Ora per l'ex Ilva c'è lo sciopero ad oltranza e per l’indotto la cassa integrazione
di Cinzia Arena
Il Consiglio dei ministri in serata ha approvato il decreto che estende gli ammortizzatori sino a fine giugno. A Taranto bloccati gli accessi alla raffineria Eni: disagi per i trasporti. Il vescovo di Genova Tasca incontra i manifestanti: «Proteggere le famiglie»

Altre due giornate di sciopero, strade bloccate e presidi notturni. Da Taranto a Genova a Novi Ligure la rabbia si mescola alla disperazione. Dopo l’adesione massiccia di lunedì i tre sindacati confederali ieri mattina hanno proclamato altre 48 di mobilitazione generale. Si va avanti ad oltranza sperando in una nuova convocazione a Palazzo Chigi prima che sia troppo tardi. .
Per l’ex Ilva il conto alla rovescia è iniziato la settimana scorsa: da venerdì l’area a caldo dell’acciaieria di Taranto, è stata messa in stand-by. La chiamano “modalità di riscaldo” ma di fatto è l’anticamera dello spegnimento che scatterà, salvo un improbabile ribaltamento della situazione, il 24 ottobre. Nel capoluogo pugliese la tensione è alle stelle. Manca una prospettiva industriale, un’alternativa credibile ripetono all’unisono sindacati e lavoratori. I blocchi stradali hanno paralizzato le statali e reso impossibile l’accesso alla vicina raffineria Eni. Senza i rifornimenti si rischia lo stop con gravi ripercussioni sul fronte di trasporti. In serata Enilive ha dichiarato il “fuel shortage” negli aeroporti di Bari e Brindisi, e oltre 50 dei circa 300 punti vendita hanno esaurito le scorte di benzina.
«Il governo non può pensare che la soluzione sia solo l’ammortizzatore sociale – ha sottolineato Biagio Prisciano, segretario generale della Fim Cisl Taranto Brindisi –. Dobbiamo parlare anche degli strumenti straordinari che servono ai lavoratori: il prepensionamento, la questione dei lavori usuranti, l’incentivo all’esodo su base volontaria. Sono tutte questioni che devono essere affrontate». Francesco Brigati, segretario generale della Fiom Cgil Taranto ha assicurato che le proteste proseguiranno ad oltranza. Tra le priorità «il tema della continuità produttiva per quanto riguarda l’area a freddo», sul quale «al momento non sono arrivate risposte». Domani ci sarà un incontro in Regione con il presidente Antonio Decaro.
Altrettanto critica la situazione a Genova dopo l’annuncio di Acciaierie d’Italia di “una fermata temporanea generale” dell’impianto di Cornigliano (e di quello piemontese di Novi Ligure). A dare sostegno morale ai manifestanti l’arcivescovo Marco Tasca che si è recato nel pomeriggio al presidio permanente. «Non mi pare una cosa nuova che la Chiesa di Genova stia dalla parte del lavoro» ha detto ricordando che l’attenzione non è solo teorica ma «significa stare dalla parte di chi vuole difendere l’occupazione, la famiglia e la propria stabilità». Lunedì il presidente della Regione Marco Bucci aveva assicurato la presentazione di un piano per tenere aperto lo stabilimento senza l’acciaio tarantino. I sindacati ieri hanno incontrato in prefettura il ministro Matteo Piantedosi che ha confermato la possibilità che Genova e Novi Ligure «possano continuare a proseguire il loro lavoro anche a prescindere da quello che succederà. Però chiaramente noi siamo interessati al salvataggio complessivo».
La prima risposta dell’esecutivo passa dagli ammortizzatori sociali. Con un decreto-legge e una copertura prevista fino a giugno 2027 si punta ad ampliare la cassa integrazione che oggi riguarda circa 4500 dipendenti. Numeri che potrebbero raddoppiare senza considerare quelli dell’indotto per i quali è prevista una cassa in deroga. Il governo però non considera la partita giudiziaria persa e ha approvato la norma per blindare l’area a caldo. L’obiettivo è mantenere gli impianti in modalità di preriscaldo, senza produzione, sterilizzando il rischio di uno spegnimento definitivo in attesa che la Corte di Cassazione si pronunci, il prossimo 20 ottobre, sui ricorsi legati alla sentenza della Corte d’Appello di Milano.
In questo clima agitato la gara per la vendita dell’acciaieria resta in evoluzione: il termine per presentare le offerte finali è stato prorogato dal 15 ottobre all’8 novembre. Sarà quindi il progetto industriale del futuro acquirente, insieme alle risorse disponibili e agli sviluppi giudiziari, a definire quale sarà il futuro del gruppo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





