La fine della guerra e le parole di De Gasperi a Parigi
Dall’ultimo saggio di Roberto Spazzali De Gasperi, spesso oggi accusato di non essere stato fermo sulle nostre regioni orientali, emerge come acceso sostenitore di un plebiscito (mai concesso)

«Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me». Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi è a Parigi, il 10 agosto 1946, quando pronuncia una delle frasi più celebri della nostra storia. Ha di fronte le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, determinate a schiacciare un’Italia che tale guerra aveva contribuito a scatenare. De Gasperi, che da sempre è stato antifascista, ora si trova nella scomoda e avvilente situazione di dover difendere l’Italia ormai repubblicana e ben lontana dal regime che l’aveva sconvolta, ma trattata con disprezzo. «Contro di me è soprattutto la mia qualifica di ex nemico – continua – che mi fa considerare come imputato». Interessantissimo, allora, è scoprire oggi che quel celebre incipit non esisteva. Fu aggiunto all’ultimo momento in una seconda versione del discorso, insieme ad altre modifiche che smussavano il testo originale e le asperità di un De Gasperi indignato contro chi, pur vincitore, decideva illegittimamente del destino dei popoli.
Lo rivela l’ultimo saggio dello storico triestino Roberto Spazzali, 1946, una pace ancora lontana. La Cortina di ferro sulla frontiera orientale italiana nelle cronache di Radio Venezia Giulia (ed. Deputazione di Storia patria per la Venezia Giulia, pagine 112, euro 20,00): un libro ricco di sorprese e documenti inediti che lo storico ha scoperto nei dattiloscritti di Radio Venezia Giulia, l’unica emittente che in quei convulsi giorni di 80 anni fa trascriveva tutti gli interventi in corso alla Conferenza di Pace di Parigi. «Si tratta di un patrimonio di informazioni fino ad oggi sconosciute, preziose per la ricostruzione dei fatti e per comprenderne la genesi», afferma Spazzali. Il “corrispondente” da Parigi per la radio era un personaggio d’eccezione, quell’Antonio De Berti che era stato deputato fino al 1924, di formazione mazziniana, poi socialista e amico personale di Saragat, in quel momento presidente dell’Assemblea Costituente. De Berti, presente a Parigi come membro della delegazione giuliana, era zio del direttore della radio (il giornalista e scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini), e al nipote inviava le notizie e la rassegna stampa internazionale.
Alla luce di tali corrispondenze giornalistiche, De Gasperi, spesso ancora oggi accusato di non essere stato fermo nel discutere le sorti delle nostre regioni adriatiche orientali, emerge invece come acceso sostenitore di un plebiscito (mai concesso) con cui la popolazione avrebbe autodeterminato se restare italiana o passare alla Jugoslavia. «Radio Venezia Giulia trasmise il discorso originale, quello che De Gasperi aveva concordato con i suoi ministri, mentre in simultanea a Parigi il presidente del Consiglio pronunciava la nuova versione, meno dura e introdotta da quella amara constatazione, “tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”». Che cos’era successo? Perché i passaggi più severi erano stati smussati? – si chiede Spazzali, tra le mani il dattiloscritto radiofonico datato 10 agosto 1946 –. La delegazione giuliana presente a Parigi che, avendo letto il primo testo, si aspettava di ascoltarlo tale e quale dalla bocca di De Gasperi, minacciò di lasciare immediatamente la capitale francese.
Quali che fossero le pressioni subìte da De Gasperi per questioni di equilibrio politico, ora capiamo meglio anche la delusione di don Luigi Sturzo, che «in un’intervista a una rivista francese, nella quale polemizzava contro gli Stati Uniti per le clausole fortemente penalizzanti contro l’Italia, criticava apertamente anche De Gasperi, accusato di essersi adeguato alla linea morbida», spiega lo storico. Colpisce il fatto che ad essere “ammorbidito” nei toni sia proprio il tema del plebiscito così caro a De Gasperi, che comunque resta veemente anche nella nuova versione: “Voi avete dovuto far torto all’Italia rinnegando la linea etnica, avete abbandonato alla Jugoslavia la zona di Parenzo e Pola senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali…”». Carta Atlantica ridotta a carta straccia, perché la storia la tracciano i vincitori. D’altra parte, rileva Spazzali, non era facile per nessuno organizzare un plebiscito tra gli abitanti dell’Istria e di Fiume: «In quei mesi la regione era stata visitata più volte dai commissari inviati dagli Alleati per capire se la popolazione fosse a maggioranza italiana o slava, ma questo causò continue manifestazioni popolari contrapposte per convincere la commissione. Nelle piazze gli italiani con il Tricolore in mano e il Va’ pensiero chiedevano giustizia, ma centinaia di slavi venivano inviati nelle città a preponderanza italiana per dimostrare il contrario, era un caos». Tra l’altro nella zona presidiata dagli anglo-americani ognuna delle parti manifestava liberamente, non così nell’area controllata dai comunisti di Tito, dove erano ammesse manifestazioni a senso unico. Dunque nessuno era certo di vincerlo, un eventuale plebiscito. Inoltre come organizzarlo con quel rimescolamento di popoli? Chi aveva diritto al voto? «Le anagrafi erano state deliberatamente distrutte, molti italiani erano già esodati e poi non dimentichiamo che in Italia non si votava dal 1924, dunque le liste elettorali non erano più state revisionate… Mettiamoci anche i dispersi non tornati ma forse ancora vivi, i prigionieri di guerra, gli internati nei lager e nei gulag, la sparizione degli infoibati e dei civili condannati dai cosiddetti tribunali popolari. Affrontare un voto era davvero difficile».
Il 1946 è dunque un anno di tensioni fortissime in cui si scatenano scioperi politici, intimidazioni, sparizioni, persecuzioni religiose, atti terroristici culminati nella strage a Pola sulla spiaggia di Vergarolla il 18 agosto. «Bisognava inesorabilmente piegare la resistenza passiva della popolazione, soprattutto nella penisola istriana, dove la gente viveva momenti di trepidazione e paura. La fine di una guerra dovrebbe portare pace e libertà, ma qui non era ancora arrivata». È in questo clima che il 15 ottobre 1946, oggi 80 anni fa, la Conferenza di Pace si concluse, («il 10 febbraio 1947, data rimasta impressa nel Giorno del Ricordo, fu solo un atto notarile – sottolinea Spazzali – tutto era già stato deciso quattro mesi prima»). A De Gasperi non si diede nemmeno la possibilità di un’ultima parola, che nei processi si concede anche ai condannati. L’ultimo intervento fu invece del delegato del Sudafrica Jan Christiaan Smuts – tutto è dettagliato nei reportage di Radio Venezia Giulia –, autorevole personaggio politico che in patria aveva ben conosciuto i problemi dell’autodeterminazione e dei rapporti tra gruppi etnici contrapposti e per questo parteggiava per l’Italia. La situazione della Venezia Giulia gli era ben nota: suo figlio era ufficiale del Governo Militare Alleato a Trieste.
Invano Ivanoe Bonomi, a breve primo presidente del Senato della Repubblica italiana, propose un referendum sul Trattato di Pace tra l’intera popolazione italiana, visto che in ballo c’erano questioni nazionali come la perdita di Briga e Tenda cedute alla Francia, la rinuncia alle colonie, le esorbitanti richieste di danni di guerra, «addirittura l’Italia fu condannata a sborsare una cifra per aver partecipato alla Conferenza di pace del 1938 a Monaco, dove la Cecoslovacchia fu smembrata e i Sudeti ceduti a Hitler. In realtà anche Francia e Regno Unito avevano partecipato e firmato, ma di questo nessuno fiatò». Così i quattro ministri degli Esteri delle potenze vincitrici dichiararono che si era già speso troppo tempo sulla questione giuliana e il 15 ottobre si giunse a soluzione. De Gasperi, com’è noto, non firmerà quel Trattato, atto dignitoso e coerente ma vano, al suo posto lo ratificherà l’Assemblea Costituente. Quel 15 ottobre di 80 anni fa si determinarono molte realtà dell’Italia di oggi, «come le basi militari americane sul territorio italiano, oggi basi Nato, dunque chi parla di smantellare Aviano, Vicenza, Pisa e le altre dovrebbe revisionare il Trattato di Pace di Parigi. Sono cose che non si sanno».
Come non si sa, ma si legge chiaro sui resoconti di Radio Venezia Giulia, che quando Molotov, ministro degli Esteri sovietico e delegato al tavolo della pace, non poteva essere presente, inviava Andrej Vyšinskij, noto come il “giudice-boia”, colui che era stato il procuratore generale delle grandi purghe di Stalin. Un criminale degno dei nazisti, «eppure rappresentava il mondo moderno e sedeva a quel tavolo, dando spesso corda alla diplomazia jugoslava. In queste mani era la pace... Rileggendo le cronache di Radio Venezia Giulia vedo spesso il mondo di oggi, con le odierne proiezioni imperialistiche, la storia si ripete sempre».
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