No a guerre, abusi e sopraffazioni. La pace è criterio di giudizio del potere
di Alberto Scerbo, professore di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro
Fra sovranità popolare, popolo di Dio e unità dei popoli nell’ordine universale: una riflessione al cuore dell’intreccio fra concetto politico e principio teologico. Che si mette in ascolto del grido del povero

Il popolo è una categoria fondamentale della filosofia politica, declinata in modo diversificato nel corso del tempo, in relazione allo specifico contesto storico e sociale, che acquista una dignità autonoma nel pensiero moderno, fino a tradursi in una precisa nozione giuridica. I suoi tratti essenziali si iniziano a cogliere nella distinzione rispetto all’idea di moltitudine e nella formulazione delle concezioni giustificative delle singole forme di governo e del ruolo assegnato al diritto nella regolamentazione della vita della comunità politica. Sotto questo profilo, a Rousseau deve essere assegnato il compito decisivo di trasformare il popolo nella realtà dinamica più autentica della forma della politica. Infatti, con il contratto sociale si determina la cessione totale di tutti i diritti individuali all’intera comunità e la costituzione di una persona pubblica, i cui associati prendono collettivamente il nome di popolo, partecipe dell’autorità sovrana, ma contemporaneamente anche soggetto alle leggi. Tale concezione, sedimentata attraverso l’esperienza rivoluzionaria e i successivi sviluppi di carattere giuridico, emerge in tutto il suo significato all’indomani del secondo conflitto mondiale, con l’idea di porre una barriera agli orrori e ai disastri vissuti per larga parte della prima metà del Novecento. Finisce, così, per costituire la base su cui costruire un assetto politico, capace di garantire il rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo, nonché una condizione di sostanziale libertà e uguaglianza. La Costituzione repubblicana si apre, pertanto, con la lapidaria affermazione che «la sovranità appartiene al popolo», un principio che si irradia in tutte le diverse forme di partecipazione alla vita pubblica, per nulla limitata soltanto all’attuazione del sistema rappresentativo, espressivo della volontà popolare, ma estesa all’esplicazione delle libertà e dei diritti. In questo modo il popolo si prospetta come sovrano nella Costituzione, perché destinatario delle sue norme, ma allo stesso tempo soggetto attivo dei valori fondamentali in essa contenuti.
Una concettualizzazione sicuramente distante da quella biblica, dove, però, si assiste ad un cambiamento evolutivo, in perfetto accordo con il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, di cui si comprende pienamente il collegamento con l’ausilio dell’escatologia profetica, che ne traccia le linee di continuità. Il popolo di Dio dell’antica alleanza è quello di Israele, a cui si chiede di rendere evidente, e quindi attuare, nell’ordine immanente il disegno di salvezza. Si tratta di un’esperienza ancora non universale, ma chiara nei contenuti e già delineata nel suo obiettivo di trascendenza, che trova compimento con il sacrificio di Cristo, per il quale tutte le genti si raccolgono «con il popolo del Dio d’Abramo» (Salmo 47,10). Il popolo di Dio diventa, perciò, quello formato dai cristiani, dagli «uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Apocalisse 5, 9), riscattati con il sangue di Gesù per la gloria di Dio e aiutati dal dono dello Spirito Santo. La Chiesa di Cristo, caratterizzata dall’universalità della chiamata, ha, così, il compito di costituire «una comunione di vita, di carità e di verità» (Lumen Gentium, II, 9) con tutti, seguendo e diffondendo il precetto evangelico dell’amore incondizionato nei confronti del prossimo. La categoria conciliare del popolo di Dio indica un cammino di salvezza, mediante l’incontro con Gesù Cristo, aperto ad ogni uomo, a prescindere dal credo religioso, e perfino in assenza di una fede. Ciò impone non soltanto una ricerca teorica, ma anche una proiezione sul piano concreto, per riuscire a formare un vero popolo universale. Ed in questa prospettiva storica il principio teologico e il concetto politico finiscono per sovrapporsi, fino alla sintesi.
La comunione con il popolo è la cifra per la definizione dei tratti essenziali del Popolo di Dio, ma anche il segno per comprendere il fine essenziale di ogni azione politica. Ascoltare il grido di disperazione del diverso, del bisognoso e di chi si sente ai margini della vita consente di recuperare il primato dell’essere umano e di comprendere i limiti di una visione economicistica della realtà sociale. Da ciò la richiesta alla Chiesa di mantenere il ruolo di pellegrina di speranza e alla politica degli Stati un impegno reale per la difesa della libertà e l’attuazione della giustizia sociale, alla luce dei principi della carità e della solidarietà. In più, l’armonia dell’unità del popolo richiama, di necessità, l’unione dei popoli nell’ordine universale. Si proclama, in tal modo, per il Popolo di Dio, e per ogni singolo uomo, l’obiettivo della costruzione, reale, di un progetto di convivenza, ispirato dal dialogo tra i governanti e dall’incontro con l’alterità. In cui non trova giustificazione alcuna guerra e non può ammettersi alcun cedimento nei riguardi di ambizioni egemoniche, di abusi di potere e di sopraffazioni. La pace diventa, così, il bene comune universale, criterio di giudizio delle modalità di esercizio del potere e bussola per la definizione dei rapporti tra uomini e tra comunità.
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