Le misure per dare un segnale ai giovani, la trincea di banche e imprese: dentro il cantiere Manovra

Flat tax sugli stipendi d'ingresso, sgravi fiscali e sconti per le aziende: l'esecutivo sembra aver scelto la priorità, anche se dentro la maggioranza il confronto è appena iniziato. Nel frattempo, il mondo del credito si oppone al "contributo" e Confindustria teme interventi bandiera
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October 24, 2026
Meloni e Giorgetti alle Camere/ ANSA
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti in Parlamento / Ansa
Da lunedì tutti in ritiro a Roma tra le stanze di Palazzo Chigi e del Mef: c’è da chiudere, entro martedì-mercoledì, massimo giovedì, la manovra 2027. Da Bruxelles arrivano «segnali positivi» sull’utilizzo della doppia flessibilità da 14 miliardi per energia e difesa, dunque i dubbi sulle risorse effettivamente utilizzabili per le misure sociali si stanno via via dissolvendo. Chiarendosi i contorni, iniziano ad affiorare le prime (non incrollabili) certezze: tra queste, la condivisione ormai abbastanza avanzata, tra le forze di maggioranza, di una misura rivolta a rafforzare i salari dei giovani. Le ricette sono ancora diverse, ma non lontanissime: per Forza Italia meglio una “no tax area” per gli under 30, per la Lega è preferibile una “flat tax” al 5% per i primi cinque anni di lavoro. L’intento è favorire i primi progetti dei neo-lavoratori: casa, famiglia, figli. Al momento si ritiene questo schema prioritario rispetto anche all’estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi tra i 50 e i 60mila euro, anche se resta in piedi l’ipotesi dello “spezzatino”: ovvero prima un allargamento a 55mila euro, poi la restante parte nelle prossime annualità. Sembra consolidarsi come priorità anche un intervento specifico per le spese sanitarie di anziani e fragili. Mentre l’anticipo pensionistico a 64 anni, su cui la Lega non molla, vede resistenze incrociate della componente trasversale della maggioranza che predica responsabilità sui conti pubblici. E chissà se proprio il dossier pensioni potrà essere il pretesto per accelerare il ritorno al voto dopo la Manovra...
La prima a doversi “barricare” a Roma all’inizio della prossima settimana sarà proprio Giorgia Meloni, cui tocca l’ingrato compito di mediare tra tutte le istanze. La premier ieri è stata in Kuwait, dove ha firmato quattro accordi e ha definito con l’emiro al-Sabah un Action plan che consolida i rapporti tra i due Paesi. Ma soprattutto Meloni ha incassato la disponibilità a rinnovare il price cap di Q8 sui carburanti, sulla falsariga di quanto comunicato ieri da Eni. Anche questo fattore di stabilità dei prezzi facilita, nella strategia della premier, la stesura della Manovra, che altrimenti dovrebbe avere a che fare con ulteriori variabili. Nell’elenco delle intese anche una lettera di intenti tra Leonardo e il ministero della Difesa del Kuwait.
In chiave interna, le difficoltà maggiori Meloni le incontrerà nel dialogo con le banche, cui il Governo chiede 5 miliardi. Le interlocuzioni non sono iniziate, l’unica indiscrezione trapelata da fonti di Forza Italia è la volontà di non coinvolgere nel contributo le Bcc (anche se, osservano gli addetti ai lavori, l’anno scorso le due holding capogruppo hanno dovuto pagare come gli altri istituti).
Il malcontento delle banche, che lamentano la nuova tassa dopo l’impegno triennale siglato l’anno scorso, è tutto nel lungo sfogo del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli: «Quando si dice tassiamo le banche, significa tassare i risparmiatori che hanno comprato le azioni. Non bisogna pensare che le banche siano il corno della fortuna, che qualsiasi cosa succede producono quattrini: io non dimentico le 11 crisi bancarie del passato. Delle 11 banche salvate negli anni scorsi, 10 sono state salvate da banche concorrenti, a carico degli azionisti. Solo Mps è stata nazionalizzata, ma ad esempio la Popolare di Bari l’abbiamo salvata noi, che poi miracolosamente è finita allo Stato. Ora la vendono, ma quei soldi non sono un nostro contributo? Io non dico “abbiamo già dato”, no, noi stiamo ancora dando...».
Insomma, la premier il contributo dovrà sudarselo. D’altra parte a chiederlo ci sono, con la Lega, anche gran parte delle opposizioni. Le quali vorrebbero anche un intervento pesante sui profitti di Eni, comunicati ieri ed effettivamente impressionanti se paragonati alla fatica delle famiglie a pagare le bollette.
Al contempo, la presidente del Consiglio non può dimenticare le imprese, preoccupate di essere trascurate. Ieri anche il presidente di Confindustria, Orsini, si è fatto sentire: «Bene la tenuta dei conti, ma noi abbiamo bisogno che non si pensi a una legge di Bilancio spezzatino o di mance, perché quello che non può più permettersi il Paese è di non avere una politica industriale. Meglio poche cose, ma che la cambiano visione a lungo termine». Il capitolo-imprese potrebbe parzialmente saldarsi con quello dei giovani, se alla defiscalizzazione dei salari d'ingresso si accompagnerà anche un rafforzamento degli sconti per le assunzioni di neolaureati e donne.

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