È testa a testa tra Netanyahu ed Eisenkot, ma la sorpresa in Israele è il boom dei partiti arabi
di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Il Likud, partito del premier, secondo gli exit poll, avrebbe 24-25 seggi mentre Yashar, guidato dall'ex generale, sarebbe a 21-23. Ma il blocco delle opposizioni sarebbe davanti con 53 deputati contro i 50 dello schieramento del governo uscente. Decisive le formazioni più piccole. L'opposizione: totale sfiducia a chi ha governato in questi anni

Gli israeliani sembrano aver indicato una direzione, ma non ancora un governo. I primi exit poll delle tre principali emittenti, Kan 11, Channel 12 e Channel 13, assegnano al Likud di Benjamin Netanyahu il primato tra i partiti, con 24-25 seggi contro i 21-23 di Yashar, guidato da Gadi Eisenkot. Ma il blocco che vuole sostituire il premier prevale con 52-53 deputati contro 50. Nessuno raggiunge i 61 necessari per una maggioranza autonoma. Per farne una maggioranza, Eisenkot deve superare le divisioni tra alleati, a cominciare dal possibile sostegno delle formazioni arabe, che secondo le tre rilevazioni conquisterebbero complessivamente 17-18 seggi, mettendo a segno un sorprendente successo.
Le rilevazioni non consegnano a Netanyahu la maggioranza e non ne decretano la fine politica. L’eternamente redivivo Bibi, dopo vent’anni di potere pressoché ininterrotto, può ancora formare un governo se riuscirà a sottrarre alleati al campo avversario, oppure restare alla guida di un esecutivo provvisorio in caso di stallo.
Le prime reazioni dell’opposizione suonano però come una rivendicazione della vittoria. «Non lasciatevi confondere: il blocco di Netanyahu ha subito una dura sconfitta. È un crollo totale e gli elettori gli hanno detto di andare a casa», scrive Yair Lapid. Eisenkot parla invece di «totale sfiducia in Netanyahu e nel governo del 7 ottobre, espressa dalla maggioranza sionista e dalla maggioranza dei cittadini israeliani». Poi condiziona il giudizio all’esito dello scrutinio: «Se questi saranno i risultati definitivi, sarà una vittoria della maggioranza sionista che ha a cuore lo Stato». E annuncia: «Agirò immediatamente per attuare la volontà dei cittadini, sostituire il governo Netanyahu e costituire al più presto un governo sionista della leva militare». Le dichiarazioni anticipano una battaglia sul mandato a governare, ma non equivalgono ad accordi parlamentari.
E nell’attesa dei risultati ufficiali, che richiederanno ancora alcuni giorni, un vincitore c’è: la partecipazione. Alle 19 aveva votato quasi il 75% degli aventi diritto, tra le affluenze più alte di sempre.
Destino e simbolo di ogni voto è Gerusalemme, sede della Knesset. La città dei Templi ebraici, del Santo Sepolcro e di al-Aqsa, divisa nel 1948 e sotto controllo israeliano dal 1967, resta occupata nella sua parte orientale. In nessun altro luogo la distanza fra il significato universale della Storia e la contabilità di un’elezione è così difficile da misurare.
La distribuzione territoriale delle sezioni elettorali corre su molte cicatrici geografiche. L’esercito ne ha predisposte 850, circa un quarto mobili, per chiamare alle urne i soldati anche nella Striscia, nel Libano meridionale e in Siria. Si è votato nelle terre conquistate dalle forze armate come nella Palestina occupata, disegnando i confini del «Grande Israele» evocato dagli estremisti.
Può risultare decisiva anche la soglia del 3,25%, che secondo i primi exit poll lascerebbe fuori dalla Knesset il “Popolo d’Israele” di Ofer Winter, la lista dei Riservisti e del Partito Economico di Yoaz Hendel e il “Pubblico Charedi” di Moti Leitner. Ma fino allo scrutinio non si può considerare definitiva la loro esclusione. Se mancassero la soglia, centinaia di migliaia di voti resterebbero senza rappresentanza. Nel 2022 Netanyahu conquistò 64 seggi con appena 30mila voti di scarto rispetto all’opposizione. Meretz e Balad, sotto al minimo, lasciarono quasi 289mila voti – più di sette seggi – senza rappresentanza.
Quando nel 1949 Israele elesse la prima Knesset, la guerra appena conclusa era indipendenza per gli israeliani, Nakba, esodo e sradicamento, per i palestinesi. Due memorie senza narrazione comune. Ogni elezione riapre la domanda irrisolta nel 1948: chi decide il futuro di questi luoghi.
Neanche la contabilità degli incidenti è stata facile. Le urne si riempiono, fuori si aspetta anche tre quarti d’ora per votare, e intanto si moltiplicano aggressioni e intimidazioni. Soprattutto nelle roccaforti ultraortodosse. A Beit Shemesh manifestanti danneggiano un seggio, abbandonano rifiuti all’ingresso e invitano a non votare. A Bnei Brak sono denunciati assalti agli stand di «Charedi Public», partito ultraortodosso dissidente. A Modi’in Illit, nella Cisgiordania occupata, giovani ultraortodossi devastano tavolini e bruciano volantini. Il bersaglio è la formazione di Moti Leitner.
Gli attivisti anti-Netanyahu denunciano schede scomparse e pressioni sugli elettori. A Tiberiade volano spintoni e insulti. A Holon due rappresentanti dei Democratici vengono colpiti a pugni, uno perde conoscenza. A Tel Aviv torna l’ombra del 1995, quando Yitzhak Rabin fu ucciso da un estremista ebreo di destra, in un clima di radicalizzazione politica nel quale era attivo anche Ben Gvir. Il servizio segreto interno aveva assunto la protezione del generale Yair Golan. Un uomo è stato arrestato mentre si avvicinava al leader dei Democratici con un coltello nascosto. La polizia esclude il tentato accoltellamento; il partito denuncia un avvicinamento minaccioso.
Il trauma del 7 ottobre non ha prodotto una lettura condivisa delle responsabilità. Anche il lutto è diventato terreno di scontro: chiedere conto delle vite perdute può trasformare un padre o una madre in un nemico.
«Questo non è niente», dicono i ragazzi del Sira Caffè, nel centro di Gerusalemme, bollato dagli oltranzisti come un covo di traditori perché antifascista. Lo frequentava Hersh Goldberg-Polin, rapito da Hamas il 7 ottobre e ucciso a Gaza durante la prigionia. Sua madre Rachel non ha seguito la retorica della sicurezza. Al decimo posto nella lista di Eisenkot c’è Shira Shapira, madre di Aner, che respinse le granate lanciate da Hamas nel rifugio dove si trovava anche Hersh. Anche Aner frequentava il Sira. Da qui si raccolgono gli insulti degli estremisti ai familiari dei caduti del 7 ottobre. Come se l’unica risposta all’attacco di Hamas fosse la fiducia in Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich.
A Netanya, Ruby Chen, padre del soldato Itay ucciso il 7 ottobre, stringe la fotografia del figlio davanti a un seggio: lo chiamano «traditore». A Rafi Ben Shitrit, ex sindaco di Beit She’an ed ex Likud, padre di Elroi caduto a Nahal Oz, non va meglio. «Sono arrivato stamattina a votare, atmosfera calma e rilassata», racconta. «All’improvviso mi si avventa addosso un’attivista di Netanyahu, urlando come una furia». Quasi non credeva che un’aggressione così potesse arrivare da una donna, da una madre. «Traditore», gli ha urlato. E ancora più forte: «Vergognati, vai con i traditori». Lui non ha reagito. «Ve lo racconto – dice l’uomo – solo perché capiate l’entità dell’odio che Netanyahu ha coltivato qui».
Il partito arabo Ra’am di Mansour Abbas denuncia ostacoli al voto, altre formazioni segnalano schede mancanti. Nel Negev tre residenti di due località beduine sono arrestati per sospetta compravendita di voti a favore di Ra’am.
Qui la terra non è mai soltanto territorio. Per gli ebrei è memoria biblica, diaspora, ritorno, sicurezza collettiva dopo la Shoah. Per i palestinesi sono famiglie, villaggi, ulivi, luoghi perduti o ancora abitati. Le elezioni decidono chi eserciterà il potere; le trasformazioni del territorio possono durare ben più di una legislatura.
Ma quando i riflettori erano puntati sui seggi, in Palestina è spuntato un altro avamposto illegale, che potrebbe diventare una colonia. Qualunque governo nascerà, le trattative per formarlo potrebbero richiedere settimane. Nel frattempo Netanyahu resterà alla guida dell’esecutivo uscente. Ad al-Bireh, su una collina davanti al quartiere di al-Balou, sono apparse due case mobili sorvegliate da uomini armati. Intorno alle catapecchie con le ruote nascerà un altro pezzo di Israele laddove dovrebbero esserci solo palestinesi.
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