Fabri Fibra: «Le proteste dei ragazzi? Mi stupisco che sia successo solo adesso»
Il rapper ospite per la prima volta al Premio Tenco di Sanremo. «I giovani non posso pretendere di capirli, però li rispetto perché ho vissuto le stesse difficoltà»

Stasera Fabri Fibra sarà ospite per la prima volta a Sanremo del Premio Tenco, dove duetterà anche con Frankie Hi-Nrg Mc, tra i pionieri del rap italiano che verrà premiato alla carriera. Un incontro che racconta l’ingresso del rap nel mondo della canzone d’autore, ma anche la sua capacità di restare una voce scomoda, attenta alle contraddizioni sociali. Dalla trap alle proteste dei giovani, dal carovita al nuovo disco con Neffa, Zarathustra Style, il rapper, al secolo Fabrizio Tarducci, riflette sul rapporto tra musica e realtà: «Il superpotere dell’artista è la credibilità».
Il riconoscimento del rap come musica d’autore non lo sorprende, ha spiegato oggi durante le prove all'Ariston. «I segnali della crescita di questo genere musicale sono in crescita da anni: è cresciuto il pubblico, perché è un genere ascoltato dai quindicenni come dai quarantacinquenni, è cresciuto in classifica, sono cresciuti i budget, sono cresciuti i contratti. Quindi è ovunque il rap italiano, poi sono cresciuti i rapper e mi sembra naturale che cresca anche la credibilità del genere». Tra le diverse anime del rap, Fibra individua nel conscious quello più vicino al cantautorato: «Credo che quello che sta arrivando adesso è che il rap conscious, che è quello che si avvicina di più, secondo me, al cantautorato, sta come percezione prendendo credibilità».
Per lui, però, la maturità artistica passa anche dalla consapevolezza che non si può parlare allo stesso modo a ogni età. «A un certo punto, io ho superato i 40 anni, non potevo più usare certi vocaboli e dovevo trattare certi temi usando altre metafore, usando un linguaggio che alla mia età fosse credibile, perché il superpotere dell’artista è la credibilità». Non rinnega la stagione della provocazione, quando le parolacce e le scelte politicamente scorrette erano anche un modo per farsi ascoltare. «Io ho sacrificato molto della mia vita per far sì che sia credibile, anche quando era politicamente scorretto, anche quando la metà delle parole erano provocazioni e parolacce, però erano credibili». La sfida, oggi, è trovare altre forme per raccontare il presente senza perdere forza.
Da qui anche il confronto con la trap, spesso criticata per l’esibizione di ricchezza e per un linguaggio considerato infantile. «C’è stato un momento in cui è stata attaccata molto la musica trap, la sovraesposizione della trap e anche il modo in cui viene presa seriamente la trap, che non va presa seriamente», osserva. «La trap è un genere musicale ascoltato dai quindicenni, quindi quando hai quindici anni cerchi quel tipo di esagerazione». Fibra ha scelto invece di rivolgersi anche a chi affronta la quotidianità del lavoro: «Voglio fare musica per i quarantenni che vanno al lavoro, per i trentenni che vanno al lavoro».
Il rap, diventato fenomeno di massa, rischia però di perdere parte della sua carica antagonista. «Il prezzo che ha pagato il rap è stato proprio quello di adeguarsi un po’ al sistema e di perdere quell’aspetto pericoloso e scorretto. Ha pagato questo prezzo però per veicolare il messaggio». Un messaggio che resta legato alla possibilità di raccontare la propria storia: «Tu non hai bisogno di avere chissà quale preparazione musicale e culturale. Se tu hai una storia forte di rivalsa sociale, sia che vieni dalla provincia, sia che vieni dal quartiere, sia che vieni da una famiglia disfunzionale o dalla famiglia borghese, se hai qualcosa da dire e sai dirla, puoi farcela». Il problema è che «il rap di oggi è più innocuo rispetto al rap di vent’anni fa», perché «ovunque entrano i soldi la rabbia diminuisce».
La rabbia, intanto, è tornata nelle piazze. E Fibra non la considera una sorpresa. «Quando avevo 21 anni lavoravo in un’azienda in provincia, prendevo 1.200 euro e già avevo capito che il sistema era truffato». La pressione sociale impone uno stile di vita che gli stipendi non consentono: una casa, le uscite, il telefono, una vita sociale da mantenere. «Io già nel 2001 avevo capito che non ce l’avrei mai fatta a diventare indipendente con un lavoro, andare via da casa». Ha provato a lavorare «in fabbrica, nei locali, nei ristoranti», senza trovare la stabilità promessa a chi si impegna. È stata la musica a offrirgli un’altra strada. Oggi il problema, sostiene, è ancora più evidente. «Avevo 1.250 euro, oggi lo stipendio dopo 25 anni quanto è? 1.800? E che cosa ci fai? Tra l’altro te ne prendono 1.000 per l’affitto». Il carovita si somma alla pressione a consumare per sentirsi parte della società. «È tutto ingigantito, i soldi non bastano». Per questo, davanti ai ragazzi che protestano, la sua reazione è netta: «Mi stupisco sinceramente che sia successo solo adesso». E aggiunge: «A vent’anni hai meno da perdere; a trent’anni, purtroppo, gli italiani sono rassegnati».
In questa frattura generazionale c’è anche il senso di In Italia, il brano del 2008 con Gianna Nannini ripreso nel 2024 con Baby Gang ed Emma. Doveva essere un duetto a Sanremo con Baby Gang che non andò in gara perché allora sotto processo. Una canzone che, a distanza di anni, ha trovato nuove ragioni per essere ascoltata e talvolta risuona nei cortei. «Quando ero uscito nel 2008 mi dicevano: “Sei tragico”; quando ero uscito nel 2024 mi hanno detto: “Però è vero”». Le domande sulle alternative alla fabbrica, al lavoro sottopagato e all’emarginazione sono rimaste aperte. Fibra non pretende di parlare al posto dei ventenni, ma ne riconosce il disagio: «I giovani non posso pretendere di capirli, però li rispetto perché rispetto la loro rabbia». La sua esperienza personale passa anche dalla fatica di vivere a Milano, città che gli ha dato opportunità ma non gli ha risparmiato sacrifici. «Venendo dalla provincia (l’artista è di Senigallia, ndr) a Milano non ho mai respirato un attimo, ho sempre sofferto, ho sempre faticato per stare al passo con la città». Racconta di aver fatto più di quindici traslochi, passando dal monolocale al bilocale e poi al trilocale, ogni volta che riusciva a guadagnare qualcosa in più. «È tutto quello che ho, l’ho sempre sudato». Una storia che lo tiene lontano dall’idea del successo facile e gli permette di guardare alle proteste senza liquidarle. Anche Zarathustra Style, il disco realizzato con Neffa e uscito il 9 ottobre per Dischi Numero Uno/Sony Music Italy, nasce dalla voglia di sottrarsi alle formule presentando ben 23 tracce tra sperimentazione e filosofia. Neffa, che aveva prodotto il suo primo album nel 2001, gli aveva mostrato un rap capace di accogliere «un’emotività e un’insicurezza personale» oltre alla ruvidità e alla politica. Ritrovatisi a Milano, hanno scelto di realizzare un progetto fuori dagli standard, senza collaborazioni, singoli o video. «Questo algoritmo è nauseante per tutto, sia per chi fa la musica che per chi l’ascolta. È un momento interessante per iniziare a fare cose fuori dalla forma comune». È ancora questa, in fondo, la sfida del rap: raccontare una società che promette possibilità ma spesso le nega, dando voce a chi fatica a immaginare il proprio futuro. E trovare, anche a cinquant’anni, parole nuove per continuare a dire cose scomode.
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