Le donne medico che si dimettono dagli ospedali Usa sono un caso di studio
Negli Stati Uniti il fenomeno delle dottoresse che abbandonano il lavoro in corsia è diventato oggetto di analisi, per la disparità di genere ma anche perché le donne forniscono cure migliori dei colleghi maschi. La ricerca di Lisa Rotenstein

Diventare medico aveva significato realizzare un sogno di sempre per Lisa Rotenstein. Eppure, tre anni fa, la dottoressa di base e ricercatrice all'Università della California a San Francisco si è trovata a un passo dal lasciare la professione. Dopo la nascita del secondo figlio, conciliare le responsabilità del lavoro con la famiglia era diventato quasi impossibile. Se alla fine ce l'ha fatta, racconta, è stato grazie a una serie di circostanze fortunate: un marito flessibile, una famiglia d'origine molto presente, colleghi e superiori disposti a darle una mano. Tutte condizioni individuali, non sistemiche, sulle quali la maggior parte delle sue colleghe non può contare. È stata quell’esperienza a spingerla a studiare un fenomeno del quale aveva sentito parlare, ma che ha scoperto essere in forte crescita negli Stati Uniti: i camici bianchi donna che lasciano la medicina. I dati della sua ricerca, pubblicati sul Journal of General Internal Medicine, hanno fatto scalpore. Mostrano che l'abbandono della pratica clinica è in aumento tra tutti i medici, ma colpisce soprattutto le donne, che se ne vanno a tassi più alti e a età più basse rispetto ai colleghi uomini. L'età media di chi smette per sempre è infatti 45 anni per le donne, 64 per gli uomini. «Gli uomini vanno in pensione — spiega la studiosa — le donne spesso non ci arrivano, e non per scelta». Di solito il primo decennio e mezzo di una carriera che già comincia più tardi di molte altre è decisivo. «Lasciare non significa necessariamente smettere di lavorare — precisa Rotenstein—: alcune passano alla formazione, all'industria, ma non erogano più assistenza clinica ai pazienti, e questo è importante per la società. Le formiamo con un addestramento lunghissimo, e poi i pazienti non hanno accesso alla loro competenza».
Anche perché le donne, statisticamente, tendono a fornire cure migliori dei colleghi maschi. «Tutti gli indicatori mostrano che i pazienti di donne medico hanno minore mortalità e migliori esiti chirurgici — osserva Rotenstein —. Le dottoresse passano più tempo con loro, comunicano più spesso, ricevono più messaggi, dedicano più ore alla cartella clinica elettronica. Fanno tutte le cose giuste, ma questo può condurle a una situazione di carico insostenibile, e così se ne vanno, nonostante l'eccellenza delle cure che offrono». Rotenstein ha cercato di capire le ragioni del fenomeno e ha scoperto che sono puramente sociali e culturali. «In genere, pazienti e colleghi si aspettano di più da loro — spiega — ma le donne hanno meno personale a disposizione e meno supporto amministrativo. E permangono grosse differenze di retribuzione». Oltre a differenze di salario dovute puramente al sesso, sulle dottoresse pesa anche il sistema di pagamento americano, dove si viene retribuiti a prestazione, e dove chi dedica più tempo a ogni paziente ne visita meno, e incassa meno: uno studio citato da Rotenstein mostra che le dottoresse di base intascano 80 centesimi per ogni dollaro dei colleghi uomini. A ciò si somma, sul piano sociale, la cura sproporzionata di figli e genitori anziani che ancora ricade sulle donne. Non stupisce allora che un sondaggio della Physicians Foundation, nel 2025, abbia rilevato tra le donne medico livelli più alti di stress, isolamento e ansia.
Rotenstein fa notare che aiutarle non è solo una questione di equità fra i sessi, ma offrirebbe vantaggi a tutti. Entro il 2036, infatti, negli Stati Uniti mancheranno 86mila medici, quasi la metà dei quali nelle cure primarie che tengono le persone lontane dal pronto soccorso. La soluzione, finora, è stata importare medici dai Paesi poveri per coprire i vuoti nelle aree rurali e nei quartieri disagiati, ma con il tempo non basterà (ed è sempre meno possibile, visti i tanti ostacoli all’Immigrazione posti dall’amministrazione Trump). E il divario fra uomini e donne, rileva lo studio, è ancora più pronunciato nelle zone rurali, proprio dove più serve personale. Trattenere chi già esercita diventerà allora cruciale quanto formare nuovi camici bianchi. Inoltre, aggiunge Rotenstein, perdere proprio le donne medico ha un costo per tutti: «Offrono una completezza di cura che fa bene ai pazienti». Che cosa fare? Rotenstein indica alcune strade. Anzitutto riallineare i pagamenti: un sistema “a tempo” compenserebbe la qualità, non solo il numero di visite. «La cura che avviene fuori dalla visita è preziosa — sottolinea —, ma in questo momento non viene retribuita». Poi c’è la tecnologia: uno studio recente mostra che i programmi di assistenza di scrittura basati sull'intelligenza artificiale riducono il burnout, e a beneficiarne di più sono le categorie più oberate di documentazione, tra cui le donne medico. «I medici ci dicono: grazie ai nuovi software posso di nuovo guardare negli occhi i miei pazienti e richiamarli prima delle sette di sera», spiega Rotenstein. A suo parere sarebbe utile anche restituire ai medici un senso di controllo sul proprio lavoro. «Chi si sente meno padrone del proprio ambiente — dice — tende a voler ridurre l'attività o ad andarsene e gli studi mostrano meno stress negli ambulatori di proprietà dei medici stessi, perché sono loro a decidere come erogare le cure». E dentro i grandi ospedali sono indispensabili pari retribuzione, pari promozioni e pari sostegni fra uomini e donne.
Rotenstein ha superato lo scoglio ed è rimasta grazie alla fortuna di essere circondata dalle persone giuste. «Ma un sistema sanitario non può reggersi sulla fortuna dei singoli — dice —: se non cambia, gli Stati Uniti continueranno a perdere le loro dottoresse migliori. A pagarne il prezzo, alla fine, saranno i pazienti».
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