Nobel Letteratura: Anne Carson e la lingua che sfugge alla forma
La scrittrice canadese intreccia versi, prosa e pensiero in una scrittura che parte dai frammenti e diventa poesia, meditazione filosofica, riflessione

In questo momento si trova in Islanda, ad ascoltare il vento. Lo riferisce di lei Ingrid Carlberg, segretaria permanente dell’Accademia Svedese. Lei è Anne Carson, 76 anni, Premio Nobel per la Letteratura 2026. Poetessa e saggista canadese, tra le voci più acclamate della letteratura anglofona contemporanea, si è distinta nel tempo anche come traduttrice dal greco e classicista, soffermandosi con particolare interesse sulla poesia di Saffo e sulla tragedia di Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Ha vinto il Nobel «per la sua opera audace e creativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea», spiega l’Accademia di Svezia. Già vincitrice in passato di numerosi riconoscimenti internazionali, come due premi Griffin per la poesia, nel 2001 e nel 2014, e il premio Principessa delle Asturie, nel 2020, alla vigilia del Nobel era tra i nomi favoriti dagli scommettitori insieme alla scrittrice Can Xue, ad Haruki Murakami, Gerald Murnane e Thomas Pynchon, oltre ad altri nomi circolati come Margaret Atwood, Jamaica Kincaid e Cristina Rivera Garza.
Carson – le cui opere fondono insieme, con alterna preponderanza, versi, estratti di prosa, studi, dialoghi teatrali e traduzioni di classici antichi e contemporanei – ha insegnato in molti atenei americani, tra cui le università di Princeton e Berkeley, ed è la diciannovesima donna a vincere il prestigioso premio, a fronte dei 104 uomini che lo hanno ricevuto in passato; l’ultima prima di lei è stata la scrittrice sudcoreana Han Kang, nel 2024. È inoltre la seconda scrittrice canadese a ricevere il riconoscimento, dopo Alice Munro, premiata nel 2013.
In Italia è apparsa per la prima volta nel 2000 con Autobiografia del Rosso, pubblicato da Bompiani; nel 2010 Donzelli ha pubblicato Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, ma il lavoro più continuativo con l’autrice forse l’ha fatto la casa editrice Utopia, che ha pubblicato quattro dei suoi libri, tutti nella traduzione di Patrizio Ceccagnoli: Economia dell’imperduto, con uno scritto di Antonella Anedda, nel 2020, Eros il dolceamaro, con uno scritto di Emmanuela Tandello, nel 2021, Decreazione, nel 2023 e La Norma sbagliata nel 2025. Vanno ricordati poi i libri pubblicati da Crocetti: l’ultimo, ad aprile scorso, è stato Il genere del suono. Un’esplorazione del suono secondo la prospettiva di genere; prima ci sono stati Come l’acqua, Vetro, ironia e Dio ed Era una nuvola. Proprio in concomitanza con l’annuncio del Nobel, Crocetti ha annunciato che nella primavera del 2027 arriverà nelle librerie italiane Antigonick, una rivisitazione di Antigone, la tragedia di Sofocle a cui l’autrice, tra le maggiori esperte al mondo di letteratura classica, dà nuova vita. Sempre in tema di nuove uscite, anche La nave di Teseo annuncia un nuovo libro di Carson, dopo che nel 2020 aveva ripubblicato, nella traduzione di Sergio Claudio Perroni, Autobiografia del Rosso, opera unica, insieme canto lirico e narrazione, riscrittura di un mito greco e moderno romanzo di formazione. Nel 2022, per La Tartaruga, era uscito La bellezza del marito. A fine novembre arriverà Red Doc>, una miscela di poesia, dramma e narrazione, in cui Carson accompagna Gerione – il personaggio dalle ali rosse già protagonista di Autobiografia del Rosso, qui chiamato semplicemente “G” – verso l’età adulta, guidandolo attraverso i complessi labirinti della modernità, evocando lo spirito di Proust e contrapponendo il desiderio di volare al bisogno di famiglia e di casa.
Leggere Carson significa affrontare un viaggio nell’intelletto, nell’immaginazione e nell’anima. I suoi sono libri pieni di domande. Con lei il lettore ha la sensazione di trovarsi spesso sul «margine dell’acqua», come dice lei stessa. Una soglia fluida, dove la lingua si scioglie e la forma sfugge. È curioso che, raggiunta dalla telefonata che le comunicava di aver vinto il Nobel, fosse intenta ad ascoltare un altro elemento sfuggente come l'acqua, il vento: un elemento naturale non monolitico, come non monolitica è la lingua. In La Norma sbagliata Carson parte proprio dalla frammentazione per generare un flusso, e l’elemento naturale diventa metafora dell’immaginazione, ma anche del pensiero, del linguaggio, in testi – i suoi – che sono sempre più cose insieme: saggi, poesie, narrazioni, meditazioni filosofiche, in uno sconfinamento di generi che non destabilizza, semmai porta più in là. Carson è scrittrice libera, non ha restrizioni di forma. In Decreazione amplia i sensi in una lettura non necessariamente continua, ma sparsa, esplorativa nel senso più largo del termine. La sua è una scrittura capace di portare oltre l’io, con tensioni stilistiche continue e una lingua che va controcorrente, con un tono «meditativo, personale e memorialistico, ma sfuggente e spiazzante allo stesso tempo», come ha scritto di lei Ceccagnoli. Carson si rivela e si nasconde, sfugge come l’acqua, o come il vento che sta ascoltando in Islanda.
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