La repressione non tiene unita una comunità
Con i giovani lo Stato deve saper unire responsabilità, educazione e inclusione: pene e divieti lasciano aperta la frattura con le istituzioni. Invece è necessario riuscire a generare fiducia

Più una società sente il bisogno di ricorrere alla repressione per garantire la convivenza, più dovrebbe chiedersi perché quella convivenza sia diventata tanto difficile. Moltiplicare divieti, controlli e sanzioni può essere necessario. Ma può anche rivelare una frattura nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Ambrogio Lorenzetti ha dato forma pittorica a questa tensione sulle pareti del Palazzo Pubblico di Siena. Negli affreschi del Buon Governo, la Securitas sorvola una città indaffarata e una campagna coltivata. Regge una forca con un impiccato e un cartiglio che promette ai viandanti strade libere dalla paura. La pena è lì, esibita senza pudore. Ma il messaggio è chiaro. Non è la paura della pena a tenere insieme la città. La Sicurezza si fonda sulla Giustizia e sulla Concordia. Su quella trama di legami che permette agli abitanti di lavorare, commerciare, incontrarsi e attraversare le mura senza sospettare di ogni sconosciuto. La pena è il presidio estremo, non il fondamento della vita comune. Vale la pena ripensare all’Allegoria del Buon Governo mentre si discute dell’ennesimo decreto sicurezza. Davanti alle proteste, agli scontri e alle violenze che coinvolgono anche giovanissimi, la politica torna, come per un riflesso pavloviano, al repertorio che conosce meglio. Si annuncia con orgoglio la creazione di nuovi reati, nuovi divieti e pene più severe. Una strada già battuta. Con poco successo, per la verità. E le domande più difficili continuano a rimanere sullo sfondo, inespresse. Che cosa si è incrinato nel rapporto tra i giovani e le istituzioni? Dove nasce questa rabbia che talvolta non trova altra lingua se non quella del caos?
Chi aggredisce, devasta o mette in pericolo gli altri deve certamente risponderne. Il dissenso non autorizza la violenza. Ma la responsabilità individuale non esaurisce la responsabilità pubblica. Soprattutto quando sono coinvolti dei minori, la risposta dello Stato non può essere soltanto la repressione. Punire un adolescente senza domandarsi come restituirlo alla vita comune e, ancora prima, qual è l’origine di certi comportamenti, significa rinunciare a una parte essenziale del compito educativo delle istituzioni. Montesquieu scrive che “nel governo repubblicano si ha bisogno di tutta la potenza dell’educazione”. Il timore, osserva, nasce da sé tra minacce e castighi. La virtù politica, invece, va coltivata. Non basta ottenere obbedienza. Occorre che le persone riconoscano le ragioni delle regole, e possano riconoscersi nella comunità che le ha stabilite. Il senso civico non si genera per decreto. Cresce, o si consuma, nelle esperienze quotidiane di giustizia e ingiustizia, di ascolto e umiliazione, di partecipazione o esclusione. Una società non diventa più sicura soltanto aumentando il costo della trasgressione. Deve anche ridurre le ragioni che la alimentano. La sanzione offre alla politica un gesto netto, immediatamente visibile. L’educazione, l’inclusione, la prevenzione lavorano invece nel tempo lungo, quello che mal si accorda con il corto-termismo delle scadenze elettorali. Da qui la tentazione di una normazione on demand, confezionata sull’ultima emergenza, mentre le cause continuano a operare indisturbate.
Ma la questione è ancora più profonda, perché quando discutiamo di sicurezza, tendiamo a considerare le istituzioni come strumenti chiamati a contenere comportamenti che nascono altrove, indipendentemente da esse. Ma le istituzioni non si limitano a stabilire ciò che è consentito e ciò che è vietato. Contribuiscono a formare proprio quei comportamenti che poi si trovano a governare. Modificano le aspettative, alimentano o consumano la fiducia, insegnano ai cittadini che cosa possono attendersi gli uni dagli altri. Un’istituzione che presume sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche miopi.
Nell’Allegoria del Buon Governo la Sicurezza non siede sul trono. Vola sopra le case e i campi. Il suo posto, nell’ordine immaginato da Lorenzetti, dipende dalla Giustizia e dalla Concordia. Perché l’ordine civile non può reggersi esclusivamente sulla minaccia della sanzione. Ha bisogno di cittadini che riconoscano le ragioni dello stare insieme così come di istituzioni capaci di coltivare questo riconoscimento. Una responsabilità che nessun decreto può assolvere da solo.
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