ho potuto catturare la morte, Polo Nord, Perché e Voir la mer) realizzate tra il 1978 e il 2026 e allestite non in ordine cronologico ma in modo tale da creare una bolla immersiva e osmotica su come, nella vita, le esperienze abbiano sempre una fine, spesso naturale. La vita stessa ne ha una, la morte, che Calle tratta in maniera intima e ravvicinata in Non ho potuto catturare la morte, video installazione degli ultimi istanti di vita di sua madre, di cui non si è accorta del momento del trapasso ed è in questo momento che la sua arte è entrata in gioco per sublimare un vuoto, una mancanza, e il dolore sentito.
Il dolore è un sentimento cardine della poetica dell’artista francese, tanto da imperniarne i suoi progetti, compreso Dolore squisito, diviso in due capitoli, che usa questo sentimento come discrimine concettuale e fisico, concentrato sulla rappresentazione “prima del dolore”, causato dalla conclusione di una storia d’amore, e “dopo”, quando esso comincia a diventare un percorso di elaborazione del lutto che porta alla “guarigione”, una sorta di terapia d’urto. «Ho iniziato questo progetto, in parte, con un’intenzione progettuale, in parte, come un gesto terapeutico. Pensavo che raccontando all’infinito quello che mi era successo, avrei esaurito la storia, ne sarei rimasta disgustata. E così ho iniziato» racconta Calle. Ma oltre alla parte più spiccatamente e umanamente emotiva, l’esposizione romana punta l’attenzione anche a quelle opere di Sophie Calle che sottolineano il suo meta linguaggio, il loro rivelare i meccanismi che stanno dentro e dietro al suo processo creativo: Perché, in cui, su tende di panno poste davanti alle immagini, con l’intento di celarle, è scritto il motivo che ha originato quella specifica fotografia, prima di scattarla; e Catalogo ragionato dell’incompiuto che, a proposito di conclusioni naturali, raccoglie alcuni dei progetti mai realizzati da Calle, delle bozze accennate e mai rese opere effettive. «Un inventario per dare vita alle intenzioni» sottolinea l’artista.
Conclude la mostra un lavoro che ha poco a che fare con la fine, ma piuttosto con il suo contrario: in Turchia Calle ha portato al cospetto del mare alcune persone che non lo avevano mai visto. In una mostra in cui la parte testuale, spesso solo in francese, è importante quanto la parte visiva, e lo sforzo fisico dello spettatore rende il suo fruirne alla pari della performance di un’artista, Voir la mer risuona come un’opera in cui l’unico linguaggio condiviso è quello dell’ascolto del silenzio e dove ci si può finalmente abbandonare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi