Meloni-Salvini e il nodo Ucraina, cosa è successo davvero
Il vicepremier: stop aiuti a Kiev. La premier: non mettermi in difficoltà. Lo strappo è già rientrato. Il voto a maggio non c'è. Giorgia: continueremo a lavorare insieme nell'interesse del Paese

Matteo Salvini stringe i pugni e disegna la Sfida: «Se mi risceglierete come segretario porterò in Consiglio dei ministri una posizione chiara: non possiamo continuare a dare soldi e armi all’Ucraina». Ruvide, in apparenza definitive. Addirittura già con un timing preciso: prossimo Cdm. Il Capitano forza e la Lega lo premia: nella sua Milano il congresso che ha voluto per stoppare la fronda nordista lo conferma segretario per la quarta volta. Per lui 465 voti, 146 allo sfidante Massimo Garavaglia. La notizia non è Salvini ancora al timone. È la sfida sull'Ucraina. Nelle tre ore che seguono succedere molto. Giorgia Meloni legge le parole di Salvini e si affretta a far sapere al suo vicepremier che non le piacciono. Non le piacciono i toni di quella che ai piani alti di Palazzo Chigi bollano come una «sortita non concordata». E questo a Salvini va detto. Telefonata o messaggio whatsApp poco conta. Conta che Meloni è netta nello spiegare a Salvini che così «metti in difficoltà me, il governo e anche te stesso». Passano veloci i minuti. La Lega apprezza. A cominciare da Luca Zaia: «Certo che sono d'accordo con Salvini... Sono obiettore di coscienza. Questa guerra si sta radicalizzando, rischia di diventare il nostro Afghanistan, siamo in guerra dal 24 febbraio 2022 quasi più anni della seconda guerra mondiale. Penso sia fondamentale che si arrivi a un armistizio e poi a un processo di pace. Questo lo può fare solo la diplomazia....». Carlo Calenda tira conclusioni più politiche: «Cari Giorgia Meloni e Antonio Tajani avete due alternative: 1) mollare l'Ucraina; 2) mollare Matteo Salvini. Nel secondo caso il centro destra ne beneficerebbe significativamente». Mentre le dichiarazioni si accavallano, come per magia, Salvini nel discorso dopo l'elezione ammorbidisce la posizione. Non è più un ultimatum. Il vicepremier ora si domanda, retoricamente, se le armi e i soldi a Kiev siano la via migliore per la pace. Non basta. Salvini auspica di investire sulla diplomazia, invita con garbo gli alleati «a ragionare», coltiva il dubbio e da atto agli ucraini di essere un popolo. Insomma la bufera dura duecento minuti. Obiettivo di Giorgia Meloni non è il voto a maggio come si è provato a ripetere nelle ultime ore. È andare avanti. E non lo dice nei "faccia a faccia" più privati. Lo scrive a Salvini. Congratulazioni a Matteo Salvini per la riconferma alla guida della Lega. Continuiamo a lavorare insieme, con responsabilità e determinazione, nell'interesse dell'Italia». Immediata la risposta. «Grazie Giorgia Meloni! Obiettivo continuare a vincere e ben governare insieme, con una Lega sempre più forte al tuo fianco». Per magia scompare (o almeno si allontana) l'ipotesi di un voto prima dell'estate con dimissioni di Giorgia Meloni a marzo, dopo che Roma avrà ospitato il Consiglio europeo nell'anniversario dei Trattati. Non è nemmeno una ipotesi. Meloni (e Tajani) per rispettare la scadenza naturale della legislatura. Anche perchè c'è la Manovra da condurre in porto e c'è da superare il vaglio da parte della Corte Costituzionale della riforma delle legge elettorale, che da ora sarà letteralmente sommersa di ricorsi. Insomma di data del voto non se ne parlerà sul serio prima di febbraio, orizzonte entro il quale si potrebbe esprimere la Consulta. I giudici costituzionali, infatti, stando alle anticipazioni dei ricorrenti, saranno chiamati a valutare i punti cardine della riforma: indicazione del premier, attribuzione del premio al Senato, firme necessarie per presentarsi alle elezioni. Oggi i possibili effetti della sortita sull'Ucraina non ci sono. Non c'è crisi di governo. Non c'è voto anticipato. C'è invece una riflessione che coinvolge il governo sugli aiuti a Kiev. Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa Guido Crosetto precisava alla Bbc come «probabilmente entro la fine dell’anno» verrà stanziato un nuovo pacchetto d’aiuti. Ma niente è deciso e nulla è sicuro. Con lo spettro di Roberto Vannacci alle porte e con Donald Trump che ha già frenato, anche Meloni sta rimodulando lo slancio accanto all’Ucraina. Tanto che – al netto della Lega – non viene considerato scontato il via libera ad un nuovo decreto che autorizzi l’invio di aiuti per il 2027. La speranza è che le interlocuzioni per la pace funzionino, togliendo il tema dal tavolo della campagna elettorale ed evitando alla premier di fare i conti con inevitabili schermaglie nella coalizione.
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