Invece di schierare 500 militari arruoliamo 500 progetti educativi

La difficoltà dei genitori a stabilire regole e limiti richiede un sostegno pedagogico alle famiglie dei minorenni coinvolti nei disordini di Milano, per aiutarli a crescere e cambiare
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October 22, 2026
Invece di schierare 500 militari arruoliamo 500 progetti educativi
/Foto Icp
I gravi fatti di Milano sono assolutamente ingiustificabili. A distanza di qualche giorno, però, rischiano di diventare il pretesto perfetto per chiudere i conti con la generazione del Covid, con quei ragazzi e ragazze che hanno trascorso due anni della loro vita reclusi nel nido materno, privati di esperienze e relazioni fondamentali per la loro crescita. Qualcosa che nessuna generazione di adolescenti è stata mai costretta a vivere. Ora sembra che non ci sia spazio per nessuna indulgenza e nessuna pietà, e si vada verso lo scontro frontale. Un Governo che già con il decreto Caivano ha inasprito le pene, contribuendo a riempire le carceri minorili, oggi si accinge a inviare addirittura 500 militari, ai quali si vorrebbe attribuire il potere di arresto in flagranza. Una prospettiva che solleva interrogativi molto seri sul ruolo dell’esercito e sui limiti dei suoi poteri in una società democratica.
Voglio avanzare una proposta diversa, per riportare questo terribile episodio in una dimensione che impedisca di aggiungere al danno la beffa. Trasformare questi 270 ragazzi fermati in terroristi e criminali rischia di produrre un costo sociale devastante, per l’intera società e soprattutto per il loro futuro. Ricordiamoci che stiamo parlando di minorenni. Quello che dico è semplice: invece di 500 militari, mettiamo in campo 500 progetti educativi. Partiamo dal sostegno pedagogico ai genitori dei ragazzi coinvolti, perché è anche nella difficoltà degli adulti a esercitare il proprio ruolo educativo che dobbiamo cercare una chiave di lettura di quanto è accaduto. Parlo della fatica di accompagnare la crescita degli adolescenti, stabilendo limiti legittimi e aiutandoli a conquistare gradualmente la propria libertà. Non possiamo continuare a insistere soltanto sul versante psichiatrico e della medicalizzazione. Gli interventi sanitari sono necessari quando servono, ma non possono sostituire il lavoro educativo.
Da anni ripeto che una parte decisiva del problema è proprio pedagogica. Oggi molti genitori faticano a trovare la giusta distanza dai figli, si sono scordati il codice paterno e cercano di diventare loro amici, compagni di gioco, quasi loro pari. Entrano in una confidenza totale, inseguono l’intimità e la complicità, e perdono di vista la necessità di stabilire regole, limiti e paletti. Di assumersi il loro ruolo genitoriale. Per questo voglio fare un passo in più. Mi metto a disposizione gratuitamente per offrire una consulenza pedagogica ai genitori che hanno avuto figli coinvolti in questa vicenda. Se le istituzioni mostrano ancora una risposta insufficiente sul versante pedagogico, sento il dovere di intervenire attraverso il volontariato, mettendo a disposizione le mie competenze e quelle del CPP (Centro PsicoPedagogico). Questa emergenza richiede soprattutto un intervento di natura educativa, che aiuti le famiglie a ritrovare strumenti, riferimenti e capacità di accompagnare i figli adolescenti.
Il problema della società attuale è che fatica ad accettare quanto sia diventato complesso relazionarsi con le nuove generazioni. È una difficoltà che non possiamo liquidare con una risposta esclusivamente repressiva. La crisi della genitorialità e la difficoltà di sostenere la crescita dei figli meritano attenzione, risorse e interventi concreti, non giudizi sommari. Dobbiamo recuperare i ragazzi, non condannarli. Questo è l’obiettivo che dovrebbe darsi ogni società che voglia definirsi democratica, assumendosi la responsabilità di ciò che è accaduto ma nello stesso tempo offrendo ai minorenni la possibilità di capire, cambiare e costruire un futuro diverso. La sicurezza è necessaria. Ma non c’è sicurezza duratura senza educazione, senza adulti capaci di esercitare la propria responsabilità e senza una comunità che investa concretamente nella crescita delle nuove generazioni. È da qui che dobbiamo ripartire.

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