Se il welfare crolla, l'Europa non ha futuro

Dalle piazze emerge una richiesta di cura: servizi accessibili e sussidiarietà circolare per restituire ai giovani fiducia e prospettive
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October 27, 2026
Se il welfare crolla, l'Europa non ha futuro
La protesta contro il caro affitti a Napoli, dove studenti hanno allestito una tendopoli davanti alla sede del Comune/ ANSA
Le mobilitazioni per la scuola o contro il carovita che colpisce le famiglie, le tende degli studenti davanti agli atenei, i sit-in per la casa: dall’Italia alla Francia, passando per la Spagna o la Germania, le proteste che da settimane riempiono le piazze europee se osservate senza uno sguardo d’insieme possono apparire proteste di categoria; messe in fila, e guardando oltre gli atti di teppismo e i vandalismi, raccontano invece la stessa storia, quella di una promessa europea che sta franando proprio dove teneva insieme la nostra idea di futuro. Eurostat registra che nel secondo trimestre del 2026 i prezzi delle abitazioni nell’Unione sono saliti del 4,7% e gli affitti del 3% in un anno, ma i numeri descrivono solo la superficie di un disagio più profondo. Sotto c’è una generazione che non chiede privilegi, chiede di potersi immaginare da qualche parte e di uscire dalle trappole in cui la vita l’ha messa. Per l’Europa il welfare non è mai stato un costo da sopportare. È stato il pilastro su cui abbiamo costruito la nostra diversità e, insieme, la nostra competitività: il made in Europe nasce da un modo diverso di proteggere, di includere e di generare ben-essere, fatto di scuole e ospedali aperti a tutti, di case accessibili, di comunità capaci di reggere. Dimenticarlo significa scambiare la causa con l’effetto. In un’epoca segnata dalla guerra la tentazione è cercare sicurezza soltanto nella forza, ma sappiamo che non basta: un continente si protegge anche, e forse soprattutto, con servizi che funzionano e legami che tengono.
La protezione vera nasce dai servizi e dalle comunità. Una ventina di anni fa Victor Pestoff, tra i più acuti studiosi del welfare europeo, provò a immaginare il welfare del 2030 e vide due strade possibili. La prima era una privatizzazione rampante, con uno Stato minimo, servizi consegnati al mercato e un sociale relegato a riparare i danni. La seconda era una democratizzazione del welfare, che non si limitava a consolidare l’intervento pubblico ma valorizzava il terzo pilastro, quella moltitudine di esperienze civiche, cooperative e associative capaci di costruire politiche condivise con la pubblica amministrazione. Il 2030 è ormai dietro l’angolo e ci troviamo esattamente a quel bivio. Imboccare la seconda strada non significa sostituire lo Stato né ridurre la spesa, ma condividere valore, allargando la torta delle soluzioni e delle risorse invece di contendersene le fette. È il senso dell’amministrazione condivisa, della coproduzione, di un welfare generativo in cui chi usa i servizi contribuisce anche a progettarli, lontano dalla logica degli appalti al ribasso. Per farlo occorre ripartire dalla sussidiarietà, principio che fonda le nostre costituzioni e la stessa costruzione europea, e che oggi non può più declinarsi soltanto in verticale, dal centro alla periferia e tra livelli istituzionali, né soltanto in orizzontale, tra pubblico, società civile organizzata e corpi intermedi.
La sussidiarietà deve diventare circolare, un ciclo in cui Stato, comunità e impresa si riconoscono corresponsabili dello stesso bene. Anche l’impresa è chiamata a entrare in una prospettiva di valore condiviso, perché non è più pensabile una produzione separata dall’equità e dalla redistribuzione: lo mostrano gli effetti devastanti sul mercato immobiliare, dove la casa smette di essere un bene per abitare e diventa una rendita da estrarre. La domanda di welfare non è soltanto una domanda di risorse, è una domanda di cura: chi oggi scende in piazza non chiede un sussidio in più, chiede di non restare solo davanti al proprio futuro. E la cura, a differenza del denaro, non si trasferisce ma si costruisce dentro le relazioni; per questo la cura richiede la comunità. Forse è questa la lezione delle piazze. Lo studente che dorme in tenda non denuncia soltanto un affitto, cerca un noi, e ci ricorda che casa, scuola e salute non sono merci ma luoghi in cui si diventa persone insieme ad altri. L’Europa ha già scelto una volta di proteggere includendo, e da quella scelta è nata la sua prosperità. Oggi deve rifarlo con strumenti nuovi, non armando le paure ma disarmando le solitudini.

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