Nel Sud Sudan le bambine vanno in prigione per gli "spiriti maligni": reportage dall'orrore
di Nello Scavo, inviato a Juba (Sud Sudan)
Nella capitale Juba 500 detenute stipate in 2 camere e 4 bagni. Tra loro una 11enne accusata di essere posseduta e una madre incarcerata perché «lunatica». Oltre mille gli uomini, con le catene ai piedi, senza più farmaci

Treccine raccolte, sguardo basso, tra le dita due ferri da maglia, accovacciata su una stuoia all’ombra di un albero solitario. In cerchio, altre come lei sferruzzano. Se fosse una fotografia sarebbe quella di un villaggio sperduto. Ma è una prigione, anzi, la prigione centrale di Juba, capitale del Sud Sudan: cinquecento donne, dagli 11 ai 60 anni, due camerate e quattro bagni con un buco sulla latrina. La secondina non comprende il nostro stupore. «Lunatic», ripete come a convincerci del crimine. La giovane madre che tesse maglie per bambini che forse rivedrà quando saranno grandi, è considerata pericolosa. «Lunatica», diceva il marito. «Colpa degli spiriti maligni», insisteva lui. A pochi passi c’è una bambina di undici anni. Dentro al perimetro di mura sgarrupate, filo spinato, e neanche un quaderno da colorare, nessuno la guarda per quello che dicono le accuse. Giudice, da queste parti, non è sinonimo di giustizia. In un villaggio lontano, giocava tenendo in braccio il cuginetto neonato. Anche i testimoni, dicono gli investigatori, hanno raccontato che il piccolo le è scivolato battendo il capo e morendo poco dopo e senza cure. «È successo perché ha degli spiriti cattivi», hanno pensato i parenti consegnandola alla polizia. Ci fosse stato un manicomio, l’avrebbero rinchiusa lì. In mancanza, non resta che la galera.
L’ufficiale che non sa di avere un cognome che altrove sarebbe considerato su misura per quel mestiere, comanda il penitenziario da uomo istruito, vicino alla seconda laurea, abbastanza emancipato da sapere che non è questo il posto dove tenere bambini, malati di mente, perfino disabili. «Da soli non possiamo fare di più», ammette il generale Anthony Oliver Legge. Oltre il reparto femminile ci sono circa mille uomini. Omicidi, furti da mezzo dollaro, reati diversi dentro le stesse mura. Alcuni detenuti trascinano catene chiuse a chiave all’altezza delle caviglie. Le donne, ci spiegano le guardie, normalmente non vengono legate, a meno che non siano considerate mentalmente instabili. I maschi no. «Meglio tenerli incatenati, così non possono provare a scappare, perché altrimenti si farebbero del male», si giustifica un secondino. Dalla cintola dei pantaloni gli pende un bastone che oscilla ad ogni passo. Abbastanza perché la moltitudine che attende una scodella di fagioli si faccia da parte al suo passaggio.
Lontano dalla capitale, nella foresta fra Ibba e Maridi, nelle Equatorie occidentali, la prigione ha un altro aspetto. In mezzo alla foresta le celle sono capanne con il tetto di paglia e latta. Non ci sono uniformi. Guardie e detenuti vestono allo stesso modo, mangiano la stessa zuppa e né gli uni né gli altri sanno come arrivare a fine mese. Se non fosse per il mitra, non si capirebbe la differenza tra chi custodisce e chi è custodito. L’autorità è soprattutto il Kalashnikov. Ci fanno parlare con alcuni reclusi. Donne e uomini vivono in tuguri separati, in attesa di una sentenza definitiva. Una ragazza è qui per adulterio. Il giovanotto con il quale era stata sorpresa è libero. Lei no.
Un rapporto dell’Alto commissariato per i diritti umani e della missione Onu in Sud Sudan ha documentato almeno 1.140 arresti arbitrari di civili fra gennaio 2023 e maggio 2024, tra cui 162 donne e 87 minori. Dopo le cose non sono andate meglio. Fra le ragioni della detenzione femminile compaiono accuse di adulterio, richieste di divorzio e rifiuti di matrimoni imposti. La vita familiare, quando si rompono patti arcaici, può finire davanti alla polizia. Se va bene, con l’accusa di aver perso la ragione. «Le persone sono depresse perché non sanno che cosa riserverà loro il futuro. Domani può succedere qualsiasi cosa», racconta un giovane operatore sanitario. Le guerre, gli sfollamenti, le violenze, le difficoltà quotidiane non restano soltanto nei ricordi. Una giovane madre di tre figli ha smesso perfino di immaginare di poter andare altrove. «Finisci per fare programmi soltanto per oggi», dice al tramonto, mentre si domanda che ne sarà dei suoi bambini. Il più piccolo è morto da poco. Anche il penultimo sta male qualche giorno. Prima di chiamare il medico, si prova con la preghiera. Le famiglie si riuniscono, cercano una Bibbia, chiedono una guarigione. Poi, se non basta, si incamminano verso un ambulatorio. Trovare un dottore, procurarsi i medicinali. In altre parole: indebitarsi. Se però di mezzo ci sono “i cattivi spiriti”, allora la questione non viene considerata risolvibile da chi ha un camice bianco. Il Paese conta su pochi specialisti e i servizi di salute mentale sono ancora agli albori. Amref sostiene la formazione degli operatori e l’assistenza nelle comunità. Si reca nei villaggi dove nessuno arriva. Le autorità, a parte i permessi, non possono fare molto. I proventi del petrolio e delle miniere ci sono, ma non arrivano molto lontano dai palazzi del potere.
Nell’infermeria della prigione centrale di Juba l’unico dottore apre il suo inventario. Nei giorni precedenti lo stesso spartito in altri centri medici: 50 capsule di antidepressivi, 2 kit per flebo, una decina di bustine di vitamina A, una confezione di disinfettante. Tachipirina finita. «Tra un mese – avverte – sarà finito tutto e per quest’anno non sono previste altre consegne. Speriamo solo nell’aiuto internazionale, ma con i tagli alla cooperazione abbiamo poco da sperare». Non ci sono abbastanza farmaci per curare, medici per diagnosticare, giudici per distinguere. La bambina di undici anni, la madre considerata "lunatica", la ragazza accusata di adulterio, finiscono tutte dalla stessa parte delle sbarre. Così la malattia può diventare una colpa, una disgrazia un delitto, la povertà una condanna. E in un Paese dove perfino chi custodisce non sa come arrivare alla fine del mese, la prigione resta una delle poche istituzioni che riescono ancora a funzionare. Anche quando non dovrebbe.
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