In Francia rilevato il virus Shamonda in un essere umano: è la prima volta. Cosa c'è da sapere

Il paziente contagiato è morto a inizio ottobre. Ma «era gravemente immunodepresso». L'ipotesi è quella di una contaminazione tramite la puntura di un moscerino. Gli esperti: non abbiamo prove della sua pericolosità sull'uomo
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October 22, 2026
In Francia rilevato il virus Shamonda in un essere umano: è la prima volta. Cosa c'è da sapere
Un ricercatore analizza un campione nell'Ospedale Bambino Gesù di Roma /Uff. st. Ospedale Pediatrico Bambino Gesù
Da quando è stato identificato per la prima volta, 61 anni fa in Nigeria, il virus Shamonda non era mai stato riscontrato nell’uomo; è infatti trasmesso da insetti ad animali da allevamento. O almeno lo era. Visto che è stato rilevato per la prima volta in un essere umano. È accaduto in Francia e il soggetto contagiato, morto a inizio di ottobre, era un «paziente gravemente immunodepresso», e in attesa di un trapianto. Così riferiscono, in una nota congiunta, i ministeri della Salute e dell’Agricoltura di Parigi.
«Malgrado il virus Shamonda - recita il comunicato - circoli da diversi decenni in Africa e in Asia, finora non era mai stato documentato alcun caso nell'uomo. Si tratta dunque di un evento eccezionale», verificatosi in un paziente ricoverato a Lione per una patologia grave. Al momento l'ipotesi è di «una contaminazione tramite la puntura di un moscerino del genere Culicoides nella Francia orientale, un territorio in cui, durante la primavera e l'estate, è stata segnalata la circolazione del virus tra gli animali». Stando agli accertamenti, «le complicazioni cerebrali riscontrate nel paziente immunodepresso prima del decesso sarebbero, con ogni probabilità, riconducibili all'infezione da virus Shamonda». Tuttavia, assicurano a Parigi, al di là di questo caso specifico, «alla luce delle conoscenze attualmente disponibili su tale virus, al momento non è stato individuato alcun rischio sanitario per la popolazione generale».
È bene tuttavia non sottovalutare questo segnale che, evidenzia Massimo Andreoni, professore di Malattie infettive all'Università di Roma Tor Vergata e membro del Consiglio superiore di sanità, riafferma la capacità, da parte dei cambiamenti climatici, di «influenzare la diffusione dei patogeni. Ma non dobbiamo aspettarci che il contagio si estenda alla popolazione umana: nonostante si sia verificato un decesso, non abbiamo prove che il virus sia mutato diventando pericoloso per le persone».
Dopo il primo riscontro in Nigeria del 1965, il virus era stato segnalato anche in Australia e Giappone. È dell'estate di quest’anno la presenza negli allevamenti europei. «La trasmissione all'uomo è un evento eccezionale e non dobbiamo preoccuparci che il virus possa diffondersi facilmente tra le persone», spiega Andreoni. «Siamo di fronte al caso di un paziente gravemente immunodepresso, nel quale l'infezione potrebbe aver trovato condizioni particolarmente favorevoli. Non possiamo quindi pensare che il virus si sia necessariamente adattato all'uomo: potrebbe semplicemente aver “approfittato” di una situazione. Abbiamo già osservato casi di batteri e parassiti capaci di provocare infezioni in persone con difese immunitarie compromesse, senza che questo significhi che si siano adattati a infettare l'essere umano». Un'ipotesi alternativa, «ma molto meno probabile», è che il virus abbia subito una mutazione che gli consenta di infettare l'uomo con maggiore facilità. Il vero aspetto preoccupante, precisa Andreoni, «è che questo agente infettivo sia arrivato in Europa. È un ulteriore segnale degli effetti della globalizzazione e, soprattutto, dei cambiamenti climatici, che possono favorire la diffusione di vettori e agenti infettivi in nuove aree geografiche. Un campanello d'allarme - conclude - che merita attenzione e monitoraggio».
In Italia, il ministero della Salute aveva lanciato un “alert” già il 17 settembre sulla circolazione del virus in alcuni allevamenti. «In attesa di ulteriori approfondimenti epidemiologici e scientifici, questo caso rappresenta un ulteriore richiamo all’importanza di non abbassare la guardia nei confronti delle malattie infettive emergenti - sottolinea il presidente della Società italiana d'Igiene, Enrico Di Rosa -. È fondamentale rafforzare i sistemi di sorveglianza epidemiologica, virologica ed entomologica, promuovendo una collaborazione sempre più stretta tra sanità pubblica, medicina veterinaria e tutela dell’ambiente». I cambiamenti climatici, aggiunge Di Rosa, «modificano la distribuzione geografica e la stagionalità degli insetti vettori creando condizioni favorevoli alla diffusione di agenti patogeni anche in territori precedentemente meno interessati, esponendo anche il nostro Paese a rischi infettivi nuovi o finora poco conosciuti. Riteniamo pertanto prioritario investire nel potenziamento dei dipartimenti di Prevenzione per intercettare precocemente questi fenomeni. La prevenzione deve essere in grado di anticipare i rischi, non limitarsi a gestire le emergenze».

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