Israele, testa a testa tra Eisenkot e Netanyahu. Gli arabi di Nazareth: fermiamo gli estremisti
di Luca Foschi, Nazareth
Per i sondaggi della vigilia, né il premier uscente né lo sfidante riuscirebbero ad avere al momento la maggioranza. Il nostro viaggio nella città in cui i volontari di Standing Together si mobilitano per motivare elettori che si sentono esclusi. «Qui spadroneggia il caos criminale. Noi non vogliamo essere gli anelli deboli di una società che rischia la deriva»

In Israele si vota il 27 ottobre. È la prima consultazione elettorale dopo il pogrom compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Secondo un sondaggio pubblicato da Channel 12, il partito Yashar di Gadi Eisenkot è al primo posto con 23 seggi, uno in meno rispetto alla rilevazione precedente. Anche un sondaggio di Channel 13 indica Yashar al primo posto, ma con 20 seggi. In entrambi, il Likud, partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, si posiziona secondo, scendendo a 19 seggi. Nessuno dei due blocchi riuscirebbe a raggiungere la maggioranza parlamentare, per la quale sono necessari 61 seggi. Il sondaggio di Channel 12 prevede infatti 55 seggi per il blocco di Eisenkot e 51 per quello di Netanyahu, mentre il sondaggio di Channel 13 attribuisce ai due blocchi rispettivamente 52 e 49 seggi.
«Mi spiace ma non so nulla sulle elezioni. Un tempo sì, ero coinvolto. Gli arabi di Israele non fanno il servizio di leva, hanno un po’ di soldi, la criminalità, le droghe. A loro va bene così. Nazareth è molto cambiata da quando sono partito. Prima era una città per tutti, e guardala ora. Ogni giorno c’è una sparatoria, e la gente ricorda bene i disordini del 2021, quando l’esercito per un giorno e mezzo chiuse ogni accesso alla città e ai villaggi intorno. Faremo la fine della Cisgiordania», dice con amaro distacco Yousef, tornato dopo una vita trascorsa a New York a godersi la pensione nella quiete sonnolenta della bottega di famiglia, abbandonata nel 1979. Mesto, disincantato Caronte, Yousef.
Il blando accento americano trasmette la stessa remissiva malinconia delle strade al crepuscolo. A poche centinaia di metri, distribuiti intorno alla rotatoria da cui si dipartono le arterie cittadine, i volontari di Standing Together elargiscono i volantini che invitano i passanti a partecipare all’evento imminente, “Questa volta possiamo”. L’assemblea, organizzata nella sede locale del movimento nato nel 2015, vuole convincere i palestinesi di Israele ad andare massicciamente al voto il 27 ottobre. Musulmani, cristiani ed ebrei insieme per smuovere l’apatia della comunità araba in vista di un’elezione che potrebbe consegnare ancora una volta Israele alla destra radicale. Nel 2022 poco più del 53% degli arabi aventi diritto si presentò alle urne, contro una media del 70% a livello nazionale. «Vogliamo solo i nostri diritti. La discriminazione degli arabi è ovunque, nelle istituzioni, nelle scuole. Se un ebreo costruisce una casa senza permesso viene sanzionato, mentre le nostre abitazioni, vecchie di 30 anni, vengono rase al suolo. È sempre stato così, fin dal 1948, ma con questo governo il fenomeno è diventato sistemico», afferma Mohassen Abdul Hadi, una delle attiviste di lungo corso che compongono il segretariato nazionale di Standing Together.
Il risultato è la lenta e costante emorragia dell’emigrazione, da una parte, la miseria e la criminalità, dall’altra. «Non convincerò mai un fascista sul valore dell’uguaglianza. Ciò che dobbiamo fare è parlare al centro, dove gli ebrei trovano scuse ipocrite per sostenere politiche razziste, ma possono essere convinti della necessità di convivere. Per la prima volta non voterò un partito ebreo, perché sono disgustata dal muro creato dall’opposizione», dice Sara Goldberg, appartenente alla sezione di Haifa del movimento.
Nessun sondaggio negli ultimi mesi è arrivato a promettere una maggioranza alla coalizione di governo, capeggiata dal Likud di Netanyahu, o all’opposizione composta da Eisenkot, Bennet e Lapid, Lieberman e Golan. Entrambi i raggruppamenti gravitano nella cabala delle rilevazioni intorno ai 50 seggi. La maggioranza alla Knesset si ottiene con almeno 61 deputati. La popolazione araba, rappresentata dalla “Lista Unita” dei partiti Hadash, Balad e Ta’al, e da Ra’am, la lista islamico-conservatrice di Mansour Abbas, sono escluse nel discorso politico elettorale da qualsiasi ipotesi di alleanza. I palestinesi d’Israele non sono “sionisti”, ma piuttosto un corpo esterno alla nazione, inaffidabile e traditore: vecchia consuetudine concettuale, che il 7 ottobre 2023 ha reso d’obbligo fra tutti i politici ebrei, e in misura difficilmente qualificabile, ma consistente, fra gli elettori.
Il circolo di Standing Together si riempie, almeno 50 persone ascoltano gli interventi, pronunciati da tutti sia in arabo che in ebraico. «Ci stiamo decisamente allontanando dalla democrazia, e se gli arabi non andranno a votare, saranno ancor di più l’anello debole della società israeliana, pagando un prezzo altissimo. Una vittoria della coalizione estremista di Netanyahu significherebbe lo smantellamento del sistema giudiziario, politiche sempre più razziste. Con il tempo la pulizia etnica inflitta a Gaza e alla Cisgiordania arriverebbe anche da noi», dice ad Avvenire Thair Abu Ras, docente di Scienze Politiche presso il Van Leer Institute di Gerusalemme. Spingere le persone al voto, quindi, e fare in modo che i partiti arabi abbiamo peso sufficiente a garantire un appoggio esterno al governo di minoranza di Eisenkot, il quale sarà chiamato ad arrestare la deriva estremista di una parte della comunità ebraica, e a restituire a quella araba sicurezza, lavoro e dignità, la piena appartenenza allo Stato. Sottobanco, sostiene Abu Ras, i colloqui esistono già.
«Partecipo all’evento perché non voglio che altre persone debbano affrontare il mio stesso dolore», dice Umaima Lubaneh, madre di Iyad, 21 anni, ucciso l’anno scorso dalla polizia. Il ragazzo, sostiene la famiglia, è stato colpito per errore mentre gli agenti inseguivano una persona sospettata di aver aperto il fuoco contro un’abitazione nel vicino villaggio di Mashad. Nessuno ha pagato per le pallottole al giovane sbagliato. All’alba il suono delle raffiche di mitra arriva fino alle finestre aperte sulla Basilica dell’Annunciazione. Poche ore dopo una bomba esplode davanti alla casa di una famiglia cristiana. Il numero degli omicidi nella comunità arabo-israeliana è esponenzialmente cresciuto con il sopraggiungere di Ben Gvir al ministero della Sicurezza. Secondo i dati raccolti dall’associazione Abraham Initiative si passa da 116 casi nel 2022 a 244 nel 2023. Sono 230 le uccisioni nel 2024, 252 nel 2025, 144 nei primi sei mesi del 2026. La strategia, sostengono politici e analisti, consiste nell’indebolire chirurgicamente le operazioni di polizia, lasciando che il disordine e la miseria, indotta dai limitati finanziamenti del governo, proliferino, esasperando l’isolamento, la paura, l’emigrazione. Umm al-Fahm, Lod, Ramla, Rahat, da nord a sud i giovani disoccupati trovano nel generoso abbraccio dei clan mafiosi una risposta alla palude dell’anonima povertà. Li chiamano “soldati”.
Porre domande per strada sul caos criminale che governa la città significa raccogliere un elenco di sussurri terrorizzati. Nel pomeriggio l’ennesimo, breve dialogo fra fucili scivola sul pendio della collina dalle periferie settentrionali. Basta abbandonare le strade del centro per trovare lo scenario familiare impastato di oscurità, cassonetti ricolmi, cemento logoro e soffocante, fasci inestricabili di cavi elettrici che corrono sui pali di legno: è la Palestina, quella dei campi profughi della Cisgiordania o del Libano.
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