Non risposte ma domande: che cosa ci insegna il silenzio dei Padri del deserto
In una società sommersa da rumori e parole, riscoprire il valore della pausa e del dubbio con gli insegnamenti dei monaci cristiani

In un saggio uscito qualche anno fa, Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo (Raffaello Cortina Editore), l’antropologo David Le Breton metteva in guardia contro «le imprese di liquidazione del silenzio» che prosperano nelle nostre città. Dalle imposizioni sonore come le musiche di sottofondo nelle stazioni della metropolitana o nei centri commerciali, fino alle nostre case, dove raramente ci capita di evitare i rumori, che siano la televisione accesa o il traffico che proviene dalla strada.
A ciò si aggiunge il perenne flusso di parole o di suoni che ci impone la società della comunicazione. «Il solo silenzio che la comunicazione conosca – scriveva Le Breton – è quello del guasto, della défaillance della macchina, dell’arresto di trasmissione. E’ cessazione di tecnicità, più che emergenza di un’interiorità. Il silenzio diviene allora reperto archeologico. Al tempo stesso però, il silenzio risuona come una nostalgia, fa appello al desiderio di un ascolto senza fretta del fruscio del mondo. L’ubriacatura di parole rende invidiabile il riposo, il godimento di pensare. E il silenzio, da rimosso che era, acquista un valore infinito».
Una lezione che si può recuperare attraverso la voce dei Padri del deserto, che secoli fa si sono fatti eremiti proprio scegliendo il silenzio e che nei loro scritti ci forniscono indicazioni preziose per la nostra ricerca interiore. Come?
Innanzitutto coltivando il dubbio: “Non so” è una delle risposte più frequenti che potevano ascoltare i visitatori che si recavano presso di loro per chiedere consigli. È il caso di Antonio il Grande, uno dei fondatori del monachesimo cristiano, che prima di ogni altra cosa invitava a tacere, a fare silenzio dentro di sé, a liberarsi dai problemi cogenti della vita quotidiana e a svuotarsi di quella cosa ingombrante che si chiama io. Lo spiega bene GianMarco Tondello in un librettino pubblicato da Qiqajon col titolo Cercatori di vita (pagine 80, euro 9) e che è il frutto di un esperimento compiuto con alcuni giovani ospiti della comunità di Bose - Auro, Giosuè, Luigi e Martina - con i quali è nato un confronto sulle questioni esistenziali che più loro premevano cercando le risposte nei detti dei Padri della tradizione monastica.
Come rileva padre Roberto Pasolini nella prefazione, questo libro è «un attraversamento nel deserto delle domande, che la vita non risparmia a nessuno». I Padri non sono «figure da imitare a distanza, ma interlocutori vivi». Che «non ci rispondono mai come ci aspetteremmo. Non semplificano, non chiudono, non risolvono. Aprono. Spesso con poco; un silenzio, un’immagine, una parola appena accennata. Eppure, in questa essenzialità, accade qualcosa».
Il “non so” di Antonio è simile all’invito di Gesù a farsi come bambini e a riscoprire la capacità di stupirsi, per poter arrivare a capire come continuare la strada. Le domande che tutti prima o poi ci poniamo – che senso ha la vita? perché c’è il dolore? come uscire dalla tristezza o dalla malinconia? come rapportarsi con gli altri, con coloro che non sopportiamo? come vivere l’amore e la sessualità senza rendere l’altro un oggetto o una preda? – possono trovare una risposta grazie al silenzio e allo scavo interiore. Come indica Isacco di Ninive: «Beato l’uomo che conosce la propria debolezza». O Simeone lo Stilita: «Ricordate che c’è un altrove, che la vita comincia là dove finisce». O Sincletica, che dinanzi ad espressioni come l’ira o il rancore dice: «Non è mai bene scagliarsi con ira contro un uomo, anche se ha commesso il male. Odia la malattia, non il malato». O ancora Simeone il Nuovo Teologo a proposito dell’accumulare ricchezze: «Date ciò che avete, perché non vi appartiene. E dopo averlo fatto non beatevi della vostra bontà. (...) Non donerai più solo ciò che hai, ma ciò che sei».
Attraverso le parole di questi e altri Padri del monachesimo come Basilio di Cesarea e Massimo il Confessore, questo libretto racconta come il deserto esteriore possa diventare la via per il deserto interiore. Dove la lotta contro le passioni non diventa, come negli stoici, imperturbabilità ma battaglia per la vita. «Gli antichi greci – scrive Tondello nell’introduzione – raggiungevano l’oracolo più vicino, i primi cristiani invece cercavano i folli. Vi sembra strano? È vero, forse ci siamo abituati a pensare ai cristiani come a gente terribilmente prevedibile e scontata. Eppure, generazioni e generazioni di credenti in Gesù si sono fatte bambini e hanno attraversato i deserti alla ricerca di persone talmente pazze da essere irrimediabilmente vere». Per questo vale la pena ancor oggi predisporci all’incontro con questi “influencer alla rovescia”.
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