Zarathustra entrò in fabbrica con Tronti

In “Nietzsche a Mirafiori” Damiano Palano evidenzia come il padre dell’operaismo si ispirò al solitario di Sils Maria più che a Marx e Gramsci. Il fondatore dei “Quaderni rossi”, diversamente da Toni Negri, vide nell’azione delle tute blu un freno al capitalismo massificante. La rilettura di uno snodo del ’900
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October 23, 2026
Zarathustra entrò in fabbrica con Tronti
Operai davanti alla Fiat / Ansa/ Tonino Di Marco / DC
E se le lotte operaie divampate in Italia negli anni Settanta del Novecento trovassero angusta la propria collocazione entro il paradigma classico marxista o marxiano della lotta di classe come si è invece soliti interpretarle? È possibile adottare una prospettiva diversa se non addirittura spaesante al punto da considerarle alla stregua di un freno alla riduzione dell’operaio collettivo ad anonimi consumatori e sottrarlo quindi alla stretta della massificazione dilagante? Fin qui nulla di eccessivo nella proposta interpretativa. Forse. Se però consideriamo l’azione dell’operaio volta ad arrestare l’avanzata della Zivilisation capitalista per porsi a difesa della Kultur europea il discorso cambia e fornisce una lettura controcorrente, per dirla in termini eufemistici, di un momento importante della cultura politica italiana del Novecento, quello dell’operaismo. Così suona la lettura proposta di quell’esperienza politica da Damiano Palano in Nietzsche a Mirafiori. Per una storia critica dell’operaismo italiano (pp. 546, euro 38) appena pubblicato dall’editore Morcelliana. Un’interpretazione che fa aggio sull’intero cammino di pensiero di Mario Tronti (1931-2023), tratteggiando un’immagine eterodossa di uno dei maggiori, insieme a Gianfranco Miglio e Augusto del Noce, e a tutt’oggi più interessanti, pensatori della politica italiani della seconda metà del Novecento.
Per quanto il lavoro del Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si concentri su un periodo di tempo limitato, che va dalla nascita, nel 1961, di Quaderni rossi al 1971, e graviti intorno alla figura di Mario Tronti e alla sua rivoluzione copernicana, per cui la classe operaia e il suo antagonismo hanno una precedenza storica, logica e ontologica sul capitale, esso apre uno spiraglio inedito che consente di scrutare tra le pieghe della riflessione del filosofo romano. In essa Nietzsche è la figura, come confesserà lo stesso Tronti, che smuove il suo pensiero ben prima dell’intuizione operaista e che serve ad attivare, come precisa Palano, «un modo disincantato, antistoricistico, antipositivista, antiprogressista e persino antisocialista di guardare alla modernità». E in cui è riconoscibile una rottura non solo con lo storicismo gramsciano ma anche con la tradizione marxista classica. «La rilettura soggettivista di Marx, in cui Tronti si sarebbe impegnato a partire dai saggi apparsi sui Quaderni rossi, – scrive Palano – può forse essere interpretata come un estremo, eretico tentativo di opporsi al declino della Kultur europea e di erigere un estremo baluardo contro l’inarrestabile Zivilisation». Poche righe, queste, ma sufficienti a restituire il tono del lavoro di Damiano Palano. Il quale continua, nel dare il senso del travaglio filosofico del padre dell’operaismo, mettendo in rilievo che «se erano la potenza dell’economia e l’impeto della Zivilisation a ridurre l’individuo a massa anonima, Tronti avrebbe costantemente cercato l’antidoto alla Vermassung all’interno della fabbrica, nella classe operaia delle grandi fabbriche, nella forza collettiva piantata nel cuore del rapporto di produzione, concepita come l’estremo argine all’avanzata dell’“ultimo uomo”», che fa capolino nello Zarathustra del solitario di Sils Maria. È evidente fin da ora che qui, a scuotere le trame del pensiero di Mario Tronti, sia più Friedrich Nietzsche che Karl Marx, non solo per la presa di posizione nei confronti della Zivilisation ma anche per la rilettura soggettivista che ridefinisce il ruolo della “rude razza pagana”.
Da Nietzsche a Mirafiori emerge con forza l’idea che la questione fondamentale per Mario Tronti sia una questione che va ben oltre quanto tradizionalmente si associa al pensiero marxiano o marxista, una questione che poi avrebbe fatto capolino con maggiore insistenza nella produzione tarda del pensatore romano, a partire da La politica al tramonto, risalente al 1998 e di recente ripubblicato da Derive Approdi. Per sbalzarla, Damiano Palano recupera due concetti quali la Kultur e la Zivilisation che avevano trovato largo spazio nel “pensiero negativo” della Rivoluzione conservatrice degli anni Trenta, dal Thomas Mann delle Considerazioni di un impolitico a Oswald Spengler. Attraverso di essi smuove alcune corde della strategia di pensiero di Tronti non così scoperte a una prima lettura ma che la animano fin da prima della sua esperienza operaista. Compito della “rude razza pagana”, così l’operaio secondo Tronti, è trattenere, con spirito aristocratico dal forte sapore nicciano, l’allargarsi della Zivilisation e dunque l’espandersi delle dinamiche capitaliste interrompendo la linearità e corrispondenza tra fabbrica e società e riconoscendo una contrapposizione fra il momento della produzione e quello della circolazione e del consumo delle merci. Prendendo atto della strutturale impossibilità della rivoluzione di modificare il modo di produzione capitalista, l’operaio che produce sceglie di arrestare, frenare, il dilagare del capitalismo nella società, chiedendo più soldi e meno lavoro.
Non a caso, rispolverando un’espressione proveniente dalla Seconda lettera ai Tessalonicesi e ripresa, nel secolo scorso, da Carl Schmitt, lo stesso Tronti maturo riconosce, con uno sguardo retrospettivo, una doppia natura dell’operaismo, che Palano riprende riconoscendone la convivenza nelle due riviste storiche del movimento, Quaderni rossi e Classe operaia. Riproponendo una distinzione partorita dallo stesso Tronti, la prima tendenza, l’“operaismo katecontico”, farebbe capo al filosofo romano, l’altra, l’“operaismo escatologico”, sarebbe legata al nome di Antonio Negri, a cui il docente della Cattolica ha da poco dedicato la nuova edizione dell’imponente Dioniso postmoderno. Per una critica della teoria radicale di Antonio Negri (Mimesis, pagine 836, euro 40,00), che insieme a Nietzsche a Mirafiori costituisce un interessante dittico per gettare uno sguardo su un momento cruciale della discussione politico-filosofica nazionale.
Se questo accarezza l’ambizione, in una sorta di prospettiva leninista, di imboccare la strada che avrebbe condotto al crollo e al superamento del capitalismo, il contraltare di Tronti ambisce, nel segno del katechon, «a ritardare quella deriva umanitario filantropica della stessa figura dell’operaio di fabbrica, rimasta ormai l’ultima casamatta da conquistare per l’universalismo borghese» e contrastare così, per usare e ripetere, questa volta, le parole di Damiano Palano, «il declino della Kultur europea».

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