La comunicazione dopo la fine dell’ascolto

Nel “Dizionario poetico dell’umano” di Sergio Astori, centoquaranta parole diventano occasioni per ripensare il legame tra la lingua e la relazione. Perché una parola non è buona solo quando suona premurosa, ma quando riconosce davvero chi la riceve
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October 23, 2026
La comunicazione dopo la fine dell’ascolto
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Nel racconto intitolato Un messaggio dell’imperatore, Kafka immagina che in punto di morte un sovrano affidi a un messaggero una comunicazione destinata a uno dei suoi innumerevoli sudditi, un individuo tanto insignificante e lontano dal centro dell’Impero da apparire come una minuscola ombra rispetto al sole imperiale e, tuttavia, scelto come destinatario. Non sappiamo che cosa contenga il messaggio, ma sappiamo che qualcuno, dall’inaccessibile centro del potere, lo ha pronunciato pensando a quel singolo; prima di congedare il messaggero, l’imperatore se lo fa ripetere all’orecchio, ne conferma l’esattezza con un cenno del capo e lo manda attraverso le stanze del palazzo, i cortili, le scale e una folla sterminata che gli impedirà per sempre di arrivare, mentre il destinatario resta alla finestra a sognare quelle parole sul far della sera.
Nello scenario della comunicazione contemporanea, la nostra condizione è quasi rovesciata: i messaggi non attraversano più alcuna distanza, giungono scritti con cura impeccabile e vengono consegnati nell’istante stesso in cui qualcuno li produce e, tuttavia, capita ogni giorno di non riuscire a stabilire se siano stati davvero rivolti a noi. In effetti, mai sono circolate tante parole e mai è stato così difficile individuare chi parli e a chi. Nell’abbondanza non si assottiglia la figura di chi prende la parola, sempre più assistito e prolifico; si assottiglia, semmai, quella dell’interlocutore, che diventa di volta in volta utente, cliente, elettore, paziente, follower, ossia un profilo di comportamenti previsti al quale si può indirizzare qualunque cosa senza, incredibilmente, incontrare nessuno.
Vale allora la pena di ricordare perché parliamo. Parliamo perché non coincidiamo mai interamente con noi stessi e dobbiamo affidare qualcosa di ciò che siamo a un segno esposto all’interpretazione di un altro, che potrebbe accoglierlo, fraintenderlo o respingerlo; la parola nasce dunque da una distanza che non viene abolita e la comunicazione riuscita non è quella che pretende di annullarla, ma quella che prova a custodirla come luogo dell’incontro.
Nessuno di noi, del resto, ha iniziato a parlare per propria iniziativa e, su questo, un dettaglio antico dice forse più di molte teorie. Matteo Ferrari, monaco benedettino camaldolese, richiama il capitolo della Regola dedicato alla salmodia, in cui Benedetto non chiede che le labbra si accordino al cuore, come ci aspetteremmo, ma che la mente si armonizzi con la voce: «mens nostra concordet voci nostrae» . L’ordine consueto viene rovesciato con discrezione, perché non è necessariamente l’interiorità già formata a cercare la propria espressione adeguata, ma sono anche le parole ricevute e ripetute a dare forma all’interiorità. Chiedersi da dove provengano le parole che ripetiamo diventa allora un modo per chiedersi chi ci stia formando.
Quelle righe di Ferrari aprono il Dizionario poetico dell’umano, pubblicato quest’anno da Sergio Astori presso Castelvecchi: centoquaranta parole, da Abbraccio a Vela, nate a partire dal marzo del 2020 come pillole di resilienza diffuse in rete. Astori è psichiatra e molte voci provengono da luoghi - lo studio, l’hospice, il pronto soccorso, il carcere - in cui la parola non è l’ornamento della relazione, ma uno degli strumenti attraverso cui essa prende forma. Ferrari legge queste centoquaranta parole come un salterio incompleto, nel quale rimane uno spazio perché il lettore possa continuare il percorso con le proprie «parole buone».
Nell’introduzione Astori sostiene che le parole, se pronunciate con attenzione, «non impongono ma invitano». L’invito ammette che l’altro non entri, non aderisca o non risponda nel modo sperato e, proprio per questo, alcune voci - tatto, riconoscimento, reciprocità, disarmo - sembrano convergere attorno alla medesima intuizione: la bontà di una parola dipende anche dal margine di esistenza che lascia a chi la riceve. Un discorso può essere pieno di espressioni premurose e rimanere violento quando pretende di stabilire in anticipo chi sia l’altro.
Una pagina del libro mostra la differenza con un’evidenza che l’argomentazione da sola difficilmente raggiunge. In una casa di reclusione del Nord Italia alcune donne non ricevono né lettere né telefonate perché nessuno, fuori, si ricorda più di loro; il primo passo perché non si sentano le più escluse tra le recluse consiste nell’essere chiamate per nome e non per cognome, come accade dagli altoparlanti dei corridoi. Il materiale sonoro cambia poco, ma cambia la relazione, perché classificare qualcuno e chiamarlo non sono la stessa cosa: nel secondo caso, la parola riconosce un destinatario che non coincide interamente con la categoria nella quale è stato collocato.
Forse è proprio la scelta, tutt’altro che scontata, di chiamare questo libro Dizionario poetico dell’umano a precisare meglio la questione. Un dizionario dovrebbe dirci che cosa significano le parole e, almeno in parte, stabilizzarne l’uso; qui accade qualcosa di diverso, perché le centoquaranta voci non chiudono il significato in una definizione, ma lo affidano a una storia, quasi che per comprendere l’ascolto, il tatto, la reciprocità o il disarmo, occorresse vedere che cosa quelle parole fanno quando entrano nella vita di qualcuno. Sergio Massironi, nella postfazione, ricorda che i dizionari sono stati «incubatori del linguaggio e delle sue oscillazioni», libri ai quali ritornare per cercare e interpretare, e recupera il significato originario di poíesis, l’energia che «pone, crea, fa essere». Se prendiamo sul serio questa indicazione, la poesia non abbellisce la parola, ma ne rivela una possibilità originaria: parlando non ci limitiamo a descrivere un mondo già costituito, contribuiamo a farlo essere. Ed è qui che ritorna l’interlocutore, perché chiamare qualcuno paziente, utente, detenuto, follower, oppure chiamarlo per nome, non significa scegliere parole diverse per la stessa realtà, ma concorrere alla realtà nella quale gli consentiamo di apparire.
La questione si fa più nitida davanti ai sistemi capaci di generare linguaggio, i quali producono frasi appropriate, modulano il tono, simulano premura e restituiscono a ciascuno la versione più plausibile di quanto desidera ricevere. Sarebbe ingenuo opporsi a questa potenza invocando una presunta unicità stilistica dell’essere umano, che del resto viene imitata piuttosto bene; la differenza, a mio avviso, riguarda piuttosto la promessa, perché una parola umana obbliga nella misura in cui chi la pronuncia resta legato al proprio dire, può essere chiamato a mantenerlo e ne porta la responsabilità quando lo tradisce. Il linguaggio sintetico produce enunciati impeccabili senza assumere quella continuità morale che congiunge una voce alle conseguenze di ciò che ha detto e, proprio per questo, può arrivare a consolare senza che nessuno vi sia esposto.
Resta, infine, il silenzio, che permette forse di distinguere l’assenza dall’attenzione. Dove l’interlocutore manca, nessuno risponde perché nessuno era stato veramente chiamato; accanto a una presenza reale, invece, il silenzio può offrire riparo a ciò che non ha ancora trovato la propria forma e che verrebbe guastato da una parola prematura.
Simone Weil scrisse a Joë Bousquet che «l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità», legando l’esistenza dell’altro alla nostra capacità di non coprirla immediatamente con interpretazioni, consigli e risposte. Il gradino lasciato vuoto nel salterio incompleto domanda precisamente questa generosità: non necessariamente una nuova parola da aggiungere in fretta, ma un posto nel quale qualcuno possa diventare udibile. Le parole non ci mancano e saranno sempre più numerose, appropriate, premurose; ci manca chi ne pronunci una che contenga il nostro nome e resti poi in silenzio a risponderne.

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