Il vuoto di valori non riguarda solo i "maranza"

Se il codice di base in questo tempo di nuove disuguaglianze è quello dell'odio, della violenza, del consumo e del denaro che solo compra tutto, la ricerca della visibilità ha bisogno di ritrovare parole come sacrificio, onestà, fatica, pace
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October 23, 2026
Il vuoto di valori non riguarda solo i "maranza"
In via Montenapoleone e nel quadrilatero della moda milanese molte boutiques hanno chiuso nei giorni scorsi per paura di saccheggi da parte di gruppi organizzati di giovani a volto coperto, dopo i fatti del 17 e 18 ottobre / Fotogramma
Gli atti di teppismo commessi dai giovani non hanno mai una sola causa. Possono essere la conseguenza di un contesto familiare difficile, di un disagio personale, del degrado del contesto in cui si vive, della mancanza di opportunità educative, dell’influenza del gruppo. Psicologi, sociologi, criminologi, educatori riescono a fornire moltissime spiegazioni senza per questo voler giustificare la violenza o le devastazioni. Quello che però accomuna azioni come quelle che si sono viste soprattutto a Milano in questi giorni si può forse ricondurre anche a un bisogno di farsi vedere, un modo per dire: “Guardatemi, esisto anche io”. Il fatto che questa “ricerca di visibilità” avvenga per mezzo di azioni riprovevoli e inaccettabili perché violente, compiute in particolare da minorenni, dovrebbe farci riflettere sul fatto che se la repressione è una soluzione possibile, e viene istintivamente voglia di chiedere che sia durissima, ristabilire il quieto vivere non eliminerà il problema di fondo: più il bisogno di visibilità è disperato, e nasce da un vuoto di valori, più è probabile che troverà altri modi per emergere. È quasi una legge fisica, se il codice di fondo è quello dell’odio e della violenza. Ciò che accade nel mondo in questa stagione di conflitti dovrebbe averlo fatto capire anche ai più refrattari verso la grammatica della pace: se si può invadere una nazione, sterminare una popolazione, attentare alla vita di giovani in festa, tirare bombe sui palazzi, perché non si dovrebbe poter “occupare” un negozio, e anziché uccidere bambini svaligiarlo portarsi a casa scarpe di plastica e gomma che valgono 2 euro ma ne costano 200?
Non c’è un velo di ipocrisia nell’accettare l’assuefazione alla logica della guerra, nell’esaltare culturalmente e politicamente l’idea che a prevalere deve essere il più forte, chi urla e insulta di più e picchia meglio, anche solo metaforicamente, e poi reclamare l’atomica sui ragazzini che spaccano le vetrine di un centro città? I teppisti sono semplicemente teppisti, le periferie e gli hinterland metropolitani conoscono bene i giovani che delinquono, scippano, spacciano, generano risse, terrorizzano le persone. È vita quotidiana. E fanno paura, perché non sono così “evoluti” da riuscire a raggirare gli anziani spacciandosi per carabinieri, ma sfuggono al controllo, delle forze dell’ordine e delle istituzioni educative. Soprattutto spaventano, perché vederli in azione a gruppetti concentrati in uno spazio ristretto come è il salotto del centro di Milano trasmettono l’idea di un esercito informale, organizzato per bande, gang senza padri, manovrato da chissà chi attraverso quei social network che utilizziamo tutti.
Si è detto del vuoto di valori che spinge ad assaltare non i forni del pane, ma i negozi delle sneakers più ambite e le vetrine dei marchi globali di un certo tipo di lusso. E non è un caso che le manifestazioni più estreme si siano viste principalmente a Milano, non dove la povertà colpisce storicamente di più. Col passare del tempo il racconto pubblico ha allontanato il capoluogo lombardo dall’immagine di una città con il cuore in mano, capace di accogliere e restituire nel segno del lavoro, per farne una della capitali del mondo benestante, dove si entra solo se si è ricchi, e tutto funziona al meglio e si è accettati se si hanno molti soldi, a prescindere dal valore o dai valori che si esprimono. Non bastano più i dané , per essere milanesi, l’espressione antica di una conquista sociale maturata attraverso il sacrificio e l’impegno, serve proprio il cash, fondamentalmente lo stesso elemento cantato dai trapper di riferimento nella sottocultura delle periferie. Vista da fuori, dall’hinterland, Milano è diventata una fortezza, una città-simbolo dove le opportunità sono state confinate nell’area sempre più inaccessibile e ristretta del privilegio (che è diverso dalla semplice fortuna), i soldi, l’unica chiave capace di aprire tutte le porte, possono arrivare dai grattacieli o dai pandori, dall’evasione o dai capitali stranieri esentasse, non puzzano mai, mentre il lavoro e l’impegno sembrano pagare sempre di meno.
Non è un problema milanese, è un tema sociale e educativo privo di una precisa cittadinanza, ma dove la disuguaglianza raggiunge i livelli più elevati, lo ha scritto bene Stefano Arduini su Vita.it parlando di «protesta conformista», la percezione della roccaforte diventa molto più netta. Mente l’area dell’esclusione cresce in ampiezza, rischiando contiguità pericolose. Se esiste un vuoto diffuso, allora, andrebbe riempito parlando ai giovani di fatica, di sacrificio, di impegno, di studio, di lavoro onesto, di rispetto delle regole, di strade in salita da percorrere insieme, di famiglia, di crescita dei figli, di solidarietà verso il prossimo, di buona integrazione, di pace. Il fatto è che chi ci prova rimane spaesato, sperimenta una strana forma di emarginazione, fatica a mostrare orizzonti di speranza, che pure ci sarebbero. La comunità attorno ha eletto la violenza a linguaggio comune, ed esalta l’apparenza, il consumo come culto, il denaro, il successo senza etica. Il deserto di valori c’è, purtroppo non è un’esclusiva dei “maranza”. Teppisti e vandali vanno fermati, arginati nella violenza che segna quotidianamente le loro vite, non solo nei weekend quando vanno in centro. Ma farlo solo perché disturbano la quiete, senza la capacità di offrire autentiche alternative di senso, sarebbe come imporre a forza un trattamento estetico a un corpo che vede la decomposizione.

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