«Tra i ragazzi violenti c'erano italiani di buona famiglia. Ora servono adulti-adulti»
Parla don Claudio Burgio, cappellano del «Beccaria», educatore e presidente di Kayros. «A Milano non c'erano solo le seconde generazioni, ma anche diversi minori italiani. L'azione a cui abbiamo assistito è stata di tipo predatorio, serpeggiava da tempo e andava compresa prima. I decreti non basteranno»

Sono ragazzini tra i 14 e i 15 anni, in qualche caso anche meno. Diversi di loro sono italiani di seconda generazione con i genitori nativi del Nordafrica e provenienti dall’hinterland, certo. Ma attenti a infilarli nella generica categoria dei «maranza», a meno di far rientrare nella definizione (coniata negli anni 80 per bollare spregiativamente il popolo delle periferie allora abitate da emarginati italiani e rispolverata ai giorni nostri per i figli di nordafricani, ndr) anche i rampolli di connazionali e di famiglie della Milano bene, con un reddito tale da potersi permettere prestigiosi istituti privati cittadini.
L’osservatorio di don Claudio Burgio, cappellano del «Beccaria», educatore e presidente di Kayros, è il carcere minorile dove sono finiti quei ragazzi che nel weekend sono stati protagonisti dei disordini e dei saccheggi dei negozi in centro a Milano. «Ma - spiega - preferisco distinguere i disordini e gli assalti ai negozi dalle manifestazioni studentesche, che sono forse state l'innesco, ma la matrice e le ragioni soprattutto sono diverse».
Partiamo dai fatti violenti, sui quali anche don Burgio non vede chiaro, per capire le ragioni dei disordini. «Credo che ci sia una regia – prosegue – che andrà necessariamente compresa, perché secondo me non è possibile che il tam tam sui social abbia radunato così tanti ragazzini in un colpo solo. Bisognerà capire, senza complottismi, chi lo ha fatto partire. Può essere che vi sia anche qualche fonte internazionale. Sono stati coinvolti tanti giovanissimi, quindi 14 e 15 anni, qualcuno anche infraquattordicenne che si trovano in queste ore al “Beccaria”, il carcere minorile».
La totalità dei fermati pare completamente incosciente rispetto ai motivi soprattutto, quindi sono da escludere cause ideologiche e politiche. «Piuttosto - aggiunge il sacerdote, che ha grande esperienza di disagio minorile - hanno agito con uno stile predatorio che ha come scopo l’apparire, l'essere performanti e capaci di arricchirsi. Li ha mossi una rabbia esplosiva che serpeggiava già da molto tempo e che quindi andava già compresa e capita. Il problema è che questa rabbia li porta poi a compiere atti impulsivi e violenti senza una vera ragione e questa la cosa più sconcertante».
Un problema delle seconde generazioni che non si sono integrate? «C'erano anche ragazzi di seconda generazione, certo, a saccheggiare i negozi. Ma quello che mi ha colpito è che c'erano con loro diversi ragazzi italiani e anche di buona famiglia. Alcuni sono liceali, uno addirittura frequentava un istituto cattolico. Questo ragazzino, per esempio, aveva anche un coltello in tasca. Quindi vuol dire che questo disagio è molto trasversale, non riguarda più il ceto sociale, la famiglia di appartenenza, ma è una situazione che sta sfuggendo di mano anche a tante famiglie “normali” e anche buone famiglie. Quindi vuol dire che il problema è anche la solitudine interiore di questi ragazzi. C'è uno spaesamento identitario perché questi ragazzi non sanno a chi appartenere. Evidentemente non sono abituati a parlare, a ragionare con i loro genitori. Un conto è vestirli bene, un altro è accudirli e poi aiutarli a costruire un pensiero critico e questo manca del tutto nei ragazzi incontrati in questi giorni».
Per don Claudio servono in piazza le forze dell’ordine, ma soprattutto c'è bisogno di educatori per andare a fondo al problema e capire le ragioni. «Come mi dicono i ragazzi servono “adulti adulti”, veramente capaci di trasmettere il senso della vita, il perché delle cose che accadono. In queste manifestazioni di odio e di violenza c'è il non senso. Se domandi loro perché l'hanno fatto, i ragazzi che ho incontrato non te lo sanno dire. Quindi a Milano c’è stato un richiamo alle armi, ma senza un fondato motivo. Qualcuno genericamente parla di odio verso le forze dell'ordine perché li trattano male. Però sono ragioni deboli. Vuol dire che non hanno il senso dello Stato, né quello del limite della legge e hanno un senso di impunità che va affrontato». Ma come? «Da una parte è chiaro che ci vuole fermezza per scongiurare altri episodi del genere, anche se temo che ce ne saranno ancora. Dall'altra è chiaro che non bastano i decreti pur legittimi, non bastano gli interventi del governo. Non ce la caviamo così».
Un particolare ha colpito don Burgio e non va trascurato se si vuole capire cosa è successo nella folle due giorni milanese: «Penso a quell'immagine dei vestiti rubati e regalati ai senzatetto. Perché anche questa comunque racconta che c'è anche una cultura della giustizia fai-da-te. Questi ragazzi sono lontanissimi dalle istituzioni, da famiglie, Stato, Chiesa e quindi hanno comunque valori molto poco chiari. Per esempio c'è una solidarietà di alcuni ragazzi italiani nei confronti dei coetanei di seconda generazione. Perciò è una giustizia fai-da-te incontrollata e che dice il bisogno di interlocutori che aiutino a capire cos'è la vera giustizia e come si ottiene. Ma il mondo adulto in questo momento non è di grande aiuto».
E da dove possiamo ripartire? Il cappellano del Beccaria chiede unità. «In questo momento - conclude - serve allearsi e non dividersi, perché è chiaro che in queste ore ognuno incolpa l'altro. È un momento dove allearci, dove essere presenti, dove provare a trovare le ragioni comuni per educare questi ragazzi. È un processo lungo, però, e va cominciato dalla scuola».
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