Eugenio Montale, a Venezia la sua «musa minore»

Escono nuovi saggi e monografie sul poeta. Su “Autografo” le missive a Franca Trentin Baratto animatrice della vita culturale in laguna
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October 20, 2026
Eugenio Montale, a Venezia la sua «musa minore»
Un'immagine storica di Franca Trentin con padre Silvio
S i è da poco assottigliato l’eco del centenario degli Ossi di seppia, ma la fortuna critica di Eugenio Montale non accenna a spegnersi. Forse perché – per usare la terminologia tipica dell’estetica della ricezione – sull’asse dell’orizzonte d’attesa lo scarto delle opere montaliane è ancora alto, pungente. Non è solo questione di nuove strategie di lettura o revisioni interpretative. Continuano a venire a galla inediti (l’ultimo, clamoroso, I grattacieli, scoperto da Ida Duretto nel 2023 tra i taccuini depositati al Centro Manoscritti di Pavia) che aggiungono carne al fuoco, fanno scattare clic improvvisi nei commentatori, lasciando intravedere il «lavoro del poeta» – per utilizzare un’espressione di Niccolò Scaffai –, alcune piste biografiche meno battute, l’envers du décor creativo e spirituale.
Nel prossimo numero della rivista “Autografo” (76, XXXIV), in uscita tra qualche tempo per Interlinea, è incluso un interessante saggio di Elena Santagata dal titolo Tra la laguna e la Senna: lettere di Eugenio Montale e Drusilla Tanzi a Franca Trentin Baratto. Quest’ultima è una figura davvero centrale del Novecento veneziano: un’«autentica passeuse» e «mediatrice di incontri culturali», capace di allestire un salotto per artisti e intellettuali in una sorta di «illuminismo caldo». Assieme a Margherita Dalmati e Lea Quadretti, Trentin Baratto entra nel novero delle cosiddette «divinità in incognito», «muse minori, protettrici del comico e del quotidiano, che trovano forse voce dietro l’anonimato di alcune apparizioni muliebri». Santagata dispiega con acribia tutta la parabola esistenziale di Franca: dagli anni dell’infanzia, trascorsi in esilio tra Pavie, Auch e Tolosa (i genitori Silvio Trentin e Giuseppina “Beppa” Nardari erano stati convinti oppositori del fascismo), fino ai fulgori etico-politici dell’ambiente lagunare. Il prezioso carteggio con Montale e la Mosca è conservato nel Fondo Trentin-Baratto presso “rEsistenze. Casa della memoria e della storia”, nella sede di Villa Hériot alla Giudecca. Qui si riporta lo stralcio di una epistola dell’11 novembre del 1963: è la risposta del poeta al telegramma di condoglianze inviato da Franca per la scomparsa di Drusilla Tanzi (avvenuta il 20 ottobre). Commenta Santagata: «La lettera, così ricca di motivi e suggestioni, può essere considerata una prosa preparatoria di almeno tre componimenti confluiti in Satura, i due xenia Al Saint James di Parigi dovrò chiedere e “Pregava?” “Sì, pregava Sant’Antonio, oltre allo xenion, staccato dalla sua collocazione originale, Il grillo di Strasburgo notturno, che chiude idealmente, seppure in penultima posizione, la raccolta. La missiva conferma la riflessione montaliana intorno ai forti contatti tra prosa e verso, per cui la poesia, da un certo punto in poi, non è altro che una questione di spazi sul foglio».
Interlinea ha da poco mandato alle stampe il sesto volume dei Quaderni montaliani (VI, pagine 196, euro 25,00). In apertura Monica Schettino presenta un nucleo di corrispondenze composte da due lettere e due biglietti, scritte da Montale al giornalista e critico Raul Radice nell’arco di un cinquantennio (1925-1975). La sezione Saggi e Note raccoglie, poi, una serie di affondi critici abbastanza variegati. Il focus iniziale è affidato a Roberto Leporatti che indaga la componente «sommersa» degli Ossi di seppia, una linea germinale della «nascita, dissoluzione e resurrezione di un “canzoniere d’amore”». Enrico Testa propone, invece, penetranti osservazioni sulle ricorrenze sonore e sulle geometrie foniche della medesima raccolta, tenendo in considerazione anche il tono «ottativo» di alcune «forme enunciative». Chiude la triade tematica l’intervento di Maria Silvia Assante che esplora le risonanze musicali degli Ossi, rintracciando impressioni derivate dalle «atmosfere sospese» di Claude Debussy e un prestito «dall’aria di Rodolfo e Mimì della Bohème di Puccini».
Spostando l’attenzione sul periodo fiorentino di Montale, Giovanni Palmieri si concentra sulle nuances più sulfuree, tenebrose e sul «controcanto» di Clizia, mentre Quinto Marini offre una prospettiva documentaria della Primavera hitleriana in virtù della testimonianza di un allievo ufficiale della scuola militare di Lucca che partecipò alla «trionfale giornata di Mussolini e di Hitler a Firenze» (9 maggio 1938). Se Carlo Danelon lavora sull’architettura macrotestuale di Fuori di casa, Umberto Fiori adotta una prospettiva personale e ravvicinata, restituendo una riflessione sul proprio rapporto con l’opera dell’autore genovese. Il blocco finale del fascicolo è occupato dalla Bibliografia montaliana, un esteso e rigoroso repertorio degli studi e degli articoli pubblicati nel biennio 2017-2018, la cui mappatura e catalogazione scientifica è stata curata da Paolo Senna.
Un ultimo cenno. Nel folto libro collettaneo Sulla poesia. Studi in onore di Stefano Carrai (a cura di Monica Marchi e Irene Tani, Sismel – Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, pagine XIV-537, euro 75,00), Franco Contorbia – montalista raffinatissimo che ha da pochi mesi compiuto ottant’anni ed è direttore onorario dei “Quaderni montaliani” assieme a Gianfranca Lavezzi, Anna Nozzoli e Stefano Verdino – ricostruisce la storia, a tratti esilarante, del «fantasma di un verso» tramandato oralmente che «si aggira sui margini delle bibliografie di Montale»: si tratta – parola di Oreste Macrì – di un «doppio quinario sdrucciolo cantato con voce baritonale». Ed ecco Montale che sin dal 1933 intona alle Giubbe Rosse e in diverse altre occasioni: «Gatto De Libero Muscetta e Bo – bo bo bo – bo bo bo...». Dopo una scrupolosa ricostruzione genetica, Contorbia conclude vittorioso: «Ma il capostipite della trentennale “tradizione” di “Gatto, De Libero, Muscetta e Bo” (con o senza le virgole) è il lacerto di un saggio semiclandestino che Giansiro Ferrata ha scritto a quasi trent’anni dall’inventio montaliana. Credo che glielo si debba riconoscere per rispetto di una verità di fatto lungamente ignorata». Ne siamo lieti.

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