Scarafaggi o fenicotteri, il disagio sociale dei giovani è globale

La "Generazione Z" in piazza in vari Paesi del mondo per protestare contro il futuro rubato. Una contestazione che guarda alla crisi climatica, alle disuguaglianze fino alle oligarchie. La sfiducia nelle istituzioni mette alla prova la politica
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October 24, 2026
Scarafaggi o fenicotteri, il disagio sociale dei giovani è globale
Una vetrina della Rinascente danneggiata a Milano/ FOTOGRAMMA
Sarebbe sicuramente arbitrario ricondurre a un’unica matrice l’ondata di manifestazioni, scontri e proteste di vario genere che punteggiano il mappamondo. Non esiste, naturalmente, una spiegazione monocausale dei disordini, delle rivolte e delle ribellioni cui assistiamo dal 2025, talvolta accompagnati anche da episodi di violenza gratuita, che non possono essere giustificati in nessun caso. L’unica cosa certa è la loro portata mondiale. Dal Nepal al Madagascar, dal Perù all’Albania, dalla Spagna al Bangladesh, dal Portogallo alla Serbia, dal Marocco al Messico, dalla Grecia al Kenya, dall’Ecuador all’Italia, i giovani della Generazione Z (nati, secondo una convenzione diffusa, dal 1997 in poi) e, in alcuni casi, anche quelli della Generazione Alfa (nati indicativamente dal 2010 in poi) scendono in piazza.
Tra questi giovani e giovanissimi, talvolta appena oltre il limite dell’infanzia, il livello di frustrazione e disorientamento ha superato, in ampi strati della popolazione, i livelli di guardia. Il repertorio delle ragioni è vastissimo e varia dalla disoccupazione alla censura sui social network, dalle tasse all’insufficienza o all’elevato costo dei servizi di base (acqua ed elettricità), dalla carenza di alloggi a prezzi accessibili all’inadeguatezza dei servizi scolastici, dalla lotta alla corruzione a quella contro la criminalità organizzata, dall’opposizione alla speculazione ambientale alla contestazione delle riforme dei sistemi pensionistici. Ovviamente, non si possono attribuire interamente né alla politica in generale né ai governi di turno il peggioramento delle condizioni economiche e l’eclissi delle prospettive di miglioramento sociale, quello che in Italia abbiamo chiamato «ascensore sociale». E tuttavia, ciò a cui abbiamo assistito a livello mondiale negli ultimi anni è stato, in primo luogo, un atteggiamento di condiscendenza, implicito o esplicito, da parte del potere politico nei confronti dei nuovi potentati finanziari, digitali e militari. La politica, in molti casi, ha pensato non solo di poter addomesticare questi nuovi Principi — per dirla con Machiavelli — ma anche di poterli considerare alleati nel controllo sociale o, quantomeno, nella gestione di società in profonda trasformazione.
Tutto ciò si è rivelato una mera illusione, anzi una distorsione prospettica, che ha nascosto alla vista il disagio e il risentimento che covano negli interstizi delle società, di fronte al divario ormai esponenziale tra i predatori e gli «scarafaggi», per riprendere l’auto-definizione adottata polemicamente dai giovani indiani, o i più poetici «fenicotteri», simbolo delle proteste albanesi. Sarebbe ingenuo, oltre che infondato, interpretare queste fratture nei termini di una nuova lotta di classe, per la semplice ragione che l’ipotetica classe in questione sarebbe costituita dalla stragrande maggioranza della popolazione, contrapposta a un ristrettissimo numero di nuovi oligarchi, che letteralmente si contano sulle dita di una mano. Questi ultimi hanno compiuto non soltanto il saccheggio dell’economia, ma anche quello dei sogni, imprigionando intere generazioni nel perimetro, al contempo infinitamente libero e infinitamente concentrazionario, dei social network, alimentando un’economia di guerra e spingendo il pianeta che queste generazioni abiteranno sull’orlo del collasso climatico. Nemmeno gli schemi del secolo scorso, incentrati sul sistema-mondo e sulla dialettica tra centro e periferia, sembrano oggi sufficienti a interpretare queste fratture. Il mondo è ormai policentrico e, per giunta, non esiste quasi più alcun sistema omogeneo al quale ricondurre fenomeni tanto diversi. Le proteste del Sessantotto, evocate talvolta impropriamente come termine di paragone, avevano in realtà una matrice comune, identificabile nella domanda di futuro avanzata da quelle generazioni. Le generazioni che oggi occupano le piazze, in questa prima metà degli anni Venti del XXI secolo, pur con le sostanziali differenze già menzionate, sembrano animate da una motivazione ancora più radicale e mobilitante rispetto a quella dei loro padri e dei loro nonni: la netta sensazione di un furto di futuro .
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), le proteste giovanili del 2025 hanno evidenziato un paradosso: un elevato livello di partecipazione e di impegno, anche sulle questioni sociali e umanitarie — basti pensare alla mobilitazione per Gaza — si accompagna a una profonda sfiducia nelle istituzioni. Di fronte a questa serie di sollevazioni prive di una guida riconoscibile — non credo a regie occulte o ibride —, talvolta scomposte e destrutturate, e persino nichiliste, quando la distruzione diventa una modalità di autoaffermazione, si compie la nemesi di una politica rinunciataria. Quest’ultima è ora chiamata a rispondere, in molti casi, di fenomeni che non controlla e che non ha direttamente causato. Ma una politica che per decenni ha omesso di affrontare problemi strutturali e almeno di ridurre squilibri di enormi proporzioni mostra oggi tutti i propri limiti, che vanno ben oltre l’ascesa dei movimenti populisti o apertamente reazionari. Il rischio è che si apra una stagione di profondo scompaginamento sociale e di frantumazione del patto fondativo della comunità politica: non soltanto tra le diverse componenti della società, ma anche sul piano intergenerazionale e intertemporale. Siamo ben oltre la crisi della democrazia. Emblematicamente, il movimento Extinction Rebellion (XR) rivendica il diritto a «non estinguersi», anche di fronte alle conseguenze della gravissima crisi climatica in atto, senza contare i conflitti e gli stermini tuttora in corso. Se le grandi proteste dell’ultimo trentennio del XX secolo proclamavano a gran voce l’esistenza di diritti, quelle dei nostri giorni proclamano, più drammaticamente, il diritto di esistere.

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