Esibiamo la contrapposizione. Ma chi insegna la fatica di costruire?

Le conseguenze della logica vincitori-vinti, ricchi-poveri, fascisti-antifascisti
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October 22, 2026
Esibiamo la contrapposizione. Ma chi insegna la fatica di costruire?
I danni vicino alla stazione di Bologna dopo gli scontri del fine settimana / Ansa
Il fatto che 4 delle 5 persone arrestate sabato scorso a Bologna fossero minorenni poneva già una domanda enorme sul perché di quella rabbia devastatrice. La notizia, riportata lunedì sulla stampa, di gruppi WhatsApp intitolati “24 e 30 ottobre guerra” e frequentati da centinaia di giovanissimi, i quali attraverso dei sondaggi decidevano quali negozi assaltare nei fine settimana di ottobre indicando marchi e obiettivi precisi, rende quella domanda ancora più grande. Perché si può perdere l’orientamento al bene con cui ogni essere umano nasce? Ogni persona, anche se minorenne, deve rispondere di quel che fa e degli atti che compie. Ma perché tanta rabbia? Perché questo desiderio di distruggere? Massimo Recalcati ha commentato gli scontri dello scorso weekend evidenziando una «profonda responsabilità delle vecchie generazioni e dei loro maestri».
Le narrazioni ideologiche che dividono la società in oppressi e oppressori, individuando interi gruppi, anche su base etnica, come vittime da contrapporre ad altri cittadini trasformati in nemici, sono uno dei maggiori ostacoli alla possibilità di un cambiamento vero di questa posizione. Quando chi la pensa diversamente non è più considerato un interlocutore, ma un nemico da abbattere, si insegna che il conflitto non può essere affrontato attraverso il dialogo, ma soltanto vinto o perso. Questo modo di guardare il mondo finisce inevitabilmente per influenzare anche i più giovani.
Non possiamo ignorare quanto certe parole, certi giudizi, la continua ricerca di un colpevole da indicare, contribuiscano al rancore diffuso. La logica di contrapposizione – vincitori-vinti, ricchi-poveri, fascisti-antifascisti – finisce per cancellare la persona concreta, la sua libertà e la sua responsabilità. Su questo siamo chiamati in causa tutti: politici, intellettuali, educatori, persone che dovrebbero essere punti di riferimento e che troppo spesso contribuiscono ad alimentare questa rabbia distruttiva. Quando diciamo ai giovani che tutto è compromesso, che non vale la pena impegnarsi, che chi ha responsabilità pensa solo a difendere i propri privilegi, alimentiamo quel risentimento da cui nasce la rabbia e togliamo la fiducia nella possibilità di costruire qualcosa.
C’è un clima che, invece di favorire quel desiderio di bene, lo contrasta, lo soffoca, fino a farlo diventare il contrario, fino a far credere che per poter essere protagonisti, occorre distruggere, occorre avere un nemico al quale fare del male, come un videogioco in cui non ci si rende conto più che dietro una vetrina infranta c’è il babbo di un amico, qualcuno che ogni mattina alza la serranda, lavora, rischia, costruisce con fatica qualcosa che serve anche agli altri. Distruggere richiede pochi istanti; costruire richiede tempo, responsabilità, pazienza. Se un ragazzo non riconosce più il valore di quella fatica, non basta chiedersi quale punizione meriti. Dobbiamo anche domandarci chi gli abbia mostrato la bellezza e la dignità del costruire. La politica, la scuola e le istituzioni hanno il dovere di disinnescare queste dinamiche, facendo capire ai giovani che è possibile essere protagonisti della propria vita, costruendo, senza dover trasformare il disagio o le difficoltà in uno strumento di conflitto. Non possiamo accettare che intere generazioni vengano trascinate in una spirale di contrapposizione, nella quale la violenza viene giustificata in nome di presunte battaglie sociali. Su questo occorre una riflessione seria, serissima, perché, in nome di un futuro da dare ai giovani, rischiamo di minarlo veramente alle radici.

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