Quei tedeschi contro Hitler: eroici, ma soli

La repressione del regime impedì un’opposizione corale. Alcune figure sono note. Ma furono molte di più. Lo storico Benz ne tratteggia la grandezza e i fallimenti
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October 14, 2026
Quei tedeschi contro Hitler: eroici, ma soli
Von Stauffenberg (a sinistra) a Rastenburg il 15 luglio 1944 con Bodenschatz, Hitler e Keitel / WikiCommons
L’opposizione tedesca al nazismo ha faticato a uscire dall’ombra e a guadagnarsi un posto di rilievo nella storiografia e nell’opinione pubblica tedesca e del resto del mondo. Certo, pian piano si sono fatte strada e sono ormai divenute esemplari le gesta dei giovani della Rosa bianca - con il loro tentativo di suscitare una rivolta morale nel popolo - e degli autori di due mancati tirannicidi: il falegname Georg Elser, nel 1939, e il colonnello Klaus Graf von Stauffenberg, punta di lancia di un estremo tentativo di uccidere e rovesciare Hitler nel 1944, nella repressione del quale morì anche il teologo evangelico Dietrich Bonhoeffer. Ma questi eroi sono i rilievi più in vista di un arcipelago, che ebbe il solo torto di essere composto da singoli e isolati atolli. Tutti accomunati da due tratti, la grandezza e il fallimento.
Grandezza e fallimenti dell’opposizione tedesca al nazismo è, non a caso, il sottotitolo di un volume dello storico Wolfgang Benz che offre un esaustivo panorama di questa vicenda: Contro Hitler (Viella, pagine 426, euro 33,00; traduzione di Marco Palma). Benz è un rinomato studioso tedesco, specialista di storia del nazionalsocialismo, della Shoah e, appunto della resistenza tedesca, sulla quale ha pubblicato una monumentale enciclopedia e che ha indagato fin nei minimi dettagli. Come testimonia la monografia del 2020 dedicata al gruppo Onkel Emil (”Zio Emilio”, era la loro parola d’ordine), una rete di amici e vicini organizzata dalla giornalista Ruth Andreas-Friedrich e dal direttore d’orchestra Leo Borchard allo scopo di proteggere ebrei. Uno dei tanti gruppi piccoli e spontanei presenti in questo volume. Che contiene non solo una messe di nomi e fatti, ma anche una griglia interpretativa del fenomeno nelle sue varie fasi.
L’autore parte da alcune domande: «Perché così pochi insorsero contro un regime così violento? Perché ci volle tanto tempo perché quei pochi maturassero la convinzione che li spinse ad agire? Perché la maggioranza silenziosa non fece nulla fino all’ultimo istante di vita del tiranno e anche dopo?». A quei tempi – una delle risposte possibili – il popolo tedesco aveva «interiorizzato valori come calma, ordine, obbedienza e fedeltà alle disposizioni». Inoltre il nazismo era riuscito a creare una certa euforia nazionalista. Gli spazi di manovra, che pur inizialmente ancora c’erano ancora, si chiusero presto, anche per le mancate reazioni ai vari eventi con cui il regime progressivamente impose la sua morsa: l’incendio del Reichstag, le iniziative «pseudolelegali» per tacitare oppositori politici, stampa e sindacati, perfino il bagno di sangue interno della Notte dei lunghi coltelli, che sancì il diritto di Hitler quale “giudice supremo” di agire legibus solutus. Un disagio crescente della popolazione si registrò dalla Notte dei cristalli (novembre 1938) all’invasione dell’Urss (giugno 1941). Ma pochi passarono all’azione e praticarono una vera opposizione, che non si limitasse a un dissenso privato o a raccontare agli amici una barzelletta sui gerarchi. O anche a volantinare contro il regime all’estero, protetti dalla lontananza fisica. A opporsi veramente furono persone come Ludwig Ghem, cuoco in un ristorante di Francoforte sul Meno e corriere della Lega internazionale militante socialista. Grazie alla copertura del lavoro diffondeva volantini antinazisti al mercato, mentre acquistava verdure. Faceva anche avanti e indietro con Parigi, aiutando fuggiaschi e portando in Germania scottanti materiali di propaganda. Ci riuscì per quattro anni, fino a che nel 1937 non venne arrestato e inviato in un campo di concentramento, al quale riuscì a sopravvivere.
I resistenti sono divisi per cronologia e categoria. Ci sono quelli che dissero “no” al nazismo prima che prendesse il potere: soprattutto intellettuali, pubblicisti, politici, artisti e scienziati. Si passa poi a una opposizione al Führer - da noi pressoché sconosciuta - portata avanti nella sola Baviera da circoli monarchici in nome del ritorno di un re ormai detronizzato. Si prosegue con altrettanti capitoli dedicati al movimento operaio, ai circoli conservatori - che non erano riusciti ad addomesticare il regime – a Georg Elser, uomo del popolo, all’opposizione dei cristiani cattolici e protestanti, degli ebrei, degli intellettuali dell’Orchestra Rossa, dei giovani non conformisti, organizzati in bande come i celebri Edelweisspiraten (“Pirati delle stelle alpine”) oppure attivi all’università, come gli studenti della Rosa Bianca. Per finire con l’opposizione delle élites sociali, con quella – giunta troppo tardi – dei militari e con i tentativi dell’ultima ora di ribellarsi all’insensata volontà di proseguire la guerra perduta, favorendo in alcune cittadine l’arrivo degli alleati, o di liberarsi dal giogo nazista, come avvenne a Dachau e in generale in Baviera. Tentativi spesso velleitari di singoli o piccoli gruppi, che non ebbero mai uno sbocco corale con la formazione di gruppi armati partigiani come, ad esempio, in Italia.
D’altra parte da un lato gli oppositori interni si scontrarono con un apparato repressivo capillare spietato, che lasciava pochi margini di manovra e condannava a morte per un nonnulla. Ad esempio al politico cattolico Eugen Bolz bastò aver dato l’assenso a fare il ministro nell’ipotetico governo post-nazista che avrebbe dovuto formarsi dopo l’attentato del 1944, per finire ghigliottinato. Dall’altro non c’era un esercito occupante al quale portare azioni militari. Anzi, ogni azione venne percepita dai più, ai tempi e anche dopo, come antipatriottica. Tanto che molti oppositori decisero di non esporsi e si rifugiarono in una silenziosa “migrazione interna”.
In questo quadro emergono atti di estremo coraggio come quello di Lina Haag che, dopo essere stata liberata dal campo di concentramento femminile di Lichtenburg, trasferitasi a Berlino non esitò ad andare a perorare nella tana del lupo la causa del marito Alfred, comunista come lei, ancora detenuto a Mauthausen. A colloquio con Heinrich Himmler, spietato gerarca, la donna ne sostenne lo sguardo e non rinnegò nulla. Nonostante ciò, alla fine inspiegabilmente sortì l’effetto voluto. Un caso più unico che raro. Non ebbe la stessa fortuna un’altra coppia, formata da Hilde e Hans Coppi. Lui fu giustiziato nel dicembre del 1942, mentre a lei, incinta, fu concesso di partorire e accudire il bimbo per qualche mese, prima di finire sul patibolo. I due facevano parte dell’Orchestra rossa, riguardo alla quale Benz smonta le opposte retoriche della Guerra fredda. Ad Ovest era vista come un gruppo al soldo dell’Urss, mentre era glorificata nella Ddr. Il saggio ne rende invece la complessità storica e la stratificazione sociale, poiché era composta anche da persone dell’alta società e non solo da operai comunisti.
Benz non si limita alla ricostruzione storica, ma «interviene contro ogni distorsione della memoria, sia passata che recente», sottolinea nella prefazione Lutz Klinkhammer, storico dell’Istituto Germanico di Roma ed esperto dell’occupazione nazista e delle stragi perpetrate nella Penisola. Benz «si oppone inoltre a coloro che, nella Germania odierna e per fini politici, denunciano la “presunta esistenza di argomenti tabù” e tentano di “delegittimare l’intera opposizione attraverso la svalutazione del gesto di un singolo”». Come accadde a lungo per Elser. O di far passare la Shoah come qualcosa di cui il popolo tedesco era all’oscuro. «Benz si conferma così – conclude Klinkhammer – un intellettuale engagé critico verso il comportamento di quella maggioranza di tedeschi che si adattò al regime fino alla fine». Capacità di intervenire nell’agone pubblico di cui il combattivo 85enne storico ha dato prova anche di recente. A fine settembre, infatti, ha suscitato un aspro dibattito una sua intervista al quotidiano “Tagespiegel”, nella quale ha respinto l’accusa generalizzata di antisemitismo mossa da più parti al partito di estrema sinistra Die Linke, che ha vinto le elezioni a Berlino (dove Benz ha insegnato e diretto dal 1990 a 2011 il Centro di ricerca sull’antisemitismo). A riprova che fare storia non è mai opera neutrale.

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