Michele Placido: «Il mio Livatino in tv per papa Francesco»

Alla Festa di Roma la fiction sul giudice siciliano ucciso dalla mafia e beatificato da papa Bergoglio
Google preferred source
October 22, 2026
Michele Placido: «Il mio Livatino in tv per papa Francesco»
Una scena della serie in due puntate “Livatino. Il giudice e i suoi assassini” con Giuseppe De Domenico nel ruolo del magistrato
Il 9 maggio 2021 Rosario Livatino è diventato il primo magistrato beato della Chiesa cattolica. A ripercorrere gli ultimi anni della sua vita, interrotta brutalmente da un commando di giovani killer sulla statale Caltanissetta-Agrigento il 21 settembre 1990, arriva su Rai1 (il 9 e 10 novembre) Livatino. Il giudice e i suoi assassini, serie tv diretta da Michele Placido e presentata ieri sera in anteprima alla Festa del Cinema di Roma alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
La serie ha avuto un ispiratore d’eccezione: papa Francesco. Placido racconta: «Quando sono andato ad Agrigento per la beatificazione di Livatino, nel suo ufficio ho visto dei documenti su cui lavorava, collaborando con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e ho pensato che sarebbe stata una storia interessante da raccontare. Un paio di mesi dopo ho ricevuto una telefonata: era papa Francesco che chiedeva di incontrarmi. Abbiamo trascorso insieme un’ora e mezza e lui, con il sorriso e l’empatia che gli erano propri, mi ha detto: “Volevo sapere se è vero che lei vuole fare un film su Livatino”. Gli ho risposto: “Adesso che me lo sta dicendo lei, sì”». Così ha preso il via il lavoro per la serie in cui emerge il ritratto di un giovane magistrato, prima sostituto procuratore e poi giudice a latere, la cui fede ha permeato l’intera, seppure troppo breve, esistenza: «Il compito del magistrato è quello di decidere ed è in questo decidere che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio perché rendere giustizia è la realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio» dice Livatino nella serie in cui ha il volto di Giuseppe De Domenico. E, ancora: «Quando ero al liceo ero molto religioso ma non capivo come Dio sopportasse le ingiustizie. Crescendo, ho capito che spetta all’uomo mettere in pratica la giustizia». De Domenico racconta: «Per interpretare Rosario Livatino mi sono interrogato su quale elemento potesse rendere “umano” un giudice che è diventato beato e che era caratterizzato dal rigore, dalla precisione e dall’intransigenza. Ho scelto una frase che lui pronuncia: “Ho paura di avere paura” perché, per un credente tutto fa parte della volontà di Dio e, dunque, affidandosi a Dio, non dovrebbe avere paura. La sua paura mi ha fatto capire che si può essere beati restando profondamente umani come è successo a lui».
Livatino. Il giudice e i suoi assassini prende il via con il giovane magistrato che capisce che la mafia non va colpita solo con le condanne ma anche nel patrimonio e negli interessi economici. Il suo destino da magistrato si incrocia presto con quello di un gruppo di giovani “stiddari”, cresciuti nella povertà e attratti dalla criminalità come via di riscatto, che avanzano nella provincia conquistando spazio e consenso in una vertiginosa scalata criminale. E che saranno i suoi assassini: «Il giorno dell’omicidio di Rosario Livatino, sulla statale Agrigento-Caltanissetta, le vite spezzate sono state più di una perché anche la condanna all’ergastolo dei suoi killer, con il suo “fine pena mai”, è in qualche modo una condanna a morte» osserva Leonardo Maltese che nella serie è Tano, autista del commando degli assassini del “giudice ragazzino”.
La serie si muove, insomma, su un doppio binario: «Da una parte c’è Livatino, che incarna il bene, il lato luminoso di questa storia. Un uomo che, quando comprende che il suo destino è segnato, rinuncia anche all’amore, al matrimonio, all’idea di una famiglia. Chiuso giorno e notte nelle stanze della Procura di Agrigento, è deciso a far avanzare la macchina della giustizia e a smascherare un sistema criminale dai confini molto più vasti di quelli apparenti: un universo che dal suo stesso palazzo si estende verso nord, fino a Roma e all’Europa, come un sangue velenoso – riprende Placido -. Dall’altra c’è il buio, la vita dei mafiosi di Cosa Nostra e degli stiddari agrigentini: giovani di origini modeste, sanguinari e ambiziosi, con una violenza pari ai Demoni dostoevskiani, che vogliono conquistare la testa di un impero invisibile, che va dalla terra ai supermercati, dai ristoranti alle imprese edili, fino agli appalti delle grandi opere».
Tra i tanti episodi raccontati nella serie, ce n’è uno particolarmente curioso che mostra nei televisori delle case di Agrigento la scena della morte del commissario Cattani, interpretato da Michele Placido ne La Piovra, ancora oggi una delle serie di maggior successo della storia della tv che andava in onda proprio in quegli anni. Tra coloro che seguono lo sceneggiato c’è Brenno Placido, il figlio di Michele che gli somiglia in maniera straordinaria e che in Livatino. Il giudice e i suoi assassini interpreta Roberto, il miglior amico di Rosario: «Ho deciso di inserire quella scena perché quando sono andato a fare un sopralluogo a casa di Livatino ho visto che c’erano delle videocassette de La Piovra insieme ad altre come quelle dei film di 007. E su tutte Rosario metteva le stelline come un critico cinematografico» dice il regista. E conclude con un commento sulla presenza all’anteprima della serie del presidente Mattarella: «Non ce lo aspettavamo, è una cosa meravigliosa. Del resto, lui ha sofferto molto per l’omicidio del fratello (Piersanti, presidente della Regione Siciliana, assassinato a Palermo da Cosa Nostra nel 1980, ndr). Lo avevo incontrato al Senato in occasione della commemorazione di Alcide De Gasperi e gli avevo riferito una frase che diceva Livatino: “Quando moriremo non ci chiederanno se siamo stati credenti ma credibili”. Forse se ne è ricordato».
Livatino. Il giudice e i suoi assassini è una coproduzione Rai Fiction, Goldenart Production e Rai Com. Nel cast, tra gli altri, ci sono Nino Frassica, Michela De Rossi, Ninni Bruschetta e Francesco Benigno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire