Pena di morte: l'orrore arriva in streaming
Trump auspica un più ampio ricorso alla pena capitale, anche mediante fucilazione e impiccagione. In Israele, Ben-Gvir brinda all’approvazione della legge e rivendica la durezza del trattamento riservato ai prigionieri palestinesi. La disumanità degli orientamenti punitivi

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dopo essere tornato alla Casa Bianca, non si è limitato ad auspicare un più ampio ricorso alla pena di morte quale efficace deterrente e giusto risarcimento morale per le vittime, ma si è premurato di pronunciarsi anche sulle sue modalità di esecuzione: oltre alla iniezione letale, per aumentare l’effetto deterrente si sarebbe potuto, a suo giudizio, ricorrere alla fucilazione e all’impiccagione. Favorevole comunque, il Presidente Usa, al ripristino della tortura per simulazione di annegamento (« bring back waterboarding ») e pure al ricorso a metodi peggiori. Pensavamo che con questi accenti di bullismo punitivo avessimo toccato l’apice della ottusa e cinica disumanità. Inutile forse ricordare, date simili premesse, che gli Usa, nonostante la pena di morte e la popolazione penitenziaria più numerosa del mondo, hanno una percentuale di omicidi circa dieci volte superiore a quella dell’Italia e circa sei volte superiore a quella dell’Unione Europea. Ora, però, se confermasse la iniziale approvazione dell’idea del suo segretario alla Difesa Pete Hegseth di far eseguire una fucilazione in diretta streaming, il Presidente degli Stati Uniti potrebbe ascendere l’ultimo tratto per raggiungere la vetta della barbarie in un Paese democratico.
Dove troverebbe ad attenderlo il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir che ha fatto introdurre, con il decisivo sostegno del premier Benjamin Netanyahu, la pena di morte per chiunque – «eccettuati i cittadini e i residenti israeliani» – causi la morte di un israeliano «ove tale atto costituisca un atto di terrorismo». Con un cappio giallo appuntato sulla giacca, Ben-Gvir ha trionfalisticamente brindato, insieme ad alcuni parlamentari del suo partito, all’approvazione della legge affermando che la pena di morte costituisce un efficace deterrente e una adeguata forma di giustizia per le vittime. Il cappio – aveva dichiarato già prima dell’approvazione – è beninteso solo «una delle opzioni attraverso le quali applicheremo la pena di morte per i terroristi», facendo cenno alla sedia elettrica e all’iniezione letale. Ben-Gvir si è anche dichiarato orgoglioso delle condizioni sempre più penose dei prigionieri palestinesi sotto la sua supervisione, ai quali dovrebbe essere dato «il minimo del minimo» del cibo necessario. Anzi, ha tenuto ad aggiungere in altra occasione, «bisognerebbe sparargli in testa».
Non è difficile cogliere lo stretto legame tra questi due omologhi approcci al problema della giustizia e della sicurezza: si sostiene, temiamo in buona fede, che per rendere giustizia bisogna sopprimere la vita dell’omicida, possibilmente mediante una pubblica esibizione della draconiana risposta sanzionatoria per fini di intimidatoria deterrenza. Speriamo che questa disumanità contrabbandata per giustizia e per garanzia di sicurezza sociale non influenzi anche il nostro futuro nazionale, facendo ulteriormente procedere il Paese, direbbe forse oggi Leopardi, verso le «disastrose sorti e regressive».
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