Il Nobel può attendere, gli studenti no: la bella lezione di Michael Woodford

L'economista della Columbia University insignito del prestigioso riconoscimento, dopo il premio è andato a fare gli esami. Perché la grandezza di un professore si misura anche dai doveri che continua a riconoscere come tali.
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October 14, 2026
L'economista Michael Woodford
L'economista Michael Woodford
Nel giornalismo, capita di imbattersi in notizie eccezionali che fanno scalpore, ma anche in gesti normali che finiscono per apparirci straordinari. Uno arriva dagli States, in un video che sta facendo il giro dei social network. Lunedì, l’economista della Columbia University Michael Woodford viene insignito del premio Nobel per le Scienze economiche, insieme al collega Robert E. Hall. Una telefonata da Stoccolma gli notifica il riconoscimento per antonomasia. Subito il suo cellulare diventa rovente, le autorità si complimentano, la stampa internazionale lo cerca… Ma - ed è il ma che qui ci interessa - nell’agenda del prof c’è già un impegno: deve incontrare i propri studenti e sottoporli a un esame. Certo, se decidesse di rinviare, anche solo per smaltire l’emozione, chi potrebbe rimproverarglielo? Ma non lo fa. Mette il mondo in stand by e si reca di buon passo in aula. Nel video gli studenti, che fra smartphone e passaparola hanno saputo già tutto, lo salutano con applausi scroscianti. Lui sorride e ringrazia, imbarazzato. Poi fa ciò che è pagato per fare: insegnare.
Va da sé, gli imprevisti esistono, gli impegni istituzionali o personali sono legittimi. E un docente universitario, come chiunque, ha diritto a pause di respiro durante il proprio lavoro, perfino a periodi “sabbatici” per far spaziare la mente. Tuttavia, in una giornata che offrirebbe a chiunque una giustificazione per cambiar programma, Woodford non pospone l’insegnamento alla fama: per lui il Nobel può attendere, i suoi studenti no. Perché corsi ed esami non sono attività accessorie da tenere nel tempo che avanza tra una conferenza e un’ospitata in tv. Sono il primo dovere della missione di un professore. E il Nobel non cancella quegli obblighi. Anzi li illumina, giacché la conoscenza vale poco se rimane confinata in saggi o articoli scientifici dal citation count stellare: deve essere trasmessa, messa alla prova e affidata alle nuove generazioni.
Chissà, forse quel video sarebbe utile da proiettare anche in altre università, compresa qualcuna nostrana, a uso di quella quota (confidiamo minima) di docenti che sembrano considerare l’aula un incomodo, un obbligo da somministrare col contagocce o da scaricare sugli assistenti. La casistica è varia: c’è chi riduce le lezioni al minimo perché deve esercitare la professione privata; chi trova sempre un incarico più urgente; chi rincorre le telecamere e i salotti televisivi, o ha sempre in canna un tweet da postare. Senza dimenticare i «lei non sa chi sono Io», per cui il titolo accademico non è una responsabilità ma un “chiarissimo prof.” sul biglietto da visita, una rendita di posizione, un “baronato”. E poi ci sono i professori alla Woodford, rigorosi ma presenti, e ciascuno di noi ne ha incontrato almeno uno a cui sarà grato per sempre. Il problema non è certo uscire dall’università, ma dimenticarsi di doverci tornare. Gli studenti non sono comparse di un palcoscenico, hanno il diritto di trovare i docenti al proprio posto, in aula e negli orari di ricevimento. E l’università trasmette conoscenze, ma anche esempi: un professore puntuale e cortese insegna ancor prima di iniziare a parlare. Chi svicola o s’assenta di frequente, testimonia inevitabilmente invece lo sprezzo per regole e doveri.
Ora, non sappiamo se Woodford abbia valutato tutto questo mentre si recava agli esami. Probabilmente, per lui si trattava semplicemente di rispettare un impegno quotidiano. Perché la cattedra, ogni cattedra, non è un piedistallo per guardare gli altri dall’alto in basso, ma il luogo dal quale mettere ciò che si sa al servizio di chi deve ancora imparare. In fondo, il Nobel può consacrare uno scienziato, la professione può garantirgli successo e denaro, la tv e il web possono renderlo famoso. Ma niente sostituisce il dovere di insegnare. Ed è questa, ci pare, la semplice e non retorica lezione dell’economista Woodford: non sentirsi mai dispensati dai propri obblighi, neppure quando, come dicono i nostri ragazzi, si è al top. Perché la grandezza di una persona non si misura dai privilegi che può permettersi, ma dai doveri che continua a riconoscere come tali. Senza farsi scudo con la propria, reale o asserita, importanza.

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