Il giallo dei "brogli annunciati" e i soldi del Qatar: ora Netanyahu contesta il voto arabo
di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
La denuncia sarebbe stata preparata prima delle elezioni: «Sospetti di interferenze dal Qatar» (che bega). Per i servizi segreti e la Commissione elettorale nessuna prova di violazioni sistematiche

La denuncia era pronta prima ancora dell’asserito delitto. Il 23 ottobre, quattro giorni prima delle elezioni, il Likud studiava come contestare il voto nei seggi arabi. Donne velate, orari separati per sesso, identificazione. Poi le urne si sono aperte, gli elettori arabi hanno votato in massa. Ora Benjamin Netanyahu parla di elezioni «rubate». Ma non sono solo date a non tornare. Lo scrutinio è quasi terminato. I risultati saranno ufficializzati il 4 novembre, dopo ulteriori controlli. Il blocco Netanyahu ha 53 seggi, le opposizioni guidate da Gadi Eisenkot 48, le due liste arabe 19: 11 alla “Lista Unita” e 8 a “Ra’am”. Sommandoli si arriva a 67, 6 oltre la maggioranza assoluta. Ma l’aritmetica non è politica. Nel blocco di Eisenkot, Lieberman rifiuta una maggioranza sostenuta dagli arabi. Yair Golan, il generale a guida dei Democratici, in serata ha diffuso una foto: stringe la mano a Mansour Abbas, leader di “Ra’am”. «Dobbiamo giocare bene le nostre carte», ha ammonito Golan. Secondo fonti vicine ai partiti arabi, Ra’am è pronta a raccomandare Eisenkot al presidente Herzog che dovrà dare l’incarico per formare il governo, purché la scelta sia concordata. Nelle stesse ore a Tel Aviv centinaia di manifestanti chiedevano di fare presto: «Arabi ed ebrei, solo insieme vinceremo», recitava un cartello.
Il Likud intanto denuncia compravendita di voti, intimidazioni e fondi stranieri. Nel Negev sette persone sono state arrestate per sospetti episodi di corruzione elettorale collegati a “Ra’am”, che nega ogni coinvolgimento illecito. La polizia prosegue l’indagine, alcuni indagati sono stati posti ai domiciliari. La sequenza è il primo indizio. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, nel partito del premier si era discusso anche di una contestazione sul modello di Donald Trump nel 2020. Preparare ricorsi non equivale a fabbricare brogli. Ma il cortocircuito è nella cronologia: l’ipotesi del «furto» precedeva il responso delle urne che oggi investe il peso degli arabi nella formazione del governo. Dean Livne, direttore generale ad interim della Commissione elettorale, ha scritto al deputato Vladimir Beliak: «Le elezioni per la Knesset si sono svolte legalmente. L’integrità del voto nei seggi è stata rigorosamente garantita e, per quanto ne sappiamo, non vi sono basi per accuse di violazioni sistematiche». Il giudice Noam Sohlberg, presidente della Commissione, ha chiesto allo Shin Bet, l’intelligence interna, di indagare su presunti fondi esteri destinati a influenzare il voto arabo, precisando che i sospetti sono ancora da verificare. Nei resoconti appare il Qatar, che respinge le accuse. Secondo il Likud, da Doha sarebbero partiti i soldi per pagare gli elettori arabi.
Ma qui la storia si sdoppia. Sohlberg chiede accertamenti. L’ultradestra parla già di elezione sottratta e di «Ra’amgate». Lo Shin Bet smonta la “manomissione”, e precisa che l’indagine è «circoscritta», non riguarda l’intera comunità araba e nasce da informazioni raccolte autonomamente, non da partiti. Il ministro Itamar Ben Gvir (perfino gli Usa hanno chiesto la sua estromissione da un futuro governo, pena le sanzioni di Washington) sollecita l’arresto dei leader arabi sospettati. Una pressione su Eisenkot, sostiene la gran parte degli osservatori locali, per impedirgli di formare un governo con un sostegno esterno arabo. La moneta sporca dei brogli ha un rovescio. “Adalah”, il centro legale per i diritti degli arabi israeliani, ha inviato lettere urgenti alla Commissione elettorale per schede in arabo mancanti, ritardi, chiusure dei seggi, interferenze della polizia e ostacoli a donne velate, anziani e disabili. Anche queste, segnalazioni da accertare. E raccontano il voto di chi, invece di alterare le urne, sostiene di aver faticato ad arrivarci.
Non è una novità. Già nel 2015 Netanyahu avvertiva che gli arabi andavano «in massa» a votare. Nel 2019 il Likud utilizzò telecamere nascoste nei seggi arabi, poi vietate. Ma nel 2021 lo stesso premier cercava il dialogo con Mansour Abbas, chiamandosi «Abu Ya’ir», in arabo «padre di Ya’ir», come si usa alla nascita del primogenito. Oggi il voto arabo è di nuovo decisivo, e di nuovo contestato. Il capo dello Stato, Isaac Herzog, invoca indagini rigorose ma ammonisce: «Anche in un momento delicato come questo, non dobbiamo infangare un’intera comunità che ha cercato di esercitare il proprio diritto di voto e di prendere parte attiva alla democrazia». Ai leader impegnati nelle consultazioni che preso convocherà, ripete: «Aprite le vostre menti, aprite i vostri cuori e allargate lo sguardo». Il giallo, dopo il tentativo di “manomissione”, non riguarda più solo le schede votate. Ma chi stia cercando di decidere, prima delle consultazioni, quali voti possano contare nel governo del Paese.
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