La poesia si rivela con Francesco

Non celebrazione, ma dialogo vivo con un fratello attraverso i secoli: nell’antologia curata da Alberto Fraccacreta e Marco Sonzogni i versi incontrano il santo di Assisi
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October 15, 2026
La poesia si rivela con Francesco
San Francesco in un dipinto di Gerrit de Morée del 1945 / Museum Jan Cunen, Oss, Paesi Bassi
Questa è un’anticipazione del contributo introduttivo di Antonio Spadaro a Sette poeti per san Francesco (a cura di Marco Sonzogni e Alberto Fraccacreta, Interno Libri, pagine 144, euro 18,00), in uscita il 30 ottobre. Le liriche sono di Forrest Gander, Jorie Graham, Dan Higgins, Paul Muldoon, Patti Smith, Selina Tusitala Marsh, Jean-Charles Vegliante. L’antologia consta, inoltre, di note di apertura di Davide Rondoni e Giovanni Cannata, di uno scritto di Jonathan Franzen tratto da Più lontano ancora (Einaudi, 2014) e, in appendice, di poesie di Gabriela Mistral, Seamus Heaney e Galway Kinnell. Chiudono il florilegio i testi di Flaminia Cruciani, Salvatore Ritrovato e Jean Soldini.
Ottocento anni dopo la morte di Francesco d’Assisi – spirato nudo sulla nuda terra della Porziuncola, la sera del 3 ottobre 1226, mentre le allodole, narrano le fonti, volteggiavano cantando sopra la piccola cappella – questo volume compie un gesto che solo in apparenza è semplice: chiede ai poeti di parlare di lui. O meglio, come vedremo, di parlare con lui. La differenza non è di poco conto. Di Francesco si può parlare in molti modi: lo hanno fatto gli storici, i teologi, gli agiografi, i biografi devoti e quelli demistificanti. Ma il poeta che si accosta a Francesco compie un’operazione di natura diversa: non lo descrive, lo riconosce. Riconosce in lui un confratello, il capostipite di una genealogia della quale egli stesso, che lo sappia o no, fa parte. Perché Francesco non è soltanto un santo che i poeti possono cantare: è un poeta che i santi e i secoli ci hanno consegnato. Il suo Cantico delle creature, composto in volgare umbro attorno al 1225, sta alle origini della nostra lingua poetica come una sorgente sta al fiume: tutto ciò che viene dopo, in qualche modo, ne porta l’acqua.
C’è, negli anniversari, un rischio che tutti conosciamo: quello della commemorazione, che trasforma i vivi in monumenti e la parola in cerimonia. L’ottavo centenario della morte di Francesco non sfugge, in linea di principio, a questo pericolo. Ma esiste un antidoto, ed è precisamente la poesia. La poesia non commemora: convoca. Non depone corone: pone domande. Il poeta non si accosta mai al passato come a un patrimonio da amministrare, bensì come a un presente che non ha ancora finito di accadere. Per questo affidare il centenario ai poeti – e a poeti viventi, immersi fino al collo nelle contraddizioni di quest’epoca – è la scelta più rischiosa e insieme più giusta: significa scommettere che Francesco non sia una figura da custodire sottovetro, ma una forza ancora attiva, capace di generare linguaggio nuovo, di rimettere in movimento le lingue del mondo.
I sette poeti qui radunati da Alberto Fraccacreta e Marco Sonzogni – ai quali si aggiungono le voci di Jonathan Franzen, Gabriela Mistral, Seamus Heaney, Galway Kinnell, le note di apertura di Davide Rondoni e Giovanni Cannata e i contributi di Flaminia Cruciani, Salvatore Ritrovato e Jean Soldini – compongono un atlante. Vengono dall’America di Forrest Gander, Jorie Graham e Patti Smith, dall’Inghilterra di Dan Higgins, dall’Irlanda del Nord di Paul Muldoon, dal Pacifico samoano di Selina Tusitala Marsh, dalla Francia italofona di Jean-Charles Vegliante. Sette geografie, sette poetiche tra loro distantissime: e tuttavia, leggendo queste pagine, si ha l’impressione di ascoltare non sette assoli, ma un coro. Un coro polifonico, certo, attraversato da dissonanze anche aspre – c’è chi prega e chi accusa, chi contempla e chi grida – ma un coro. Come se Francesco fosse diventato, a ottocento anni dalla morte, un campo di risonanza in cui voci lontanissime scoprono di vibrare insieme. [...]
Dentro questa cornice, i testi qui raccolti rivelano subito i loro tratti comuni. Nessuno di questi poeti «illustra» Francesco; nessuno ne consegna un ritratto edulcorato a uso di devozione. Ciascuno lo assume piuttosto come figura-limite: un estremo – di gioia, di spogliazione, di purezza – che, per contrasto, mette a nudo le mancanze del nostro mondo «normale». Confrontandosi con lui, la modernità misura le proprie contraddizioni. Ma la misura, qui, non è mai fredda: è affettiva. Molti di questi testi, significativamente, non parlano di Francesco: parlano a Francesco. Lo interpellano, lo invocano, quasi lo rimproverano, gli danno del tu. Higgins lo ritrae in brevi e freschi bozzetti; Marsh gli annuncia che le sue nonne lo avevano anticipato; Patti Smith lo sente tornare, passo dopo passo, in una selva notturna. Il santo che chiamava per nome le creature viene a sua volta chiamato per nome: la grammatica di relazione che egli inaugurò gli si rivolge ora come un’onda che torna alla riva.
C’è poi un secondo elemento unificante, meno visibile ma decisivo: la traduzione. Questo è un libro di poesia tradotta, e nella traduzione non vi è un servizio tecnico ma un gesto spirituale. Chi traduce si spoglia della propria voce per rivestire quella di un altro; rinuncia alla proprietà della lingua per farne un bene comune. Viene in mente l’immagine con cui Forrest Gander rilegge l’episodio del mantello: un uomo semplice che si toglie il mantello dalle spalle e lo getta a terra, perché un altro uomo, scalzo, possa camminarci sopra. Ecco: ogni traduttore di questo volume ha steso il proprio mantello perché un poeta venuto da un’altra lingua potesse camminare nella nostra. È il gesto più francescano che un letterato possa compiere.
Un terzo elemento va infine segnalato, perché in poesia la forma non è mai un contenitore: è essa stessa pensiero. Ognuno di questi testi ha dovuto inventare una forma per Francesco, e le forme parlano quanto i contenuti. Gander spezza il verso in due emistichi divisi da uno spazio bianco, come i registri sovrapposti di un affresco; Graham scava strofe strette e verticali che scendono lungo la pagina come fiammelle; Higgins opera attraverso haiku e strofe uniche che assomigliano a graffiti sui muri e a quadri paesaggistici; Muldoon costruisce il testo attorno a un refrain che ritorna e slitta; Patti Smith affida tutto a un’unica apnea visionaria; Marsh porta sulla pagina il ritmo dell’oralità performativa del Pacifico; Vegliante impasta italiano, francese e latino in un tessuto che è già, materialmente, una fraternità di lingue. Non è un caso. Il Cantico stesso era un testo fatto per essere cantato, e la sua melodia è andata perduta: ogni poeta, inventando una forma, tenta a suo modo di restituirgli un corpo sonoro.
Il viaggio si apre, non a caso, con la luce. Il tempo e l’ora di Forrest Gander è una piccola cosmogonia: un’incisione originaria strappa la luce dalla materia, e da quella fenditura la luce scende di epoca in epoca fino a farsi pittura – «e Giotto era ebbro / mentre affrescava la Basilica di San Francesco». Il poeta americano, voce tra le maggiori dell’ecopoetry, sa bene ciò che abbiamo appena ricordato: che chi tocca Francesco entra in una bottega dove si lavora da otto secoli, e vi entra da apprendista di Giotto. Nella sua genesi luminosa trovano posto il gesto del mantello e, in chiusura, un contadino che vede la propria zappa ritta nella pozza della sua ombra e capisce, con certezza assoluta, che il momento è giunto. Il tempo cronologico e l’ora della decisione si toccano: la santità, suggerisce Gander, è questione di puntualità interiore. È lo sguardo del dettaglio elevato a struttura del cosmo, dove una zappa in un campo umbro pesa quanto una nebulosa. [...]
Chi avrà attraversato queste pagine – la luce di Gander, il fuoco di Graham, le prove pedagogiche di Higgins, il riso di Muldoon, l’attesa di Patti Smith, l’oceano di Marsh, il grido di Vegliante, e poi le allodole di Franzen, il giusto nominare di Mistral, lo stormo di parole di Heaney, la scrofa benedetta di Kinnell – non potrà più guardare il mondo esattamente come prima. Si sorprenderà, forse, a sospettare che il merlo sul filo, il vento nella controfinestra, perfino l’animale ferito ai margini della strada non siano comparse del nostro dramma, ma fratelli e sorelle in attesa di essere chiamati per nome. E magari, una sera, alzando gli occhi tra i tetti, sentirà salire alle labbra – piano, quasi vergognandosene – le parole di quel povero che ottocento anni fa, malato e quasi cieco, in una notte attraversata dai topi e dal dolore, trovò la forza di cantare: «Laudato sie, mi’ Signore». Se questo accadrà anche a un solo lettore, i sette poeti di questo volume – e i loro traduttori, che hanno steso il mantello perché potessimo camminare – non avranno cantato invano.

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