A un anno dal cessate il fuoco a Gaza, il rischio di un "successo fallimentare"
Lappello di oltre 500 ex diplomatici e ministri: l’Unione europea agisca su insediamenti, armi e accordi commerciali prima del vertice del 12 ottobre

Si afferma, solitamente, che la diplomazia fallisce quando non è in grado di prevenire un conflitto, o di evitare l’escalation, cioè la progressiva intensificazione della violenza armata. Esistono però situazioni tragicamente ambivalenti, in cui, in modo paradossale, la diplomazia può riuscire e fallire nello stesso tempo. Sono casi, speculari, dei “fallimenti di successo” e dei “successi fallimentari.” Un fallimento apparente può rivelarsi, nel tempo, un successo sostanziale, mentre un successo conclamato può condurre ad esiti fallimentari. Dipende dalla natura della disputa o del conflitto, dalla buona fede o doppiezza delle parti, dal contesto in cui essa opera. La Conferenza di Roma sul Libano nel 2006 fu un “fallimento di successo” perché non riuscì a proclamare il cessate il fuoco tra Israele e Libano (anzi Hezbollah), ma aprì la strada al dispiegamento missione Unifil II, un’operazione di mantenimento della pace che ha funzionato, tra alti e bassi, per ben vent’anni.
C’è tuttavia un’altra tipologia, quella del “successo fallimentare”. È questa la categoria con cui potremmo interpetrare il cessate il fuoco a Gaza, raggiunto e proclamato un anno fa, l’undici ottobre 2025. Un successo fallimentare, perché l’accordo è riuscito a risolvere la questione dello scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi (la cosiddetta fase 1), a ridurre, in parte, la violenza distruttiva e omicida della macchina bellica israeliana nella Striscia, ma non certo a chiudere definitivamente il conflitto.
A Gaza, 1.400 palestinesi, tra cui 200 bambini, sono stati uccisi nell’anno successivo al «cessate il fuoco» dall’11 ottobre 2025. Dagli atroci attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, il bilancio scioccante delle vittime inflitte dalle operazioni militari israeliane è salito a 74.000, tra cui oltre 21.600 bambini, con 175.000 feriti. La situazione umanitaria rimane disastrosa per i 2 milioni di persone stipate in meno del 40% della superficie di Gaza, con forniture inadeguate di tutti i beni essenziali per la vita umana – cibo, servizi igienico-sanitari, elettricità, alloggi, forniture mediche – a causa delle restrizioni draconiane imposte dal governo israeliano in spregio ai principi umanitari e alle misure provvisorie e al parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024/2025. A Gaza, non c’è più un solo ospedale operativo. Non c’è stato alcun disarmo di Hamas, né alcun ritiro significativo della presenza militare israeliana: due percorsi strettamente collegati. La ricostruzione è bloccata, mentre i piani del «Consiglio di Pace» per il rilancio di Gaza rimangono inattivi e appaiono destinati al fallimento. Ai giornalisti internazionali è ancora vietato l’accesso.
Come se non bastasse, tra poche settimane il governo israeliano, incurante degli appelli internazionali, aggiudicherà gli appalti per la prima tranche del progetto di insediamento illegale E1, che dividerebbe in due la Cisgiordania e renderebbe impossibile la soluzione dei due Stati, l’unica in grado di risolvere il conflitto israelo-palestinese. Alcuni Stati membri dell’UE hanno introdotto misure nazionali contro gli insediamenti illegali, ma altri, tra cui Germania e Italia, continuano a bloccare sistematicamente l’adozione di qualsiasi misura a livello UE, rendendosi così di fatto complici di una situazione che mina sia i valori dell’UE sia la soluzione dei due Stati. Le forniture di armi ad Israele da parte di diversi stati europei continuano.
Nel suo discorso al Parlamento europeo del settembre 2025, la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha affermato che i cittadini europei si chiedono quanto la situazione debba peggiorare prima che vi sia una risposta unitaria. È giunto da molto tempo, per l’Unione e i 27 stati membri, il momento di agire, sospendendo, ad esempio, le disposizioni commerciali dell’Accordo di associazione UE-Israele. È quanto chiedono, con un ennesimo appello, assieme ad altre misure, oltre 500 ex ministri, ambasciatori e alti funzionari europei. Dopo un altro anno di violenze e pulizia etnica perpetrate dal governo israeliano contro il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, i ministri degli Esteri della UE si riuniranno il 12 ottobre. È il momento della verità, affinché l’Unione Europea non diventi essa stessa, per Gaza e la Cisgiordania, partecipe di un tragico e scandaloso “successo fallimentare”.
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