Violenza e disagio, l’errore da evitare è confondere le cause
Il richiamo di Mattarella a una lettura lucida dei disordini di questi giorni è un invito a riflettere sull'importanza dell'educazione, ma anche di regole sui social e di interventi mirati contro povertà e rincari

Così come le leggi della chimica dimostrano che non si può mescolare l’olio con l’acqua, il senso della politica ci suggerisce che non si deve mescolare il malessere economico-sociale con il teppismo e il saccheggio. Meglio, non si dovrebbe. Perché da quanto si è visto in Italia in questi giorni agitati, il rischio di fare confusione è alto. Sergio Mattarella ha detto bene tre volte, lunedì scorso, parlando all’Unione delle Province: quando ha definito «inaccettabile» ogni violenza; quando ha espresso solidarietà ai tanti feriti delle Forze dell’ordine a opera dei violenti di Milano, Bologna e Torino; quando ha invitato a «un’analisi intelligente e approfondita» su disordini «che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti». Ci permettiamo di affermare che è quest’ultima la frase chiave del capo dello Stato e che, al suo interno, l’aggettivo chiave è «intelligente».
Serve intelligenza, infatti, per distinguere, per comprendere e per agire di conseguenza. Che cosa sono il caro vita, il caro affitti, il caro carburanti, gli stipendi troppo bassi per quei gruppi di minorenni incappucciati che spaccano vetrine e assaltano negozi per rubare (questo è il verbo giusto) lo stesso modello di Nike che spesso già hanno, la felpa alla moda che spesso già indossano, il dispositivo elettronico ultimo modello? Forse, ci chiediamo, più che vittime delle disuguaglianze, lo sono di modelli etici e sociali sbagliati (questo è l’aggettivo giusto), della “riccanza” osteggiata da trapper e influencer sui social? Del culto della violenza ormai diffuso, che prima dello scorso fine settimana abbiamo già visto in razzie nei supermercati di provincia, folli risse del sabato sera, accoltellamenti nelle scuole? Perfino pugnalare un insegnante o un compagno di classe, vandalizzare, bruciare, saccheggiare è occasione per una diretta social, per postare una storia, per taggare qualcuno.
Allora forse è questo il problema, per altro enorme e spaventoso. Se poi, dietro a questa ondata rabbiosa di violenza minorile, ci siano ‒ come ha ipotizzato il ministro della Difesa Guido Crosetto ‒ burattinai nascosti e nemici delle democrazie europee che soffiano sulla brace usando algoritmi e intelligenza artificiale, è un dubbio legittimo che va assolutamente verificato. Certo, il manifesto del Movimento 17 ottobre, diffuso ieri e che non prende le distanze dai violenti, non è stato scritto da ragazzini delle medie. Serve intelligenza e serve anche intelligence, dunque.
Improbabile in ogni caso, però, che il motore che spinge i giovanissimi vandali sia il costo della vita. Quest’ultimo anima invece le rivendicazioni e le proteste degli studenti universitari che si vedono chiedere cifre assurde per una stanza in affitto nelle grandi città, dei trentenni (non di rado con due lauree e un master) che quando lavorano ricevono uno stipendio non adeguato alle loro competenze e necessità e non riescono a lasciare la casa dei genitori, dei padri e madri di famiglia che non ce la fanno più a far quadrare i conti, di autotrasportatori, agricoltori e pescatori soffocati dai prezzi del carburante schizzati alle stelle, delle aziende schiacciate dal costo dell’energia. E questo è un altro problema, tanto grave quanto distinto dal precedente.
Occorre perciò fare ordine, nelle strade ma anche nelle idee. Il dovere della classe politica è non mescolare, ma dare risposte diverse a problemi diversi. Senza scorciatoie. Senza, cioè, reagire alla violenza di piazza con antichi tic reazionari a destra e vecchi slogan da gruppettari (o più recenti proclami populisti) a sinistra. Il Governo ha deciso, con il decreto di ieri, di proseguire su una linea principalmente repressiva, che risponde alla stessa logica per cui di fronte a fatti criminali si inaspriscono le pene o si coniano nuovi reati. Se questo sistema funzionasse, l’Italia sarebbe il Paese più sicuro e tranquillo del mondo. Ma evidentemente non funziona.
Più difficile, perché richiede tempi che la politica di oggi pensa di non potersi concedere, ma forse più efficace sarebbe dare anche una risposta di tipo culturale, fissando regole per l’accesso dei minori ai social (sul tema c’è una proposta di legge bipartisan che giace in Parlamento da lungo tempo) e stringendo una solida alleanza con le famiglie, con le scuole, con gli enti locali: autentica educazione civica, tempo pieno, valorizzazione del dialogo e della conoscenza dell’altro, cultura della non-violenza...
Sull’altro fronte, quello della sofferenza economica e sociale, il dovere della politica è ovviamente quello di individuare provvedimenti rapidi e concreti alle sacrosante richieste di attenzione. Un primo passo è stato fatto con lo sblocco di 480 milioni per l’autotrasporto. Ma anche in questo caso è necessario agire con serietà, cioè individuando le urgenze e focalizzando su quelle le (poche) risorse a disposizione. Non certo promettendo tutto a tutti, come già si vede fare a destra come a sinistra, complice la campagna elettorale già cominciata.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





