Nel "supermercato delle fedi" giapponese, cercando l'armonia

Shintoismo, buddhismo, cristianesimo e nuovi culti convivono in una società dove spiritualità e tradizione si intrecciano con la ricerca dell’armonia
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October 14, 2026
Nel "supermercato delle fedi" giapponese, cercando l'armonia
Una via di Tokyo/ SICILIANI
L’8 luglio 2022, nella città di Nara, un uomo sparava con un’arma artigianale contro l’ex premier Shinzo Abe, leader del governo più longevo della storia contemporanea del Giappone, uccidendolo mentre teneva un discorso a sostegno di un candidato del suo Partito liberal-democratico nella campagna elettorale in corso. Inizialmente attribuito a uno squilibrato o un rivale politico, il gesto si è rivelato una azione vendicativa contro l’uomo che il 41enne Tetsuya Yamagami riteneva responsabile per la sottrazione alla madre delle risorse di famiglia da parte della Chiesa dell’Unificazione, potente setta religiosa sudcoreana fondata dal “reverendo” Moon nel 1954. La “chiesa” avrebbe avuto il supporto dei governi Abe per garantirsi non soltanto un cospicuo numero di adepti, ma anche per privarli dei loro averi con la convinzione o l’inganno. Yamagami è stato condannato all’ergastolo e il 23 giugno scorso la Corte suprema ha confermato lo scioglimento della setta di Moon in Giappone, avviando il risarcimento delle vittime della pratica di raccolta fondi con metodi ritenuti coercitivi. Un episodio di forte presa mediatica anche se ovviamente non quanto quello dell’attacco del 20 marzo 1995 alla metropolitana di Tokyo con gas Sarin da parte della setta millenaristica Aum Shinrikyo poi sciolta mentre il leader Shoko Asahara e altri 12 collaboratori sono stati giustiziati nel 2018.
Due esempi scioccanti per il Giappone di come la religione possa acquisire una valenza di “rottura” dell’armonia sociale e della pace interiore che invece dovrebbe propiziare. Una condizione che si sperava esorcizzata, dopo l’esperienza del militarismo che ha preceduto e accompagnato la Seconda guerra mondiale che alla religione autoctona, lo shinto (Via degli dei) si era appoggiato per giustificare l’unicità dell’arcipelago e quindi il suo “doveroso” ruolo-guida in Asia. Memore del passato, oggi in Giappone vige la piena libertà di pratica religiosa ma anche una rigida separazione tra religione e Stato stabilito dall’art. 20 della Costituzione. I gruppi religiosi non sono tenuti a registrarsi, ma possono farlo come “società religiosa” ai sensi della legge…
Questo ha portato a un proliferare di espressioni religiose e culti di cui non esiste un elenco ufficiale anche se l'Agenzia giapponese per gli affari culturali riconosce ufficialmente circa 180mila organizzazioni religiose con status di persona giuridica che beneficiano di agevolazioni fiscali. Un dato impressionante che ovviamente andrebbe analizzato nei dettagli, ma che sembra distanziarsi anni-luce da una società all’apparenza disincantata e consumistica, all’apparenza con una noncuranza verso fede o spiritualità. In realtà e forse più di altri paesi asiatici, tra i giapponesi la religione mostra ancora vitalità e ruolo, ma come molto altro nel Paese del Sol levante è anzitutto memoria e tradizione. Nel definire la religiosità dei giapponesi concorrono elementi spesso distanti: anzitutto essa deve accompagnare l’uomo e soddisfare le sue esigenze e, come altri aspetti della vita, è anch’essa anzitutto un’esperienza sociale, culturale o intellettuale. Sebbene esistano innumerevoli santuari, templi e corporazioni religiose individuali, questi generalmente rientrano in quattro tradizioni principali: shintoismo, buddhismo, cristianesimo e “nuove religioni”. I giapponesi nascono infatti in una cultura impregnata del concetto shintoista che la creazione sia di origine divina e quindi che tutte le cose siano naturalmente sacre e spirituali. L’armonia regola i rapporti naturali e umani e la sua ricerca deve essere costante, sia a livello sociale, sia individuale. Da qui anche l’accoglienza di concezioni esterne, se benefiche e integrabili.
Come il buddhismo, introdotto nel VI secolo a supporto della stabilizzazione del neonato impero giapponese, oppure il neo-confucianesimo come strumento “virtuoso” di gestione e controllo dello shogunato Tokugawa tra il XVII e il XIX secolo o, successivamente, lo “shinto di Stato” imposto a scapito del buddhismo (e del cristianesimo) durante i decenni che precedettero la guerra nel Pacifico. Sebbene solo una percentuale compresa tra il 35 e il 40 per cento della popolazione giapponese si identifichi con una religione formale, la stragrande maggioranza dei cittadini (circa il 70) aderiscono contemporaneamente alle tradizioni shintoista e buddhista. Considerando anche le religioni minoritarie è evidente che il numero complessivo adesioni dichiarate superi abbondantemente la popolazione del Paese. “I giapponesi nascono shintoisti, si sposano da cristiani e muoiono come buddhisti”. In questa affermazione paradossale che è degli stessi giapponesi è contenuta l’essenza dell’esperienza religiosa nell’arcipelago: la religione è uno stile di vita piuttosto che una fede esclusiva e, come tale, aperto a più possibilità.
Una situazione bene espressa dall’antropologa Chie Nakane in un “classico” come La società giapponese pubblicato nel 1970, ancora attuale nonostante le trasformazioni in parte evidenti e in parte in ombra intervenute da allora nella società dell’arcipelago: “Ho usato testimonianze significative ad ampio raggio come materiale per illustrare gli aspetti decisivi della vita giapponese e per comprendere il nucleo strutturale della società nipponica, quasi come un artista usa i suoi colori. Mi sono trovata in netto vantaggio nel maneggiare questi colori, poiché tra essi io sono nata e cresciuta e ne conosco le sfumature delicate e gli effetti”.
Non pochi hanno visto nel Paese del Sol levante un “supermercato delle fedi” in cui ciascuno può cercare e trovare una propria realizzazione perlopiù comunitaria. Significativo in questo senso il successo delle “nuove religioni”, divise nell’ufficialità tra appartenenza a buddhismo e shintoismo ma spesso un mix di entrambi e anche di elementi presi in prestito dal cristianesimo e da una sopravvissuta tradizione sciamanica. Raramente la dicotomia tra shintoismo e buddhismo ha dato luogo a tensioni, ma più frequentemente delle sintesi. Benché la visione buddhista sia diversa da quella della religione autoctona, tra le due tradizioni possono trovarsi anche similitudini. Il buddhismo, ad esempio rifiuta le cose del mondo in quanto fonte di dolore e ostacolo alla comprensione della realtà ultima, mentre lo shintoismo accetta pienamente ciò che la natura e l’universo offrono. Entrambi però condividono l’ottimismo sulla bontà dell’uomo nello stato di natura e sulla possibilità della sua salvezza.
I giapponesi si recano in visita ai luoghi di pellegrinaggio, frequentano templi e chiese e vi sostano in preghiera o in adorazione. In questo modo, anche sotto l’aspetto religioso, si persegue l’armonia sociale. Anche i cristiani non si fanno scrupolo di visitare luoghi di culto di altre tradizioni, magari in circostanze e occasioni particolarmente legate alla propria famiglia o a vicende personali. All’inverso, la richiesta di molti giapponesi ha da tempo sollecitato la Chiesa  cattolica a elaborare un rito del matrimonio, non sacramentale, che per molti non cattolici è l’unica occasione di avvicinare la fede cristiana. Nonostante le tante iniziative di dialogo e compartecipazione, la consistenza della cattolicità locale oggi è all’incirca la stessa, con radici profonde ma dimensioni “bonsai”, dei decenni successivi all’arrivo di San Francesco Saverio nel 1549. Con i battezzati locali ormai superati nel numero dagli immigrati cattolici, perlopiù sudamericani e filippini. Il Giappone che ha saputo creare un culto del sacrificio e riconoscere la nobiltà della sconfitta, che vive una quarantennale stagnazione economica e sempre più vede l’erosione del pacifismo scritto nella Costituzione, non ignora l’impegno di una Chiesa che è promotrice di solidarietà, che contribuisce al rinnovamento della società in sintonia con l’animo giapponese.
 

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