Leone, la fragilità e quel bisogno di affidarsi nel momento della prova

Per una volta, il Papa è dalla parte di chi attende una visita, ascolta un medico, consegna ad altri una parte della propria giornata. Sant'Agostino anche in questo sarà per lui modello d'ispirazione
Google preferred source
October 15, 2026
Leone, la fragilità e quel bisogno di affidarsi nel momento della prova
Angeli, candele, disegni e bigliettini: l'affetto per papa Leone e gli auguri di pronta guarigione davanti al Gemelli / Fotogramma
Leone XIV ha annunciato con poche parole che sarebbe stato ricoverato. I medici hanno individuato un nodulo al polmone e gli hanno consigliato di rimuoverlo. Ha ascoltato il loro parere, ha deciso di sottoporsi all’intervento e ha chiesto di pregare per lui. L’intervento è andato bene, «il decorso procede regolare», verranno fatti ulteriori accertamenti e già da ieri il Papa mangia e cammina. In questa successione di gesti, così semplice, c’è qualcosa che ci riguarda tutti.
Siamo abituati a vedere il Papa mentre sostiene gli altri: ascolta, benedice, incoraggia, richiama alla pace. Ora è lui ad affidarsi alle cure altrui. Non perde nulla della sua responsabilità; la vive anche così, riconoscendo di avere un corpo che ha bisogno di attenzione e di riposo. La malattia interrompe i programmi di chiunque, anche del vescovo di Roma. E per un Papa agostiniano, viene spontaneo tornare alle pagine in cui il vescovo di Ippona parla della fragilità del corpo, senza reticenze né retorica.
Agostino lo sapeva per esperienza. Nelle Confessioni (5.9.16) racconta di essere stato colpito a Roma da una febbre così grave da portarlo vicino alla morte. Anni dopo, a Milano, furono proprio i polmoni a cedere (9.2.4). Il respiro si faceva faticoso, il petto doleva, la voce non reggeva più lo sforzo delle lezioni; anche questo disturbo contribuì alla decisione di lasciare la cattedra di retorica. Da vescovo, in una lettera all’amico Profuturo ( Ep. 38, 1), confida di essere costretto a letto, incapace di camminare, di stare in piedi e perfino di sedersi per il dolore. La sua vita, come la nostra, non si svolgeva al riparo dalle condizioni del corpo. Per questo sarebbe un errore cercare nella malattia di una persona un messaggio nascosto o una lezione da impartire agli altri. Prima di ogni interpretazione c’è qualcuno che sta male e desidera guarire.
Agostino non chiede al malato di fingere una forza che non ha. Nella Città di Dio (14.9) discute dell’ideale stoico dell’impassibilità: se essa significasse non provare più alcun turbamento, osserva, chi non giudicherebbe questa insensibilità peggiore di ogni vizio? Cristo stesso ha conosciuto la tristezza e l’angoscia e nella preghiera del Getsemani Agostino sente risuonare la voce delle membra più deboli del suo corpo, che egli ha voluto prendere su di sé. Per questo la serenità che a volte affiora nei suoi scritti non ha nulla di eroico. Nella stessa lettera a Profuturo, dopo aver descritto i suoi dolori, aggiunge semplicemente: «Ma anche così, poiché piace al Signore, che altro dire se non che stiamo bene?». È la pace di chi non nega il male e, insieme, non se ne lascia definire.
C’è poi, nelle Confessioni (9.4.12), un episodio quasi domestico che illumina il gesto di Leone XIV. Nei giorni di Cassiciaco un mal di denti tormentava Agostino al punto da impedirgli di parlare. Scrisse allora su una tavoletta di cera una richiesta agli amici presenti: che pregassero per lui. Racconta che, appena si furono inginocchiati, il dolore scomparve e rimase stupito. Prima ancora dell’esito, conta il gesto: chi soffre non si chiude nella propria sofferenza, ma chiede agli altri di portarla con sé davanti a Dio. Il suo biografo Possidio ricorda che il vescovo, quando un malato lo chiamava perché pregasse per lui, andava «senza indugio» (Vita Augustini 27).
È significativo che Agostino, pur parlando continuamente di Cristo come medico dell’anima, osservi con attenzione anche i medici in carne e ossa. Nella Città di Dio (22.8.3) si raccontano le cure, l’intervento chirurgico e la paura di Innocenzo, un uomo di Cartagine conosciuto personalmente, che, dopo una prima dolorosa operazione, temeva di non sopravvivere alla seconda. Agostino era presente: non sorvola né sul dolore né sulla competenza di chi lo assiste. La preghiera, nel suo racconto, entra in una vicenda in cui i medici hanno già lavorato e continuano a prendersi cura del paziente. Anche oggi pregare per Leone XIV significa chiedere la sua guarigione e accompagnare con gratitudine il lavoro di quanti lo curano.
Nella lettera a Proba (Ep. 130), Agostino affronta una domanda molto concreta: per che cosa possiamo pregare? La salute del corpo è tra i beni che possiamo chiedere e, accanto ad essa, egli pone l’amicizia, cioè il bisogno di persone che ci restino accanto. Non c’è nulla di poco spirituale nel desiderare di stare bene, di poter respirare senza fatica, di tornare a casa. Chi è malato non ha il dovere di mostrarsi superiore alla propria paura. Può dirla, affidarsi a chi sa curarlo, chiedere agli altri di restargli vicino.
Agostino distingue la salute del corpo dalla salvezza piena che la fede attende. Il latino usa una sola parola, salus, e non è un caso: la guarigione che chiediamo per l’oggi è come un anticipo di quella definitiva. «Un grande medico è venuto dal cielo, perché sulla terra giaceva un grande malato», dice in un sermone (Serm. 87.11.13). Questa distinzione, però, non diminuisce il valore delle cure presenti. Ci ricorda piuttosto che nessuna persona coincide con la propria malattia e che la speranza non si misura in base alla capacità di prevedere un esito. Ci sono giorni in cui sperare prende la forma modesta di un esame, di una terapia, di una mano competente. Il ricovero del Papa rende visibile una condizione che tante famiglie conoscono bene. Per una volta, Leone XIV è dalla parte di chi attende una visita, ascolta un medico, consegna ad altri una parte della propria giornata. La Chiesa che prega per lui può ricordare, insieme a lui, anche chi attraversa la stessa esperienza senza l’attenzione del mondo. È forse questo il modo più fedele di accogliere la sua richiesta: augurargli di guarire e allargare la nostra vicinanza a tutti coloro che hanno bisogno di essere curati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire