Tra gli arabi d'Israele. «Pronti a farci sentire, ma noi per loro non contiamo nulla»

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
L'exploit dei partiti non allineati agli schieramenti di Netanyahu ed Eisenkot. «Abbiamo diritto ad avere una voce nel prossimo governo». Eppure la strada resta in salita, tra ambizioni, veti e storiche ostilità
Google preferred source
October 29, 2026
Tra gli arabi d'Israele. «Pronti a farci sentire, ma noi per loro non contiamo nulla»
Una donna araba ai seggi, durante il voto di martedì in Israele / Reuters
Il vecchio Marwan, tra i pochi residenti arabi di Gerusalemme con diritto di voto, si è presentato al seggio con la kefiah rossa sul capo. Ha infilato nell’urna la busta con la scheda. «Non cambierà niente - ha detto uscendo -, noi per loro non contiamo niente, ma dovranno contarci».
La sfiducia spiega la mobilitazione. Una rivendicazione di esistenza attraverso un foglio da ripiegare in quattro e consegnare allo spoglio. Nelle comunità arabe l’affluenza ha sfiorato l’80%. A Sakhnin ha raggiunto l’86,8%, a Rahat l’82%. E ieri sera numerose manifestazioni spontanee chiedevano un governo con l’appoggio degli arabi.
Ad Acri, l’85enne Mahmoud Shamai è tornato nel bazar dopo aver votato. Non lo faceva da tempo. Spera che le liste arabe sostengano Eisenkot. «Altrimenti Netanyahu resterà altri quattro anni. Ne abbiamo avuto abbastanza», commenta. Un commerciante chiede che gli arabi non restino «ai margini», ma abbiano ministri. Areen Ghanayem, da Haifa, spiega in una frase: «Abbiamo diritto a una voce nel governo».
Nel Negev il voto è protesta in mezzo al deserto. «Sono arrivati in massa: anziani, donne e giovani» racconta Jalal Abu Baniya, residente a Wadi al-Naam. Cita le demolizioni delle case, i villaggi non riconosciuti e la criminalità. Hani al-Hashwalah, del consiglio regionale di al-Qasum, avverte: «Se non riusciremo a ottenere diritti dal governo, non sarà una vittoria».
Gli arabi in Israele sono 2,17 milioni, il 21,7% della popolazione, ma solo 1,16 milioni hanno diritto di voto, il 18% degli elettori. Le due liste arabe hanno raccolto circa il 15% dei consensi, passando dai 10 seggi della Knesset uscente ai 19 su 120 (15,8%) attribuiti dallo scrutinio parziale.
Quell’esercizio di partecipazione è diventato anche l’oggetto di una disputa sulla legittimità del voto. Il Likud di Netanyahu denuncia elezioni «rubate» dalle formazioni arabe attraverso denaro, intimidazioni e falsificazioni, accuse non dimostrate, respinte da un funzionario della commissione elettorale. L’organizzazione Adalah ha invece documentato segnalazioni di ritardi e ostacoli ai seggi: mancanza di schede in arabo, interventi di polizia, interruzioni elettriche. Sono denunce da accertare. In mezzo c’è il risultato politico: gli eletti arabi potrebbero risultare indispensabili per mandare Netanyahu all’opposizione.
Yousef Jabareen, presidente della Lista Comune, non si sottrae. Sa che a sostenerlo ci sono palestinesi la cui identità precede le appartenenze religiose. Molti sono cristiani, riconoscono che le condizioni di vita in Israele non sono paragonabili a quelle della Palestina, ma non basta a sentirsi parte di un popolo. «Siamo pronti a spianare la strada alla destituzione del governo Netanyahu», dice Jabareen. Oppone alla «supremazia, razzismo ed esclusione» una «partnership ebraico-araba, autentica ed egualitaria». «Niente di meno e niente di più». È un’offerta a Eisenkot, non una stampella.
Dopo lo scrutinio delle schede ordinarie, ancora in attesa delle «doppie buste», “Ra’am” e “Lista Comune” arrivano a 19 seggi. Aggiunti ai 48 dell’opposizione guidata da Eisenkot fanno 67, sei oltre la maggioranza. Netanyahu è fermo a 53. Ma i numeri non cancellano i veti: Bennett e Lieberman respingono un governo sostenuto dai partiti arabi. Yair Golan, dei Democratici, chiede invece di non discriminare fra voti ebraici e arabi.
Ayman Odeh, tra gli artefici dell’unità politica araba in Israele, insiste: «Chi crede che sia possibile vivere in pace tra i due popoli e in uguaglianza tra tutti i cittadini non è pazzo». Insiste: «Nella nostra realtà, chi crede in questo è coraggioso». Mansour Abbas, leader di Ra’am ed ex alleato della maggioranza Bennett-Lapid, chiede sicurezza, investimenti e riconoscimento dei villaggi beduini. La questione, dopo le urne, non è più soltanto chi possa cambiare governo. È se i voti arabi possano mostrare l’esistenza di una comunità che si sente ai margini.
© riproduzione riservata

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire