Ucraina più lontana dalla Nato. Irrisolto il nodo delle garanzie
di Carlo Trezza
Le scelte del passato e le loro conseguenze. Il tentativo dell’Italia e di altri Paesi europei di scongiurare una decisione che fornì alla Russia il pretesto per ricorrere alla forza

Tutti i principali attori della crisi ucraina erano presenti e al più alto livello alla settimana inaugurale dell’ Assemblea Generale dell’Onu. Nonostante l’instancabile impegno del presidente Zelensky, l’attenzione sembra essersi focalizzata su obiettivi più immediati e limitati quali la cessazione dagli attacchi alle infrastrutture energetiche e altre misure di de-escalation. Resta da vedere se gli affidamenti che Zelensky avrebbe ricevuto da Trump di permettere a Kiev di produrre in loco i missili Patriot verranno effettivamente concretizzati. Per una volta sono stati associati parzialmente al dialogo anche esponenti dell’Europa attraverso il trio Francia, Germania, Regno Unito. La Brexit non sembra costituire un impedimento alla partecipazione britannica. Non risultano tuttavia esser stati effettuati avanzamenti sulle questioni fondamentali quali quella territoriale e quella centrale delle future garanzie di sicurezza da fornire all’Ucraina. La garanzia di sicurezza numero uno cui Kiev ha sempre aspirato è quella di una sua adesione alla Nato. La Russia vi avrebbe pensato due volte prima di invadere l’Ucraina se quest’ultima fosse stata sotto l’ombrello atlantico.
La decisione di un’adesione alla Nato dell’Ucraina come anche della Georgia fu annunciata originariamente al vertice Nato tenutosi nel mastodontico palazzo del Parlamento di Bucarest nel 2008.Il testo del comunicato del vertice diceva: «Abbiamo convenuto oggi che questi Paesi diventeranno membri della Nato». Erano altri tempi ,la Federazione Russa era ancora un Paese associato alla Nato, era stato stabilito un Consiglio Nato Russia e quest’ultima aveva addirittura una rappresentanza a Bruxelles nella sede dell’Alleanza . Lo stesso Putin era presente alla conferenza di Bucarest.
Con il senno di poi si può dire che la decisione dell’annuncio fu un errore poiché fornì alla Russia il pretesto per passare dalla diplomazia all’impiego della forza. Pochi mesi dopo il vertice di Bucarest, nell’agosto 2008, sarebbe arrivato il conflitto russo-georgiano. Negli anni successivi seguirono l’annessione russa della Crimea nel 2014 e, nel 2022, l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Paradossalmente tutto ciò avvenne anche se la preannunciata adesione dell’ Ucraina alla Nato non ha mai avuto luogo.
Come Consigliere diplomatico dell’allora Ministro della Difesa Arturo Parisi e membro della delegazione italiana al vertice, partecipai a livello nazionale alla riunione preparatoria al Vertice presieduta dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi. In essa si convenne che assieme ad altri partner europei ci saremmo adoperati per evitare o quanto meno rinviare l’annuncio dell’adesione dell’Ucraina alla Nato. A 18 anni di distanza sarebbe interessante conoscere il ricordo dei nostri politici che parteciparono al vertice su come si giunse a tale decisione.
La prospettiva di un’adesione rimase sempre presente nella dottrina della Nato e nei comunicati dei vertici che si susseguirono anche durante la prima presidenza dell’ amministrazione Trump. La svolta arrivò nel febbraio 2025, con l’inizio del secondo mandato. Il primo ad esprimerla fu “segretario alla guerra” Pete Hegseth fresco di nomina, che dichiarò che gli Stati Uniti «non ritengono che l’adesione dell’Ucraina alla Nato costituisca un risultato realistico di un’intesa negoziata». Altrettanto “irrealistico” fu dichiarato l’obiettivo di un ritorno alle frontiere pre-2014.Tali concessioni unilaterali senza chiedere nulla in cambio da Mosca furono ribadite da Trump e Vance a Zelensky nel corso di un successivo burrascoso incontro alla Casa Bianca. Esse tagliarono in partenza le gambe all’Ucraina in vista di un possibile negoziato.
All’indomani della recente visita a Mosca degli inviati americani Kushner e Witkoff, il ministro degli esteri russo Lavrov si è detto incoraggiato dal fatto che Washington avrebbe ormai escluso l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza come soluzione del conflitto e riconosciuto la necessità di tener conto delle «realtà sul terreno». Non risulta che i negoziatori americani abbiano ottenuto alcun risultato in cambio di tali concessioni. A questo stadio la prospettiva dell’adesione alla Nato si può considerare tramontata anche solamente come pedina da giocarsi nel negoziato. Ci si ripiega ora su altri tipi di garanzie di sicurezza. Un terreno sul quale si è cimentata anche la nostra premier Giorgia Meloni allorché nel marzo 2025 si espresse a favore di una garanzia ispirata all’articolo 5 della Nato senza procedere alla piena adesione del Paese all’Alleanza.
La questione delle garanzie è per l’Ucraina di un’estrema delicatezza. Non bisogna mai dimenticare che nel 1994 , attraverso la firma del Memorandum di Budapest, essa accettò di disfarsi delle armi nucleari sovietiche dislocate sul proprio territorio in cambio della garanzia russa ( e anche americana e britannica)sull’integrità territoriale ed indipendenza politica dell’ Ucraina. Essa venne invasa proprio dal Paese che avrebbe dovuto garantire la sua sicurezza. Dopo l’esperienza traumatica di questo Memorandum, Kiev non potrà accettare garanzie ambigue o puramente politiche. Occorre capire esattamente di quali garanzie si tratterà. Chi dovrebbe fornirle? Quali obblighi comporterebbero? Sarebbero politicamente o giuridicamente vincolanti? E quale ruolo avrebbero gli Stati Uniti che si stanno distanziando dalla questione pur essendo anche essi un garante ai sensi del Memorandum. Una responsabilità che Washington cerca di trasferire sugli europei che tuttavia vengono tenuti fuori dal negoziato principale.
In assenza ormai dell’opzione dell’adesione alla Nato e ,nonostante le incertezze che permangono, l’Ucraina dovrà continuare a battersi sul fronte diplomatico per ottenere solide garanzie di sicurezza. Essa non potrà che contare sull’instancabile azione diplomatica del suo presidente, sulla ammirevole resilienza della sua popolazione ma anche sulla solidità delle forze armate che costituiscono il fulcro della sua sicurezza. Dovrà soprattutto resistere di fronte a ogni tentativo di indebolirle. Spetta al mondo esterno ed ormai in primo luogo all’Europa sostenerla affinché ottenga garanzie di sicurezza che siano solide e credibili.
Carlo Trezza
Già ambasciatore d’Italia per il Disarmo e la Non Proliferazione
Carlo Trezza
Già ambasciatore d’Italia per il Disarmo e la Non Proliferazione
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





