Per governare i nuovi poteri superiamo il dualismo tra Stato e mercato
di Floriana Cerniglia
La sfida dell’integrazione europea non è soltanto rafforzare il mercato unico per far crescere campioni europei, come suggerisce il "Rapporto Letta", ma anche costruire istituzioni pubbliche abbastanza forti da governare un mercato di quella dimensione

Serve più Stato o più mercato? La domanda torna puntuale a ogni crisi, e ogni volta rischia di portarci fuori strada. Nella storia non sono mai esistite economie di puro mercato, né, nei Paesi avanzati, economie integralmente pianificate: esistono economie miste, in cui le due dimensioni convivono in proporzioni diverse da Paese a Paese e da un’epoca all’altra. La questione non è scegliere, ma capire quali funzioni affidare al mercato, quali allo Stato e con quali istituzioni tenerli insieme. Il mercato è uno straordinario meccanismo di coordinamento: milioni di decisioni si incontrano senza che un’autorità centrale stabilisca che cosa produrre e consumare. Ma non sempre funziona: quando chi inquina non paga il danno, quando servono beni pubblici, quando l’informazione è asimmetrica o il potere concentrato, interesse individuale e collettivo divergono. Sono i fallimenti del mercato. E anche quando funziona perfettamente non ci dice quale distribuzione del benessere sia giusta: quella è una scelta collettiva, dunque politica. C’è poi un punto spesso dimenticato: il mercato non vive nel vuoto. Ha bisogno di diritti di proprietà, contratti, tribunali, moneta, regole. Liberalizzare o regolare non significa avere «più» o «meno» Stato, ma cambiare le regole del gioco, e con esse la distribuzione di opportunità e di potere. Lo aveva capito Karl Polanyi: il mercato è esso stesso il frutto di un processo storico e istituzionale.
Negli ultimi due secoli quel confine è stato ridisegnato di continuo, come un pendolo: la Grande depressione e Keynes, il Welfare State del dopoguerra, poi la stagflazione, Thatcher e Reagan, la caduta del Muro e la globalizzazione, fino a un «Nuovo Consenso» fatto proprio anche dai governi progressisti. Lo Stato non spariva: da produttore diventava regolatore. L’Europa si è costruita dentro questo paradigma, con mercato unico, concorrenza, moneta comune e regole di bilancio. Ma la capacità di tassare e spendere per i beni pubblici è rimasta nazionale. Poi il 2008, quando è stato lo Stato a dover salvare il mercato. E la pandemia, con la sospensione del Patto di stabilità e Next Generation Eu finanziato con debito comune. Qui la metafora del pendolo non basta più. Allo Stato non chiediamo solo di correggere, redistribuire, stabilizzare: gli chiediamo di orientare la transizione ecologica e digitale, l’intelligenza artificiale, la sicurezza delle catene del valore, la difesa. Investimenti enormi, orizzonti lunghi, rendimenti sociali che il privato da solo non riesce a catturare. Prende forma uno Stato strategico.
Ma se lo Stato si assume il rischio, chi incassa il rendimento? La ricerca pagata dalla collettività può tradursi in profitti concentrati in poche mani: si socializzano i rischi e si privatizzano i rendimenti. Tanto più in mercati già concentrati, dove poche imprese globali controllano cloud, dati, piattaforme, semiconduttori. Non sono più soltanto giocatori: organizzano l’arena in cui gli altri giocano, e conoscono i nostri comportamenti al punto da poterli orientare. Perfino gli Stati ne dipendono, e la mobilità di queste imprese diventa potere negoziale con gli Stati. Il nodo è anche la scala.
Imprese, capitali e tecnologie sono transnazionali; fisco, spesa e legittimazione democratica restano nazionali. La sfida dell’integrazione europea, dunque, non è soltanto rafforzare il mercato unico per far crescere campioni europei, come suggerisce il Rapporto Letta, ma anche costruire istituzioni pubbliche abbastanza forti da governare un mercato di quella dimensione. Resta la qualità. Anche lo Stato può fallire: sbagliare strumenti, essere catturato da interessi organizzati. Più gli chiediamo di essere strategico, più contano competenze, trasparenza, valutazione e controllo parlamentare e dei cittadini. Chi governa, allora, oggi l’economia? Non lo Stato da solo, non il mercato da solo, ma l’intreccio fra governi nazionali, istituzioni sovranazionali, mercati globali e grandi soggetti privati. Restano le domande decisive: chi possiede la conoscenza, chi controlla dati e infrastrutture, chi assume i rischi e chi riceve i rendimenti, chi scrive le regole? La sfida non è decidere chi vinca tra Stato e mercato, ma costruire istituzioni la cui forza sia proporzionata al potere economico da governare. Perché l’economia resti ciò che deve essere: uno strumento al servizio della persona e del bene comune, non un potere che sfugge a ogni responsabilità.
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