Chi ha paura del dialogo? Undici schede per conoscere l’islam e «disarmare i pregiudizi»

Il progetto di Cei e Pisai destinato alla scuola e all’ora di religione. Zuppi: la conoscenza reciproca aiuta a contrastare sospetti, stereotipi e islamofobia. «Andare incontro agli altri non significa mettere in discussione l'identità italiana»
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October 22, 2026
Un momento della presentazione delle “Schede per conoscere l’Islam” a Roma con Zuppi e gli esponenti delle comunità musulmane
Un momento della presentazione delle “Schede per conoscere l’Islam” a Roma con Zuppi e gli esponenti delle comunità musulmane
«Sono musulmano di fede ma cattolico di cultura. I genitori mi hanno fatto frequentare l’ora di religione a scuola e l’oratorio». Yassine Baradai si racconta. Lo fa accanto al cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede a Roma. D’origine marocchina, è il presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia. E tiene a far sapere: «Ho festeggiato sempre il Natale. E la mia compagna è cristiana». Una pausa. «C’è bisogno di scardinare una visione dell’islam che riduce tutto a un problema o a una questione di sicurezza. E l’iniziativa che la Conferenza episcopale italiana propone va in questa direzione». Yassine Baradai si riferisce alle “Schede per conoscere l’islam”, undici tappe realizzate con il Pisai, il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica, e destinate a entrare nelle scuole della Penisola durante l’ora di religione cattolica. Un «laboratorio di cultura e dialogo», non una materia «per fare catechismo», spiega Zuppi che per sette anni è stato insegnante di religione. E un’opportunità per tutti. «Anche per gli stessi ragazzi musulmani che mi auguro possano frequentare l’ora di religione», afferma il cardinale nella presentazione delle “Schede” a Palazzo Borromeo. Perché, aggiunge, «la conoscenza permette di sconfiggere i sospetti. Se il cristiano ha pregiudizi verso il musulmano, perché il musulmano non deve avere pregiudizi verso il cristiano?».
Anche l’Italia fa i conti con la polarizzazione. E con la paura del diverso. Timori che la politica cavalca e strumentalizza. E la religione diventa “arma”. «C’è molta ignoranza, c’è molto sensazionalismo, c’è molta semplificazione. Vale per l’islam. Vale per l’ebraismo», dice Zuppi. Due tradizioni al centro del progetto Cei che porta fino in aula il dialogo fra le fedi. E guarda ai «giovani che hanno bisogno di saperi corretti». Poi il monito: «Leggo titoli pericolosi sui giornali che alimentano l’idea di uno scontro di civiltà, compresa l’islamofobia». La sfida è quella di favorire la comprensione reciproca. Sui passi della dichiarazione conciliare “Nostra aetate” e a quarant’anni dall’incontro di preghiera per la pace voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 ad Assisi dove aveva radunato i leader delle religioni del mondo. Un anniversario di cui le schede «sono uno dei frutti», sottolinea Zuppi.
Dalle religioni presenti nel Paese arriva un messaggio chiaro: non solo è possibile convivere, ma anche collaborare insieme per il bene della nazione e per la coesione sociale. Persino di fronte alla violenza, come quella giovanile di questi giorni. «Serve una condanna univoca, ma anche una necessaria proposta educativa per rispondere alle domande che i ragazzi ci pongono», dichiara il cardinale facendosi interprete di un desiderio collettivo. È ciò che sta alla base anche del “Patto fra le religioni” coordinato dalla Cei che è stato firmato a giugno e consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Il dialogo è una sfida per l’Italia. Ed è soprattutto il futuro – rimarca il presidente della Cei durante l’incontro a Palazzo Borromeo –. Ma vale persino il contrario: se non parli resti indietro, perché il mondo va avanti». Andare incontro all’altro non significa mettere in discussione l’identità italiana. «Anzi, aiuta a capire ancora di più le radici cristiane del Paese e che cosa può tornare a essere il Mediterraneo», assicura Zuppi.
È il tempo di tessere relazioni di «stima e fiducia», fa sapere il vescovo Gaetano Castello, presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo. Dialogo fra le fedi che non è «un lusso» ma un «modo onesto di cooperare per una società migliore che unisce i nostri credo», chiarisce. Scommettendo sulla formazione. Ecco quindi le “Schede” per le classi. «Una buona pratica da sostenere», osserva in un videomessaggio Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Ed evidenzia: «Avere come intento la conoscenza dell’altro vuol dire avere come obiettivo ultimo quello di combattere il pregiudizio». Verso chiunque. «Siamo in tempi difficili caratterizzati da parole apertamente ostili», mette in guardia Massimo Cozzolino, della Confederazione islamica italiana. E Nadjia Kebour, docente al Pisai e alla Pontificia Università Urbaniana, avverte: «L’ignoranza è una radice del male. Il terrorismo esiste e io l’ho vissuto in Algeria, ma l’islam non è la religione dei terroristi. Come non è solo della sharia, ossia delle leggi, ma anche del misticismo». E il preside del Pisai, Wasim Salman, richiama papa Francesco per raccontare il percorso che con la Cei è stato fatto. «C’è bisogno di creare ponti – ribadiscono don Giuliano Savina e don Alberto Gastaldi, direttori degli Uffici nazionali Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e per l’educazione, la scuola e l’università –. Abbiamo già iniziato un confronto con esponenti del buddismo e dell’induismo per compiere un ulteriore passo».

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