La storia di Meri, volontaria a Lourdes con la Sla
Meri Drugman, 63 anni, è tornata come “dama” al santuario francese sostenuta dalla fede, dall’affetto degli altri malati e dall'amore del marito Dino

«I malati ti ricambiano con affetto, anche senza parole, basta un sorriso o un tocco della mano». Ascoltare queste parole a Lourdes, durante uno dei tanti pellegrinaggi organizzati nel santuario mariano più visitato al mondo, culla della fede e della carità, può sembrare scontato. Ma quando a pronunciarle è una volontaria affetta da Sla, tutto assume una luce diversa.
Questa è la storia di Meri Drugman, 63 anni, sposata dal 1990 con Dino Baffico, 66. Entrambi di Milano, lui in pensione, lei ex insegnate di scuola media. Li abbiamo incontrati durante una pausa del loro servizio come dama e barelliere della sezione milanese dell’Oftal (Opera Federativa Trasporto Ammalati a Lourdes), presso l’Accueil Saint Frai, la struttura semi-ospedaliera presente fuori dal santuario. Sono al quinto e terzo anno di servizio a Lourdes: «Qui troviamo sempre una profonda armonia condivisa tra malati, pellegrini e volontari, che sembra faccia scomparire tutte le differenze» dice subito Meri, che quelle differenze oggi le vive sulla sua pelle. A un anno e mezzo dai primi sintomi, la sua autonomia si è progressivamente ridotta: oggi ha difficoltà a deglutire, fatica a muovere una mano e non riesce più a parlare. Per comunicare si affida a un’applicazione installata sul telefono, che trasforma in voce le sue parole scritte.
Il loro rapporto con il volontariato affonda però le radici molto più indietro negli anni: se lui ha un passato negli Scout Agesci, condiviso nel tempo con i figli – Erica e Pietro, oggi trentenni – lei, da ragazza, ha iniziato a seguire ragazzi con difficoltà nei doposcuola, diventando poi insegnante di sostegno. Un farsi prossima agli altri che anche la madre e la nonna vivevano a Lourdes: «Il legame della sua famiglia con questo santuario nasce da molto lontano – spiega Dino – Prima sua nonna e poi sua mamma hanno prestato servizio qui per molti anni». E aggiunge con una punta di orgoglio non troppo velata: «Tanto è vero che la divisa che Meri indossa oggi è ancora quella appartenuta a sua nonna».
Da lì il suo primo incontro con l’Oftal: «Quando andai a prendere la prima volta mia mamma di ritorno da Lourdes – scrive nel frattempo Meri sul telefono – rimasi colpita dalla felicità della gente che usciva dal treno, sia sani che malati. Sembravano “galleggiare” in un’altra dimensione». Fu quella sensazione a spingerla, nel 1998, a partire con Oftal. Un’esperienza che proseguì per quattro anni, prima che gli impegni di lavoro e di famiglia rendessero impossibile tornare. Da quel momento passò molto tempo fino a quando, nel 2025, la vita prese una piega inaspettata: «Ci accorgemmo che qualcosa non andava perché faceva fatica a pronunciare alcune sillabe» racconta Dino. Seguirono esami al Policlinico di Milano e un mese dopo arrivò la diagnosi: Sclerosi Laterale Amiotrofica. «Subito abbiamo provato sgomento e anche paura della situazione ignota che ci si prospettava – confida Meri – Col tempo ho trovato sostegno nell’affetto della mia famiglia e nel personale medico che mi ha incominciato ad affiancare, come quello dell’Istituto Don Gnocchi. In altra parte mi aiuta la preghiera e per questo Lourdes è un passaggio importante». E così, a distanza di 25 anni, la decisione “un po’ all’ultimo” di tornarci: «Ho sempre saputo che Meri coltivava il desiderio di tornare a Lourdes, ma ho aspettato che fosse lei a esprimerlo per lasciarle il giusto tempo».
Quando poi dalla segreteria hanno chiesto se volesse partire come “malata”, la sua risposta fu immediata: «No, come dama». Ed ecco allora che la troviamo a spingere carrozzine o trainare voiture, a rifare i letti e dare una mano a sistemare le sale dove vivono gli ammalati. Il tutto vissuto con grande serenità. Per spiegare il perché di questa decisione utilizza poche parole, che sembrano gridare al cielo la propria dignità, il proprio attaccamento alla vita e, forse, il proprio modo di affrontare la malattia: «Per me essere in servizio è sentirsi utile, è sentirsi bene. È sentirsi vivi».
Quella vita che oggi più che mai Meri cerca di abitare giorno dopo giorno, tra hobby – come dipingere o leggere libri – ed esercizi di riabilitazione: «Ogni tanto, quando siamo in macchina, nel silenzio del viaggio e senza avvisarmi incomincia a sillabare a voce alta. Mi fa prendere di quegli spaventi!» Dice Dino ridendo.
Non a tutto però la scienza riesce a dare risposte: «Oggi sto seguendo cure e facendo molto esercizio fisico, ma per me è ancora più importante avere pace interiore e qui, a Lourdes, la si può trovare». È quella che molti chiamano “la magia di Lourdes”, ma che, in fondo, è il senso ultimo della fede.
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