Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kamil: l’incontro del 1219
A Damietta, durante la quinta crociata, Francesco entrò disarmato nell’accampamento musulmano. Le fonti medievali e l’eredità di un incontro divenuto simbolo del dialogo tra le religioni
Nel 1219 Francesco d’Assisi partì per le terre d’Oltremare. La testimonianza più antica, in proposito, è una lettera del prelato brabantino Giacomo da Vitry: nel 1220, parlando del fondatore dei Minori, egli scrisse: «Il loro maestro che fondò questo Ordine, venuto presso il nostro esercito, acceso dallo zelo della fede, non ebbe timore di portarsi in mezzo all’esercito dei nostri nemici e per alcuni giorni predicò ai Saraceni la parola di Dio, ma con poco profitto». Non si può certo dire che la spedizione dell’Assisiate fosse stata programmata con cura. Certo, suscita sconcerto misto a tenerezza il racconto di Giordano da Giano; il cronista umbro narra infatti che Francesco, messosi alla ricerca del suo interlocutore, il sultano al-Malik al-Kamil, «prima di giungere a lui subì molte ingiurie e offese, e non conoscendo la loro lingua gridava tra le percosse: Soldan, Soldan. E così fu condotto da lui e fu onorevolmente accolto e curato molto umanamente nella sua malattia». Qualche tempo dopo Giacomo da Vitry parlò ancora di quell’incontro, sottolineando che Francesco si era recato «nell’accampamento del Sultano» «munito solo dello scudo della fede». In sostanza, la spedizione si risolse con un nulla di fatto. Eppure, quella missione, che all’umana ragione può apparire sconsiderata, produsse un “incontro” la cui lezione è capace di far meditare ancor oggi. A trovarsi di fronte furono due personaggi tanto diversi ma, sotto alcuni aspetti, sorprendentemente vicini: l’uno – Francesco –, ignaro e sprovvisto di tutto, si recò nell’accampamento avversario facendo leva non sulla forza delle armi, ma munito solo «dello scudo della fede»; l’altro – il sultano al-Malik al-Kamil – accolse «onorevolmente» l’inerme ospite e lo curò «molto umanamente nella sua malattia». Benché nel pieno di un conflitto seppero ascoltarsi, facendo sì che per un breve frammento di tempo le spade venissero riposte nel fodero. Nessuno dei due abdicò alla propria fede, tuttavia quella diversità – pur profonda – non impedì l’incontro, né fu negata la possibilità di un aperto confronto, che si protrasse «per alcuni giorni». Di Francesco si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, fino a diffonderne – nella vulgata comune – un’immagine per molti versi non rispondente al vero. Non c’è tuttavia bisogno di forzar troppo le fonti per asserire il suo rifiuto di una logica fondata sullo “scontro” religioso. E fu proprio tale vicenda, unitamente all’insegnamento che da essa scaturì, una delle ragioni che spinsero san Giovanni Paolo II ad eleggere la città di Assisi quale sede degli incontri di preghiera per la pace. A distanza di otto secoli da quei fatti, dobbiamo riconoscere che è ancora questa la profezia per il futuro, una profezia alla quale sono chiamati, in primo luogo, tutti i figli di Abramo – ebrei, cristiani e musulmani – e tutti i credenti in Dio. Una via che rifugge dall’irenismo a buon mercato e chiede rispetto reciproco, accoglienza, conoscenza dell’altro; una via che ricerca la verità attraverso il confronto e il dialogo, aborrendo ogni forma di violenza.
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